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Cap. 1 – L’ambito medico-scientifico

 

Nel settore della ricerca internazionale, la riscoperta delle sostanze psichedeliche a livello mainstream risale a circa vent’anni fa, quando ci si barcamenava nel quadro proibizionista imposto pressoché ovunque a partire dalla fine degli anni ’60. Già nei due decenni precedenti erano state pubblicate un migliaio di articoli scientifici su vari aspetti delle sostanze psicotrope, mentre si calcola che oltre 40.000 soggetti volontari abbiano preso parte a test di laboratorio. I ricercatori ne avevano segnalato le applicazioni positive come coadiuvante per la depressione e l’alcolismo, oltre che nei casi di deterioramento psico-spirituale per persone colpite da malattie terminali o avanzate. L’ultimo esperimento finanziato ufficialmente dal governo americano risale al 1977, condotto a Baltimora da un giovane ricercatore, William Richards, a cui fece seguito un ventennio oscurantista. Invece lo scorso anno alcuni ricercatori brasiliani hanno pubblicato un’analisi comparativa di tutti i test clinici sugli psichedelici apparsi nelle riviste specializzate dal 1995 al 2015. Anche se soltanto sei dei 151 studi analizzati hanno rispettato i rigorosi criteri imposti per le indagini scientifiche odierne (la gran parte erano troppo ridotti, altri erano frutto di scarsi controlli, o presentavano problemi diversi), il quadro appare decisamente positivo, come si legge nell’introduzione alla stessa analisi:

 

Gli studi analizzati suggeriscono effetti benefici per il trattamento dell’ansia e della depressione, anche in associazione con malattie terminali, e della dipendenza da alcol e tabacco. Tutte le sostanze sono state ben tollerate. In conclusione, ayahuasca, psilocibina e Lsd possono essere utili strumenti farmacologici per il trattamento di tossicodipendenza, ansia e disturbi psicologici, specialmente in casi resistenti ai comuni farmaci.

 

I ricercatori brasiliani concludono consigliando ulteriori test clinici, condotti in base agli standard attuali (controllati, a doppio cieco, con placebo) su gruppi più ampi di soggetti proprio per convalidare o meno tali risultati. Ed è esattamente quanto sta succedendo in importanti centri internazionali, a partire dalla Johns Hopkins University di Baltimora, in Maryland, con i test sulla psilocibina usata per contrastare la dipendenza da varie sostanze e per alleviare l’ansia della morte nei malati di cancro terminale. Questo programma di ricerca è partito nel 1999 e i primi frutti concreti sono arrivati nel 2006, quando il Dr. Roland Griffiths, docente di psichiatria e neuroscienze, ne ha pubblicato i risultati sul Journal of Psychopharmacology, con un titolo esplicito: «La psilocibina può causare esperienze di tipo mistico sostanziali e sostenute a livello personale e spiritualmente significative». Alla metà dei 36 soggetti volontari era stata somministrata una pillola di psilocibina e all’altra metà un placebo attivo. Per oltre due terzi del primo gruppo, il susseguente “viaggio” venne caratterizzato come una delle esperienze più significative mai provate a livello spirituale.

In una successiva serie di domande e risposte finalizzate ad approfondire le motivazioni e le finalità dello studio, il Dr. Griffiths ha spiegato fra l’altro:

 

Negli anni 1950 e 1960, la scienza e la ricerca applicata iniziarono a occuparsi degli allucinogeni, evidenziandone le potenzialità per la psicoterapia, il trattamento delle dipendenze e lo sviluppo della creatività, suggerendo altresì che occasionalmente queste sostanze potevano dar luogo a esperienze di tipo mistico. Le normative imposte in risposta agli eccessi della psichedelia degli anni ‘60 bloccarono quasi completamente quelle ricerche, lasciando incompiuti certi filoni promettenti. Nonostante l’uso lecito e illecito di questi anni, oggi sappiamo davvero poco, dal punto di vista della moderna ricerca psicofarmacologica, sui loro effetti acuti e a lungo termine. Il nostro studio è stato uno dei primi a riaprire questo campo. Facendo seguito alla nostra sperimentazione sulla psilocibina, i ricercatori di altri importanti centri, tra cui Ucla (Università della California a Los Angeles), l’Università dell’Arizona e quella di Harvard hanno iniziato a pianificare o a condurre ricerche sugli psichedelici.

