Il patto suicida dei giornali(sti)

06Jun09

Ho sempre pensato che la pseudo-diatriba su contenuti online a pagamento o meno, di cui si riparla variamente anche nei giri italiani, sia solo uno specchietto per le allodole o tutt’al più l’ennesimo ‘smoke screen’ che l’industria giornalistica tenta d’imporre al pubblico onde spremerne altri denari per pagare i propri stipendi in questi tempi di crisi (riguardo vendite e inserzionisti, non sui contenuti) e di mancanza di idee (da parte loro, su come partecipare tali contenuti con gli ex-lettori). Ma il punto è che sono stati proprio costoro – i Big Media, l’industra editoriale e i relativi giornalisti doc – ad aver creato tale crisi e a voler continuare a mettersi spesse fette di salame sugli occhi (quando in buonafede) insistendo con robe da fiction tipo “la crisi dell’informazione”, oppure a sfruttare bellamente l’apertura della Rete e i contenuti degli utenti solo per rubare spazio e attenzione per i loro vantaggi economici (quando in malafede). Eppure sono sempre costoro che vorrebbero addossare a lettori e utenti online la responsabilità di “trovare insieme” nuovi modelli commerciali, fingendo di volerli coinvolgere in una discussione nettamente viziata fin dall’inizio – in Italia tutto ciò è plateale, basta vedere come si muovono online i (anzi, gli ex) pescecani dell’informazione nostrana.

Non è quindi un caso che stamani mi sia imbattutto in quest’intervento davvero lucido e cruciale, oltre che ben corposo e argomentato, di Dan Conover, cofondatore del blog collettivo Xark! – pur se centrato sullo scenario Usa, analisi e conclusioni sono sicuramente valide per ogni Paesi occidentale. In sintesi? Ecco come la mette giustamente Cory Doctorow su BoingBoing: “it’s one the most interesting, best-referenced criticism of the newspaper industry’s thrash-and-FUD I’ve read”. Occorre insomma far piazza pulita della montagna di fuffa infilata nel dibattito sul futuro dei business model dei giornali. È ora di dire pane al pane e vivo al vino, senza tante menate o rilanci commerciali malamente travestiti da ‘eresie’. Spiegando nuovamente che giornali e giornalisti faranno “anything to survive… so long as it doesn’t involve change.” Non è forse abbastanza chiaro?

Invito caldamente alla lettura, oltre che a visitare le decine e decine di link inclusi, per convincersi definitivamente a lasciar andare alla deriva le grandi testate e i giornalisti doc, assistendo con massima serenità alla consumazione dell’odierno patto suicida da loro stessi avviato. Per trarre ispirazione invece dal giornalismo vero di una volta (investigativo, partecipe e bene sociale, non ottuso sul mega-business) e concentrare le energie in quel che di nuovo è possibile fare partendo dall’orizzontalità e dalla partecipazione garantita dai media digitali – qui & ora. Come ribadiscono lucidamente le battute conclusive del testo di Dan Conover:

America’s journalism infrastructure – from corporate giants to non-profit foundations like the American Press Institute and the Newspaper Association of America – is funded by dying companies. So when you hear about efforts to save newspapers (and, by extension, journalism), understand that answers that don’t return the possibility of double-digit profits and perpetual top-down control aren’t even considered answers. They’re not even considered.
They’ll do anything to survive… so long as it doesn’t involve change.
Maybe the best thing these old media companies can do today is fail quickly.
This was their choice, not ours. Wave to them as they leave, and try to remember what they once were, not what they’ve become.



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