Ricordo di John Perry Barlow (1947-2018)

09Feb18

Governi del mondo industriale, stanchi giganti di carne e acciaio, io vengo dal cyberspazio…

Sono passati 20 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio per l’autogoverno della Rete.

John Perry Barlow (1947-2018)

“Governi del mondo industriale, stanchi giganti di carne e acciaio, io vengo dal cyberspazio, la nuova sede della mente. Per il bene del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarci in pace. Non siete i benvenuti tra noi. Non avete sovranità là dove ci siamo riuniti”.

Questo l’incipit della Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio. Ve la ricordate? Mai sentita nominare? Nell’un caso o nell’altro, un po’ di storia non guasta: in questi giorni ricorre il ventesimo anniversario dalla sua stesura. Era inizio febbraio 1996 quando John Perry Barlow (rancher, journo-activist, co-fondatore della Electronic Frontier Foundation nel 1990) decise di rispondere così alla notizia che il Congresso Usa aveva approvato (con solo 5 voti contrari) il Telecommunications Act, la prima volta in cui si provava a regolamentare (anche) la nuova creatura internet.

Tutto ciò con la tipica scusa del materiale osceno, tra norme grossolane e insensate. Insieme alle attività repressive avviate da alcuni anni a livello internazionale, a partire dalla Operation Sundevil ai danni dei primi attivisti informatici animatori della rete di Bbs statunitensi, molte delle quali vennero chiuse, con 27 mandati di perquisizione in 14 città e il sequestro di attrezzature e materiale vario. In modo simile a quanto successe d’altronde nel nostro Paese, con l’Italian Crackdown del maggio 1994: dalla procura di Pesaro partono 173 decreti di perquisizione per una serie di sequestri a tappeto in tutt’Italia, che mettono KO il circuito nascente delle Bbs amatoriali e colpiscono perfino le attività di ‘telematica per la pace’ di Peacelink, stavolta con la scusa del software piratato (ai danni del monopolista di allora, Microsoft, in particolare).

Communication Decency Act: le multe a chi usa Internet

Nello specifico, come racconta lo stesso Barlow nel “commemorare” quell’occasione, la legge Usa (allora nota con il significativo titolo di Communications Decency Act), “prevedeva fino a 250.000 dollari di multa per chi scriveva online termini osceni…[ed] era l’ampia affermazione di poteri incostituzionali e privi di base legale in qualsiasi altro Paese del mondo”. Da qui l’urgenza di stilare un “manifesto per ribadire la naturale anti-sovranità dello spazio sociale globale che avevo iniziato a chiamare cyberspazio sette anni prima”.

Fra l’altro la Dichiarazione fu il primo, concreto esempio della potenza della viralità digitale senza frontiere. Pur con gli strumenti primitivi di allora, in poche settimane almeno 10.000 siti web lo ripresero variamente, traduzioni incluse. Mailing list, forum di discussione e inbox personali lo rilanciavano a spron battuto. A conferma che le radici del ‘popolo di internet’ erano (e sono) ben ferme contro le ingerenze delle nazioni-stato, l’autorità e la censura, a sostegno della massima circolazione dell’informazione e della libertà d’espressione in ogni sua forma.

“Stiamo creando un mondo in cui tutti possano entrare senza privilegi o pregiudizi basati sulla razza, sul potere economico, sulla forza militare o per diritto acquisito. Stiamo creando un mondo in cui ognuno in ogni luogo possa esprimere le sue idee, senza pregiudizio riguardo al fatto che siano strane, senza paura di essere costretto al silenzio o al conformismo. Noi creeremo nel cyberspazio una civiltà della mente. Possa essa essere più umana e giusta di quel mondo che i vostri governi hanno costruito finora”.

Entusiasmo alle stelle e visioni di giustizia a non finire. Gettando così le basi per la creazione di un mondo ‘altro’, autonomo e paritario, il cyberspazio, che spettava comunque a noi costruire e mantenere indipendente. Un incitamento ideale per aggregare le tante anime in fieri di quel mondo sotterraneo in fase emergente. E per sbattere in faccia all’attenzione pubblica, e ai disattenti media di allora, quel che di lì a breve sarebbe emerso come il motore dei profondi cambiamenti socio-economici-politici dell’odierna età digitale.