 

Proprio così: con il Controlled Substance Act voluto da Richard Nixon, entrato ufficialmente in vigore negli Stati Uniti il primo maggio 1971, anche gli psichedelici furono infatti inseriti nella classificazione più restrittiva, la Tabella I (nessun valore terapeutico, forte rischio d’abuso, pene draconiane per l’uso ricreativo), e quindi messi fuorilegge anche per la ricerca scientifica. Norme subito riversate in un apposito trattato delle Nazioni Unite e replicate nelle normative dei singoli Paesi (per esempio, nel Regno Unito tali sostanze rientrarono nell’analoga Classe A).

Negli ultimi 20 anni, tuttavia, sono cresciute le pressioni quantomeno per consentire le sperimentazioni scientifiche e le autorità Usa hanno man mano dato il via libera a 26 studi specifici, in aggiunta ad altre indagini cliniche nel resto del mondo. La prima serie di test ufficiali e autorizzati su esseri umani è iniziata nel 1990 presso l’ospedale dell’Università del New Mexico ad Albuquerque. Lo studio è durato cinque anni per un totale di 60 volontari esperti di sedute psichedeliche e variamente coinvolti in pratiche religiose, a cui sono state somministrate dosi di Dmt sintetico (N,N-dimetiltriptammina), cioè il corrispettivo dell’ingrediente psicoattivo prodotto in minime quantità dal cervello umano e naturalmente presente nella miscela di erbe usate nell’ayahuasca. Il Dmt è stato sintetizzato per la prima volta nel 1931 dal chimico Richard Manske, e la dose media si aggira sui 25-30 milligrammi se fumato/inalato, e viene metabolizzato in circa cinque minuti.

Coordinato da Rick Strassman, medico con alle spalle 18 anni di esperienza psichiatrica e praticante del Buddismo Zen, il test puntava a studiare le potenzialità della sostanza nel favorire la ricerca interiore, le visioni spirituali e l’aspetto mistico. I risultati a livello biologico e psicologico, incoraggianti pur se diversificati, sono stati poi inglobati nei decenni di studi sul campo condotti da Strassman. Se ne ricava, per esempio, che il Dmt non produce effetti benefici di per sé, ma il contesto in cui viene assunto è ugualmente, se non più, importante della sostanza stessa. E ancora, che l’esperienza spirituale e lo stato mistico emergono con forza un po’ per tutti, mentre per qualcuno il cervello diventa un radar capace di «captare universi paralleli abitati da esseri senzienti». E che questa triptammina verrebbe prodotta direttamente dalla ghiandola pineale, considerata dagli induisti il sito del settimo chakra e da Cartesio la fonte della coscienza stessa. Esiti imprevisti e complessi, che insieme alle riflessioni personali dell’autore, sono stati infine raccolti in un volume del 2001 (Dmt, The Spirit Molecule, pubblicato in italiano da Spazio Interiore), seguito nel 2010 dall’omonimo documentario, diffuso su YouTube due anni fa e con quasi un milione di visualizzazioni.

 

In Europa si riparte dall’Lsd

 

