VpsPiccolo annuncio utile: Lunedì 28 maggio, ore 18-20 italiane, curo questo webinar gratuito: Testimoni e protagonisti: citizen journalism per la cittadinanza attiva — come parte del programma “Ong 2.0″ di Volontari per lo Sviluppo. E come anteprima, ecco un’intervistina volante su domande di Serena Carta. See you there, e spargete la voce, please! ;)


La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. L’antico adagio descrive perfettamente la piccola storia che gira in questi giorni in alcuni circoli online nostrani, denominata “Manda Tigella a occupare Chicago!”. In breve, Claudia Vago chiede ai netizen contributi economici per pagarsi viaggio più alloggio, vitto, ecc. a Chicago per 10-20 giorni a inizio maggio.

Rispondendo un commento critico sul suo blog, a questo fatto della stanza d’albergo, Claudia replica: “Non credo che resterò tutto il tempo all’accampamento: io vado per raccontarlo, non per occupare. Cercherò di dormire lì qualche notte, ma mi servirà un post tranquillo in cui rimettere insieme i materiali da pubblicare, ogni giorno, nel sito”. Il punto sembra essere insomma, non l’attivismo di per sè bensì quello di seguire in loco il movimento Occupy e poi produrre (in modo alquanto vago, no pun intended ;) “materiali multimediali che (ne) raccontino l’organizzazione”.

Ciò ha dato vita a un tam-tam preventivo alquanto assurdo e controproducente, neppure si trattasse di chissà quale evento storico per la Rete italica. Oltre a vari rilanci del tutto acritici, quasi di ‘default’, non manca chi ci appiccica l’inevitabile etichetta di “futuro del giornalismo”, altri rilanciano frasi ad effetto sulla disintermediazione dell’informazione — con toni che non nascondono acuti di ideologia e auto-referenzialità. Ne esce fuori un quadro dal sapore approssimativo, poco ponderato e tutto sommato superfluo.

Pur nel suo piccolo, da anni LSDI (a cui collaborano persone legate a testate tradizionali, dei new media e del citizen journalism, inclusi progetti collaborativi di respiro internazionale) scandaglia sia la Rete sia il mondo dell’informazione per partecipare, documentare e appoggiare i vari “giornalismi possibili”. Questa volta segnaliamo però un caso di giornalismo mancato, non tanto per criticare il progetto in sè, quanto piuttosto perché il puzzle sconnesso, e acriticamente massificato, che ha preso forma in questi giorni danneggia anche quel che di buono c’è nell’ idea stessa. Un guazzabuglio che provoca un rumore di fondo e un pressapochismo che risulta controproducente per l’informazione in generale — e ancor più per il “futuro del giornalismo”, qualunque forma questo dovesse assumere.

OWS (Occupy Wall Street) è già fin troppo coperto sui social media (e sul mainstream). Per sua genesi e natura, il movimento OWS è stato (lo sarà anche a Chicago e dopo) uno dei temi che più e meglio usa i social media e internet per farsi sentire, senza filtri e a modo proprio. Basta fare semplici ricerche sul web, nella blogosfera, su Twitter, YouTube o altrove. Gli attivisti hanno prodotto (e producono) una mole incredibile di materiali multimediali. Su Amazon sono disponibili a pochi dollari diversi e-book autoprodotti con documenti originali, riflessioni, resoconti dettagliati. Un libro cartaceo (il cui ricavato andrà tutto al gruppo di New York che lo ha curato) è uscito da poco per OR Books e sta per arrivare in Italia presso un editore molto grosso. Analogamente, pressoché ogni testata mainstream del mondo ha seguito le vicende di OWS finora (e seguirà l’evento di Chicago), spesso e volentieri rilanciandone gli stessi materiali autoprodotti diffusi online, oltre ovviamente ad aggiungervi proprie analisi condivisibili o meno.

C’è quindi bisogno di ulteriori “corrispondenti”? Cosa potrà raccontare Claudia che già non viene diffuso dagli stessi attivisti online? Ha senso creare ulteriore rumore online? Forse l’unica utilità è quella della lingua, ma molto materiale è visuale/multimediale e ormai in Italia tanti masticano un po’ d’inglese (soprattutto fra i netizen), esiste ‘Google translate’, la lingua non è affatto un elemento cruciale.

