Perché non è il caso di mandare qualcuno a Chicago

16Feb12

La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. L’antico adagio descrive perfettamente la piccola storia che gira in questi giorni in alcuni circoli online nostrani, denominata “Manda Tigella a occupare Chicago!”. In breve, Claudia Vago chiede ai netizen contributi economici per pagarsi viaggio più alloggio, vitto, ecc. a Chicago per 10-20 giorni a inizio maggio.

Rispondendo un commento critico sul suo blog, a questo fatto della stanza d’albergo, Claudia replica: “Non credo che resterò tutto il tempo all’accampamento: io vado per raccontarlo, non per occupare. Cercherò di dormire lì qualche notte, ma mi servirà un post tranquillo in cui rimettere insieme i materiali da pubblicare, ogni giorno, nel sito”. Il punto sembra essere insomma, non l’attivismo di per sè bensì quello di seguire in loco il movimento Occupy e poi produrre (in modo alquanto vago, no pun intended😉 “materiali multimediali che (ne) raccontino l’organizzazione”.

Ciò ha dato vita a un tam-tam preventivo alquanto assurdo e controproducente, neppure si trattasse di chissà quale evento storico per la Rete italica. Oltre a vari rilanci del tutto acritici, quasi di ‘default’, non manca chi ci appiccica l’inevitabile etichetta di “futuro del giornalismo”, altri rilanciano frasi ad effetto sulla disintermediazione dell’informazione — con toni che non nascondono acuti di ideologia e auto-referenzialità. Ne esce fuori un quadro dal sapore approssimativo, poco ponderato e tutto sommato superfluo.

Pur nel suo piccolo, da anni LSDI (a cui collaborano persone legate a testate tradizionali, dei new media e del citizen journalism, inclusi progetti collaborativi di respiro internazionale) scandaglia sia la Rete sia il mondo dell’informazione per partecipare, documentare e appoggiare i vari “giornalismi possibili”. Questa volta segnaliamo però un caso di giornalismo mancato, non tanto per criticare il progetto in sè, quanto piuttosto perché il puzzle sconnesso, e acriticamente massificato, che ha preso forma in questi giorni danneggia anche quel che di buono c’è nell’ idea stessa. Un guazzabuglio che provoca un rumore di fondo e un pressapochismo che risulta controproducente per l’informazione in generale — e ancor più per il “futuro del giornalismo”, qualunque forma questo dovesse assumere.

OWS (Occupy Wall Street) è già fin troppo coperto sui social media (e sul mainstream). Per sua genesi e natura, il movimento OWS è stato (lo sarà anche a Chicago e dopo) uno dei temi che più e meglio usa i social media e internet per farsi sentire, senza filtri e a modo proprio. Basta fare semplici ricerche sul web, nella blogosfera, su Twitter, YouTube o altrove. Gli attivisti hanno prodotto (e producono) una mole incredibile di materiali multimediali. Su Amazon sono disponibili a pochi dollari diversi e-book autoprodotti con documenti originali, riflessioni, resoconti dettagliati. Un libro cartaceo (il cui ricavato andrà tutto al gruppo di New York che lo ha curato) è uscito da poco per OR Books e sta per arrivare in Italia presso un editore molto grosso. Analogamente, pressoché ogni testata mainstream del mondo ha seguito le vicende di OWS finora (e seguirà l’evento di Chicago), spesso e volentieri rilanciandone gli stessi materiali autoprodotti diffusi online, oltre ovviamente ad aggiungervi proprie analisi condivisibili o meno.

C’è quindi bisogno di ulteriori “corrispondenti”? Cosa potrà raccontare Claudia che già non viene diffuso dagli stessi attivisti online? Ha senso creare ulteriore rumore online? Forse l’unica utilità è quella della lingua, ma molto materiale è visuale/multimediale e ormai in Italia tanti masticano un po’ d’inglese (soprattutto fra i netizen), esiste ‘Google translate’, la lingua non è affatto un elemento cruciale.

Esiste un valore aggiunto d’informazione in questa idea? C’è stato forse un ‘furor di popolo (della Rete)’ che ha chiesto a Claudia di fargli da ‘corrispondente’ in loco? Non sembra, oppure se è così non sembra che venga fuori dal suo progetto, che molte persone affermano di voler finanziare un po’ acriticamente. E in definitiva, c’è davvero bisogno di “corrispondenti” dei social media, e non piuttosto di semplici editor o curator, più che mai nel caso della copiosa produzione di OWS (vedi sopra)?

[ il post prosegue nella sua sede originaria, su LSDI.it, dove se ne discute variamente nei commenti ]



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