Democratizzare il codice, democratizzare internet

14Jan12

CodeYearLa risoluzione per il 2012 del Sindaco di New York City è quella di imparare a scrivere codice informatico tramite i corsi online, gratuiti e divertenti, offerti da un nuovo progetto cittadino, Codecademy. Il suo tweet al riguardo di qualche giorno fa, con annesse repliche e retweet, non ha mancato di sollevare una certa attenzione su testate e siti internazionali. Ammiccamento a elettori e industria high-tech? Stupidata o demagogia? E pur con tutta la passione tecnologica mostrata dal magnate Michael Bloomberg, non sono mancati commenti ironici.

Domande e reazioni scontate. Ma ben vedere, l’episodio va considerato solo la punta dell’iceberg, o il dito che indica la luna. Meglio non dimenticare quanto sta sotto e meno che mai equivocare.

Intanto, qui si tratta di dare visibilità a un’encomiabile iniziativa: CodeYear, semplici lezioni e corsi interattivi via web per apprendere in 365 giorni le basi della scrittura di codice informatico. A poco più di un mese dal lancio, oltre mezzo milione di persone hanno usato il sito, completando oltre sei milioni di esercizi. Mentre sono 328.670 gli iscritti formali a CodeYear (al momento di scrivere questo articolo) e oltre 800 gli sviluppatori che hanno messo a disposizione le brevi lezioni sul sito, nel tipico stile del crowdsourcing. Il tutto sotto la spinta di Zach Sims e Ryan Bubinski, i quali, mollata anzitempo la Columbia University, hanno trovato gli sponsor per concretizzare la loro ‘folle’ idea: democratizzare il codice. Come Johannes Gutenberg aveva democratizzato il testo nel 1439, con l’invenzione della macchina da stampa. E come in fondo facciamo ogni giorno su internet, mixando e integrando contenuti, creando materiale originale o anche solo ‘tweet’ istintivi, ma subito condivisi tramite i social media. Tutte pratiche tese a democratizzare la comunicazione e la creatività.

Ciò vuol forse dire che dobbiamo diventare tutti programmatori? Nient’affatto. Pur se, soprattutto per i nativi digitali, la scelta va ponderata almeno quanto basta per spianarsi la strada verso un futuro più remunerativo in tutti i sensi, non solo economicamente, sull’onda dello sviluppo globale della società dell’informazione. Il punto è che, contestualizzando un attimo la questione, man mano che partecipiamo del mondo digitale, dobbiamo imparare a districarci in sistemi operativi e social network creati da altri con intenti spesso ben diversi dai nostri e in realtà poco avvezzi a modalità aperte, orizzontali. Non è un mistero che l’high-tech butta soldi nelle reti sociali perché le ritengono forte strumento di marketing, né che i giganti online ci invitano in luccicanti comunità per poi recintarle, riempirle di pubblicità e servizi a pagamento, per non parlare del mancato rispettto della privacy. Per dirla tutta, i veri clienti di Facebook sono gli inserzionisti (e a breve gli azionisti), non certo noi semplici utenti. E in uno scenario web sempre più simile all’odiata TV, diventa cruciale acquisire un minimo di “media literacy” e di alfabetizzazione digitale per capire meglio cosa succede dietro le quinte e come poter rispettare i tradizionali contratti sociali, allo scopo di ri-umanizzare la cultura online e di riappropriarci degli strumenti partecipativi propri del digitale.

Ne scaturisce che il motto “Programma o sarai programmato” — titolo di un delizioso libretto del 2010 dell’attivista culturale Douglas Rushkoff, di prossima uscita italiana — diventa un invito propositivo all’azione di base, alla spinta verso una progettualità dinamica e partecipativa per potersi divincolare dal controllo, strisciante o palese, che governi e corporation di ogni parte del mondo vorrebbero continuare ad esercitare. Un filo rosso che collega fra loro le BBS degli anni ’70 in Usa e reti quali FidoNet dei primi ‘90, il software libero e open source, le mille facce del giornalismo partecipativo e gli standard aperti e le licenze Creative Commons, fino all’attuale esplosione dell’internet sociale nelle sue varie forme.

Insomma, se una figura pubblica cerca di offrire un segnale di taglio culturale, perché mai stracciarsi le vesti? E darsi al facile cinismo politichese? Magari anche in Italia amministratori e cittadini decidessero, per una volta, di dare simili segnali e apprendere insieme a scrivere stringhe, sull’onda di iniziative come CodeYear. Lavorando in modo collaborativo per democratizzare il codice e per democratizzare internet.

[Articolo pubblicato il 14/1/2012 su LaStampa.it ]



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