Esiste un valore aggiunto d’informazione in questa idea? C’è stato forse un ‘furor di popolo (della Rete)’ che ha chiesto a Claudia di fargli da ‘corrispondente’ in loco? Non sembra, oppure se è così non sembra che venga fuori dal suo progetto, che molte persone affermano di voler finanziare un po’ acriticamente. E in definitiva, c’è davvero bisogno di “corrispondenti” dei social media, e non piuttosto di semplici editor o curator, più che mai nel caso della copiosa produzione di OWS (vedi sopra)?

[ il post prosegue nella sua sede originaria, su LSDI.it, dove se ne discute variamente nei commenti ]


Il 28 gennaio è International Privacy Day, a contrassegnare la data in cui venne ufficialmente firmato il trattato a tutela della privacy, concordato da e vincolante da gran parte delle nazioni occidentali (28 gennaio 1981). La ricorrenza viene celebrata in Nord-America e nei 27 Paesi della UE, dopo la prima del 2009 a seguito della risoluzione approvata dal Congresso USA con il nome di “Data Privacy Day“.

Diversi gli eventi locali in programma, inclusi quelli predisposti in varie città europee. In particolare la conferenza internazionale Computers, Privacy & Data Protection in svolgimento a Bruxelles (25-27 gennaio), evento che punta a creare “un ponte di dialogo tra legislatori, accademici e attivisti”.

Quest’anno l’accento viene posto sulle recenti minacce alla privacy portato da varie legislazioni (o proposte), insistendo soprattutto per la rimozione delle norme che obbligano i governi alla cosidetta “data retention”. Ovvero, citando Wikipedia italiana:

La data retention è la raccolta automatizzata di dati al fine di poter supportare gli organi di indagine in caso di eventuali investigazioni. Prima delle riforme sulla sicurezza, era necessario un decreto emesso da un PM per la raccolta di dati ai fini investigativi. Con la decentralizzazione delle tecnologie dovuta ad Internet, numerosi privati si sono trovati investiti della responsabilità della raccolta obbligatoria e generalizzata dei dati personali.

Mentre la Electronic Frontier Foundation chiarisce:

La data retention obbligatoria danneggia l’anonimato, che è cruciale per ‘whistle-blower’, investigatori, giornalisti e per garantire comunque la libertà d’espressione a livello politico. Ciò crea invece enormi potenziali per abusi legali ed è una grave limitazione ai diritti e alle libertà di tutti gli individui.

Sei anni fa la UE ha approvato la controversa Data Retention Directive, sulla forte spinta delle lobby USA e britanniche, obbligando così i provider Internet e telefonici a raccogliere e conservare i dati del traffico relativo alle comunicazioni via email, telefono e SMS dei propri utenti — per possibili usi da parte degli organi di polizia. Pur con molte e continue critiche, incluse manifestazioni pubbliche contro quest’eccessiva sorveglianza, la normativa rimane tuttora in vigore.

Tant’è che finanche l’ufficio dell’European Data Protection Superivisor ha appena diffuso un comunicato in cui, pur congratulandosi con la Commissione Europea per la riforma in corso, lamenta la mancanza di precise regole per il trasferimento di dati personali al di fuori della EU e la mancata regolamentazione per l’accesso ai dati da parte del settore privato. La bozza della riforma per “un’Europa digitale unita” prevede inoltre di “porre fine all’attuale frammentazione tra i 27 e alla gravosità degli oneri amministrativi, permettendo alle imprese risparmi per circa 2,3 miliardi di euro l’anno.” Oltre al diritto a «essere dimenticati»: grazie alla nuova legge, gli utenti potranno chiedere la cancellazione dagli archivi elettronici dei dati che li riguardano e le imprese saranno tenute a farlo, a meno che non ci siano «legittimi» motivi per la conservazione.