Inevitabile, a 20 anni di distanza, chiedersi: esiste ancora questo mondo? Anzi, siamo mai riusciti a crearla questa “civiltà della mente”? Hanno senso quei proclami oggi, nell’era dei social media e del mobile 24/7, in un contesto (digitale ma non solo) profondamente diverso dal 1996? Certo è che rileggere (o leggere per la prima volta) oggi quel testo offre un utile spaccato storico e culturale proprio su come e quanto siano cambiate le cose, a partire dall’auspicato cyberspazio che non è certo diventato così “indipendente”, anzi.

I big player di Internet: il lato oscuro della forza

Oggi conosciamo bene il potere acquisito dai colossi high-tech e dagli algoritmi per tutti i gusti, come pure il vaso di Pandora aperto dalle rivelazioni di Edward Snowden sul monitoraggio industrial-statale nelle società democratiche, insieme alle annesse persecuzioni legali contro i whistleblower di ogni ambito. Oltre che ai danni di chi persegue attività online ritenute tuttora ‘controverse’ ma certamente cruciali per tantissimi di noi cyber-cittadini e per la società intera, quali file-sharing, no-copyright e open access.

Tutte situazioni impossibili da immaginare allora, ovviamente, pur se le lacune di quella Dichiarazione rivelano la cecità (voluta?) dei cyber-libertariani sul nuovo tecno-potere emergente e le sue ampie ricadute sociali, dal digital divide sempre presente tra Nord e Sud del mondo alla nascita di movimenti ‘antagonisti’ come Occupy e Anonymous. Ovvero, Barlow è sempre stato aperto propugnatore del neo-liberismo, e anzi già ben addentro al gotha dell’economia mondiale: la Dichiarazione è stata buttata giù durante il party di chiusura dello staff al Forum economico mondiale di Davos del 1996.

Ma al di là di simili ingenuità, il testo va comunque ammirato per la chiarezza di certe previsioni (soprattutto l’onda lunga delle intrusioni governative e la necessità di auto-organizzarsi e rispondere per le rime) e il pressante invito a creare autonomie online di pluralismo e confronto, a darsi da fare sul fronte della produzione e della distribuzione di contenuti (e cultura) creati in prima persona. Puntando comunque a creare un mondo ‘reale’ migliore. O comunque di provarci seriamente e collaborativamente.

L’autogoverno è ancora possibile

Certo, c’è chi sostiene (e a ragione, per certi versi), che quello di oggi “non è più il cyberspazio” e che il sogno di un’internet e di un mondo “più umani di quello che vorrebbero imporci i governi” è stato (irrimediabilmente?) inghiottito dai mostri high-tech in primo luogo. E quindi dobbiamo tenere gli occhi ben aperti per assicurarci in futuro un’internet davvero ‘free and open’. Ma è pur vero che la Dichiarazione include messaggi di super-attualità tutt’altro che trascurabili: incitare a percorsi di trasversalità e contaminazione, decentramento e hacktivismo, in un’epoca di massima centralizzazione di testate, socialità, contenuti. Un appello al monitoraggio attento sui pericoli dei lucchetti alla conoscenza e del controllo diffuso, entrambi ormai integrati nei gadget di uso quotidiano. Un invito pressante ai cittadini vecchi e nuovi del cyberspazio a (ri)prendere in mano il ‘bene comune internet’, per attivarne al meglio le potenzialità creative e la partecipazione dal basso sul territorio. Insieme all’importanza di un approccio critico sul digitale nel senso più ampio, altra specie in via d’estinzione nell’online odierno.

Da qui l’urgenza di rimboccarsi le maniche e insistere con pratiche di cambiamento bottom-up, online e offline. Senza nostalgia ma anzi anticipando l’attualità. Come continuano a fare tanti attivisti e cittadini in molte aree del pianeta (elettrico), incluse le varie realtà nostrane in movimento: dai maker alle battaglie sui diritti digitali, dall’innovazione consapevole alle iniziative a tutto campo sui commons. Perché, altro motto tipico in Rete negli anni della Dichiarazione di Barlow e meritevole di un attento revival:  what it is > is up to us.

Bernardo Parrella, febbraio 2016

Incluso nel libro “Il futuro trent’anni fa” (Manni), a cura di Laura Abba e Arturo Di Corinto

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