Data Privacy DayFra i vari eventi previsti online, la National Cyber Security Alliance statunitense propone per domani un Facebook Live-stream per discutere questioni al crocevia tra privacy e sicurezza online. La stessa organizzazione offre un’ampia serei di risorse e strumenti per consentire ai cittadini di tutelare la propria privacy non solo sul web, ma anche nell’uso dei social media e dei cellulari. Proprio in questi giorni, anzi, c’è stata la revisione dei termini sulla privacy annunciata da Google: “l’azienda potrà usare le informazioni, condivise nell’ambito di uno dei servizi usati, anche in altri servizi di Google”. Ennesima decisione che va suscitando sospetti e critiche da parte dei netizen, pur se e’ vero che Google ha aderito alla US-EU Safe Harbor Program, iniziativa per facilitare i rapporti tra imprese USA e le istituzioni e le leggi dedicate alla privacy degli Stati membri della Comunità europea. Senza ovviamente dimenticare le annose problematiche legate alla privacy di Facebook e altri social media, a cui è dedicata un’ampia sezione dell’Electronic Privacy Information Center con documenti e risorse sempre utili.

Nel complesso, l’International Privacy Day sarà un’ottima occasione per ampliare il dibattito sui temi caldi per il digitale. Perché, dopo il successo delle proteste della scorsa settimana contro il SOPA e il PIPA, occorre tenere gli occhi ben aperti sulle continue minacce alla libertà della Rete, sotto forma di normative presumibilmente tese a colpire pirateria e criminalità ma di fatto lesive della privacy individuale e favorevoli alla sorveglianza. E pur se spesso ciò parte dagli USA, gli effetti concreti colpiscono il resto del mondo.

Come ribadisce Rebecca McKinnon, co-fondatrice di Global Voices Online e autrice di Consent of the Networked: The Worldwide Struggle for Internet Freedom, un libro in uscita fondamentale su queste e annesse tematiche a livello mondiale:

Nell’era di Internet è inevitabile che corporation e agenzie governative abbiamo accesso a dettagliate informazioni sulla vita della gente. Siamo noi stessi a condividere liberamente dati personali su siti aziendali in cambio dell’uso di prodotti e servizi.Ma abbiamo fallito nell’affrontare il conseguente dilemma: come prevenire l’abuso del potere che abbiamo volontariamente delegato a Stato e aziende? … È vitale richiedere una chiara visione sul modo in cui le autorità prevedono di tutelarci dagli abusi della sorveglianza statale tramite le piattaforme digitali private da cui dipendiamo sempre più.

[ Articolo pubblicato su LaStampa.it il 27/01/2012 ]


Ieri 18 gennaio è stato un giorno importante per Internet. Migliaia i siti oscurati o con una pagina interstiziale per protestare contro le iniziative "anti-pirateria" SOPA e PIPA in discussione al Congresso USA. Siti web come Google e Twitpic, insieme a gruppi e individui della società civile, si sono uniti in una causa comune: protestare contro due disegni di legge statunitensi che potrebbero avere effetti negativi per la libertà d'espressione online in tutto il mondo.

Questi intanto alcuni aggiornamenti dagli USA a fine giornata:

- La sezione pomeridiana di news su National Public Radio ha aperto con vari servizi sulla vicenda, spiegando innanzitutto che il "Congresso sembra ripensarci sulla proposta anti-pirateria" (Congress Backs Off Anti-Web-Piracy Bill). Per passare poi al black-out di Wikipedia e a come aggirarlo per i tanti studenti e cittadini che la consultano ogni dì per i motivi più disparati.

- Politico.com, la testata web forse più addentro al Palazzo, ribadisce che qualche co-firmatario del SOPA fa marcia indietro e segnala come 'tweet' del giorno quelli dell'attore Ashton Kutcher ("Questo è un importante momento storico!) e del rapper Snoop Dogg: #sopastrike.

- Secondo un altro sito di 'insider', The Hill, il PIPA appare comunque destinato a procedere, grazie in prims alla spinta del leader di maggioranza al Senato, il democratico Harry Reid.

- Su Twitter continua a tamburo battente il flusso degli hashtag #SOPA e #stopsopa, inclusi rilanci ad articoli in cui, come questo di Mashable, si spiega "perché Sopa e Pipa non potranno fermare la vera pirateria".

- Su Reddit un sysadmin (amministratore di sistema) offre utili e ragionevoli riflessioni sulle potenziali minacce all'architettura aperta della Rete, nel caso queste prposte legislative deovessero passare. E il giornalista tecnologico Dan Gillmor rincara la dose, suggerendo che, prove alla mano, "i censori non capiscono come funziona Internet".

Infine, un post di Global Voices riassume reazioni e testimonianze odierne dei netizen a livello internazionale.

[ Ripreso da Voci Globali su LaStampa.it, 19/01/2012 ]


CodeYearLa risoluzione per il 2012 del Sindaco di New York City è quella di imparare a scrivere codice informatico tramite i corsi online, gratuiti e divertenti, offerti da un nuovo progetto cittadino, Codecademy. Il suo tweet al riguardo di qualche giorno fa, con annesse repliche e retweet, non ha mancato di sollevare una certa attenzione su testate e siti internazionali. Ammiccamento a elettori e industria high-tech? Stupidata o demagogia? E pur con tutta la passione tecnologica mostrata dal magnate Michael Bloomberg, non sono mancati commenti ironici.

Domande e reazioni scontate. Ma ben vedere, l’episodio va considerato solo la punta dell’iceberg, o il dito che indica la luna. Meglio non dimenticare quanto sta sotto e meno che mai equivocare.

Intanto, qui si tratta di dare visibilità a un’encomiabile iniziativa: CodeYear, semplici lezioni e corsi interattivi via web per apprendere in 365 giorni le basi della scrittura di codice informatico. A poco più di un mese dal lancio, oltre mezzo milione di persone hanno usato il sito, completando oltre sei milioni di esercizi. Mentre sono 328.670 gli iscritti formali a CodeYear (al momento di scrivere questo articolo) e oltre 800 gli sviluppatori che hanno messo a disposizione le brevi lezioni sul sito, nel tipico stile del crowdsourcing. Il tutto sotto la spinta di Zach Sims e Ryan Bubinski, i quali, mollata anzitempo la Columbia University, hanno trovato gli sponsor per concretizzare la loro ‘folle’ idea: democratizzare il codice. Come Johannes Gutenberg aveva democratizzato il testo nel 1439, con l’invenzione della macchina da stampa. E come in fondo facciamo ogni giorno su internet, mixando e integrando contenuti, creando materiale originale o anche solo ‘tweet’ istintivi, ma subito condivisi tramite i social media. Tutte pratiche tese a democratizzare la comunicazione e la creatività.

Ciò vuol forse dire che dobbiamo diventare tutti programmatori? Nient’affatto. Pur se, soprattutto per i nativi digitali, la scelta va ponderata almeno quanto basta per spianarsi la strada verso un futuro più remunerativo in tutti i sensi, non solo economicamente, sull’onda dello sviluppo globale della società dell’informazione. Il punto è che, contestualizzando un attimo la questione, man mano che partecipiamo del mondo digitale, dobbiamo imparare a districarci in sistemi operativi e social network creati da altri con intenti spesso ben diversi dai nostri e in realtà poco avvezzi a modalità aperte, orizzontali. Non è un mistero che l’high-tech butta soldi nelle reti sociali perché le ritengono forte strumento di marketing, né che i giganti online ci invitano in luccicanti comunità per poi recintarle, riempirle di pubblicità e servizi a pagamento, per non parlare del mancato rispettto della privacy. Per dirla tutta, i veri clienti di Facebook sono gli inserzionisti (e a breve gli azionisti), non certo noi semplici utenti. E in uno scenario web sempre più simile all’odiata TV, diventa cruciale acquisire un minimo di “media literacy” e di alfabetizzazione digitale per capire meglio cosa succede dietro le quinte e come poter rispettare i tradizionali contratti sociali, allo scopo di ri-umanizzare la cultura online e di riappropriarci degli strumenti partecipativi propri del digitale.

Ne scaturisce che il motto “Programma o sarai programmato” — titolo di un delizioso libretto del 2010 dell’attivista culturale Douglas Rushkoff, di prossima uscita italiana — diventa un invito propositivo all’azione di base, alla spinta verso una progettualità dinamica e partecipativa per potersi divincolare dal controllo, strisciante o palese, che governi e corporation di ogni parte del mondo vorrebbero continuare ad esercitare. Un filo rosso che collega fra loro le BBS degli anni ’70 in Usa e reti quali FidoNet dei primi ‘90, il software libero e open source, le mille facce del giornalismo partecipativo e gli standard aperti e le licenze Creative Commons, fino all’attuale esplosione dell’internet sociale nelle sue varie forme.

Insomma, se una figura pubblica cerca di offrire un segnale di taglio culturale, perché mai stracciarsi le vesti? E darsi al facile cinismo politichese? Magari anche in Italia amministratori e cittadini decidessero, per una volta, di dare simili segnali e apprendere insieme a scrivere stringhe, sull’onda di iniziative come CodeYear. Lavorando in modo collaborativo per democratizzare il codice e per democratizzare internet.

[Articolo pubblicato il 14/1/2012 su LaStampa.it ]


collected @ 11pm on June 29

Rain! I hope it's raining on the #LasConchas fire! Thank you G-d! http://yfrog.com/gzy0evtj
Photo by rabbiberel on twitter

Here's the view this evening in Los Alamos. Lots of smoke. The air is thick. #LasConchas #nmfire http://yfrog.com/khxdhaj
Photo by susanmbryanNM on twitter

View of the #lasconchas wildfire Sierra Del Norte Santa Fe 26 June #nmfireinfo #fireinfo http://yfrog.com/khw7zgj http://yfrog.com/kfh2imj
Photo by BudgetLuxuries on twitter

NASA MODIS Terra satellite view of Las Conchas fire today #nmfire #nmfireinfo #LasConchas http://yfrog.com/h82z8jcj
Photo by RustyB52 on twitter

Pajarito webcam loc w/ last nights fire map. 28 July http://yfrog.com/kh3arp h/t @BWells Hope I got it right. #nmfire #lasconchas
Photo by wheresmytab on twitter

Here’s a Google Maps shot of #LasConchas fire start-up spot: right at the green arrrow: http://t.co/cCu35bZ #NMFire
alexheard
June 30, 2011
http://bit.ly/kTvr2b #NMFIRE SOCIAL: News from the Inferno, All in One Place (santa fe reporter) #nmfire #lasconchas #wildfire
berny
June 30, 2011
#lasconchas #nmfire Hug a firefighter for me, will you? Hometown Los Alamos still protected, easing my mind from so far away. #fb
jesscullinan
June 30, 2011
basic crowdmap tool to report fires, incidents – if anybody interested in helping out: http://bit.ly/jdHnHA #wildfire #lasconchas #nmfires
berny
June 30, 2011

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NM wildfires

29Jun11

Citizen media and mixed content about the current wildfires here in New Mexico…

Famous last words? Fire chief: NM Las Conchas fire not burn Los Alamos, confident buffer will protect national lab. http://bit.ly/ioCW6k
leontodd
June 30, 2011

In Española #NM, smoke from the Las Conchas Fire was thick in the air Tuesday: http://wp.me/pJ91e-6Jq #wildfires http://twitpic.com/5ieznc
Photo by bberwyn on twitter

We're watching the Las Conchas #wildfire from our house in Placitas, NM. Godspeed, fire crews. #yikes #besafe http://yfrog.com/gzkpdjgj
Photo by shane_mahoney on twitter

View of Las Conchas fire in Los Alamos, NM, from White Rock - via @LDJeffryes http://twitpic.com/5hqedt
Photo by Breaking on twitter

Las Conchas fire as seem from Rio Rancho, NM #nmfire http://flic.kr/p/9Y83sp
gregjsmith
June 30, 2011

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Non c’è solo la rivoluzione araba. Gabon, Thailandia, Madagascar, Colombia, Uganda. Oscurati dai media mainstream, i quali hanno preferito mettere il silenziatore anche sulla guerra fredda digitale dichiarata da Hillary Clinton.

Una parte del mondo ribolle e ad informare sono gli stessi protagonisti. Semplici cittadini che plasmano il cambiamento, oltre che raccontare in presa diretta rischi e conquiste di tale cambiamento. Il locale diventa globale e viceversa, senza soluzione di continuità. Rispetto al lavoro del ‘giornalista’, è chiaro che il valore aggiunto prodotto dai citizen media acquista sempre più senso e spazio. Come pure (e soprattutto) per tutti quegli individui che dall’altra parte del globo, vogliono sapere e capire, partecipare come possono al nuovo scenario in fieri. Dal villaggio globale al pianeta elettrico il passo è breve.

Come cittadini del mondo, non possiamo più permetterci il lusso di dimenticare certi conflitti o problemi, né tantomeno ignorare le conversazioni sui fatti di ogni giorno in zone geograficamente o culturalmente lontane. Persino i fatti di casa nostra acquistano dinamiche meno buie se l’occhio e l’impegno collettivo spaziano nel “glocale” dei nostri giorni. E il valore aggiunto delle voci globali, del flusso dei citizen media (rumore incluso) è un bene irrinunciabile che richiede attenzione e partecipazione. Proprio come la democrazia.

Leggi l’articolo integrale su L’Indro


Cos’ha originato le rivolte popolari che ora stanno infiammando l’Egitto e che in Tunisia hanno portato alla fuga del Presidente Ben Ali? E quale il ruolo svolto dai social media in questi frangenti: semplice megafono per le notizie di prima mano oppure concreto sostegno alle “rivolte popolari”?

Queste le domande a cui tenta di rispondere un ebook curato da Quintadicopertina.com e Voci Globali (e con lo zampino del sottoscritto): “70 chilometri dall’Italia. Tunisia 2011: la Rivolta del Gelsomino“. Include cronaca, storia e testimonianze dirette – a confermare che, mentre sulle maggiori testate d’informazione Egitto e Tunisia hanno conquistato attenzione soltanto nelle ultime settimane, ma in realta’, da anni la situazione andava degenerando e i cittadini denunciavano violazioni dei diritti umani e restrizioni governative. E pur con la copiosità di materiali auto-prodotti rapidamente diffusi in queste settimane via Twitter, Facebook, YouTube e blog, non è facile collegare i fatti degli ultimi giorni al passato, ancora troppo recente, di questi Paesi.

“70 chilometri dall’Italia” e’ disponibile online in vari formati, sotto licenza Creative Commons, al prezzo di 3,49 euro. Il 50% del ricavato, al netto delle spese di vendita, andra’ a sostenere le attivita’ dell’Associazione Voci Globali. L’introduzione integrale è disponibile qui. Utile anche saperne di più su ideazione e preparazione del progetto dietro le quinte.


Stampa AlternativaHo scoperto ora che sabato scorso (8 gennaio 2011) su “Alias”, l’inserto culturale del quotidiano “Il Manifesto”, sono uscite due pagine, firmate da Massimo De Feo, sulla storia editorial-culturale di Stampa Alternativa che compie ora 40 anni. Una storia densa di eventi e avventure descritte senza peli sulla lingua nella lunga intervista al direttore editoriale e fondatore storico Marcello Baraghini. Vi vengono ripercorsi molti passaggi fondamentali della stessa storia italiana, dall’underground alle lotte radicali, dai Millelire alle Strade Bianche della maremma toscana.

Eventi e avventure umanissime, prima ancora che culturali, quasi mai sentite né raccontate se non in circoli ristretti o tra chi le ha vissute, ma che hanno formato più di un nugolo di ragazzi che nei primi ’70 sognavano un mondo diverso e migliore, e lo praticavano sulla propria pelle. Anche al di fuori di quei circuiti politici o militanti che allora andavano per la maggiore, ma piuttosto con occhi, orecchie e anima tesi agli stimoli intimi, all’esplorazione magica, alla condivisione spassionata. Una schiera di giovani pronta a darsi alle più disparate esplorazioni sull’onda degli impulsi che stavano già blowing in the wind lungo i fiumi tranquilli di un pianeta già elettrico.

Si, anche tutto ciò fa parte della storia di un Paese in fermento, di una generazione già allora globale e interconnessa, immersa in un presente continuo che oggi vola sulle ali dello sharing digitale. Una fetta storica troppo spesso trascurata o ignorata, magari proprio da quei nativi digitali che stentano a riconoscere le lunghe radici di quest’impegno continuo verso un mondo sempre diverso e sempre migliore — qui & ora.

Eccole allora queste due pagine di Alias che festeggiano i 40 anni di Stampa Alternativa rilanciando storie e vicende importanti per tutti. Ah, just in case: c’ero anch’io 40 anni fa, sui sentieri di quelle avventure condivise – e ancora ci sono, eccome, anzi ci siamo: verso un futuro con tanta voglia lottare, crescere e sperimentare.
- http://www.stampalternativa.it/cmssa/uploads/docs/Alias1.pdf
- http://www.stampalternativa.it/cmssa/uploads/docs/Alias2.pdf




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