Un filone fondamentale della ricerca contemporanea parte dal noto ospedale psichiatrico Burghölzli dell’Università di Zurigo, grazie all’impegno di Franz Vollenwieder, pioniere di fama mondiale negli studi sul cervello e gli psichedelici. Un percorso intrapreso oltre 20 anni fa, seguendo le orme del connazionale Albert Hofmann, che nel 1978, ormai pensionato, consigliò caldamente a Vollenwieder di intraprendere la carriera medica proprio per studiare queste sostanze. Senza troppa pubblicità e superando innumerevoli scogli burocratici, col tempo il suo gruppo di lavoro ha messo a punto sofisticate tecnologie di diagnostica per immagini in grado di fotografare gli effetti di varie sostanze psicotrope sul cervello. Un progetto ispiratosi al promettente lavoro sull’Lsd avviato da Werner Stoll fin dal 1947, nel medesimo Burghölzli, dove era di casa anche il giovane Carl Jung all’inizio del XX secolo. Vollenwieder ha poi conquistato l’attenzione degli esperti neurologici all’inizio degli anni ’90, somministrando a volontari sani dosi di chetamina e psilocibina, sostanze psicoattive apparentemente assai diverse tra loro. La tomografia computerizzata (Pet scan) ha rivelato che entrambe incrementano il metabolismo del lobo frontale del cervello, pur se tramite azioni farmacologiche differenti. Finendo così, secondo Vollenwieder, per innescare «una sindrome di tipo psicotico che per molti aspetti somigliava all’esperienza schizofrenica». Linguaggio questo che in parte si rifà alle prime sperimentazioni cliniche degli anni ’50, quando gli allucinogeni erano noti tra i ricercatori come “psico-mimetici”, proprio perché i loro effetti apparivano simili a quelli della psicosi, rivelandosi quindi utili per studiarne le patologie specifiche e i possibili rimedi terapeutici. Una teoria che, man mano, perse credito e venne infine smontata nel 1959 dal leggendario psichiatra svizzero Manfred Bleuler, il quale, nel corso del Primo congresso internazionale di neuropsicofarmacologia, dichiarò incontrovertibilmente che «pur avendo rafforzato la comprensione concettuale delle psicosi organiche, in realtà gli allucinogeni non hanno offerto alcun contributo alla comprensione delle patologie della schizofrenia». L’evoluzione del modello clinico ne rivelò piuttosto l’efficacia come chiave per stimolare nuove dimensioni di consapevolezza e per portare facilmente in superficie il materiale psichico represso. Su queste basi, fu soprattutto lo psichiatra canadese Humprey Osmond a sperimentare mescalina e poi Lsd per il trattamento dell’alcolismo, notoriamente difficile da superare con la sola psicoanalisi. L’annesso stato trascendentale e mistico rilevato nei pazienti lo portò così a coniare nel 1956 il termine “psichedelico” (vale a dire: che induce la psiche a manifestarsi). Una definizione che, derivata dal greco e nata dallo scambio epistolare tra Osmond e lo scrittore britannico Aldous Huxley, sarebbe poi stata presentata ufficialmente in un convegno dell’Accademia delle Scienze a New York l’anno successivo e mirata esplicitamente a porre tali preparati sotto una luce più positiva.

A proposito di terminologia, va tenuto conto che anche la parola “allucinogeno” rivela connotati negativi e oggi viene per lo più rifiutata dalla comunità medico-scientifica, oltre che essere fenomenologicamente poco corretta: solo raramente le distorsioni provocate dagli psichedelici possono definirsi vere e proprie allucinazioni, quanto piuttosto distorsioni percettive di stimoli concreti. Un altro termine di recente acquisizione in questo campo è “enteogeno”, altro derivato dal greco per indicare gli stati alterati analoghi o facilitatori di esperienze mistico-spirituali, spesso usato in contrapposizione all’uso puramente ricreativo o nel contesto delle pratiche. Pur tenendo presenti le dovute distinzioni, nella letteratura internazionale odierna (e anche in questo libro) tali termini – allucinogeni, enteogeno, psichedelici – vengono usati in maniera pressoché equivalente.

Tornando a Vollenwieder, oggi tra le sue indagini rientrano anche test per verificare se e come l’Lsd faciliti l’interazione sociale tra soggetti sani, oltre a studi in corso per valutare gli effetti della psilocibina a livello di attenzione, percezione e consapevolezza. Obiettivo più a lungo termine rimane la possibile definizione scientifica di processi quali l’evoluzione della coscienza e la dissoluzione dell’ego. Come spiega lo stesso studioso:

 

Chiunque sia capace di elaborare pensieri astratti può notare che l’esperienza psichedelica provoca il superamento dell’ego, oppure il fatto che l’identità personale finisce per fondersi in un sé di maggiori proporzioni. Oggi gli studi sul cervello iniziano a rivelarci le modalità operative di questo tipo di elaborazioni.

 

Si tratta di un campo d’indagine ripreso oggi dai neuroscienziati dell’Imperial College londinese. È qui che nel 2010, applicando le medesime tecniche di scansione tomografica messe a punto nell’ospedale psichiatrico Burghölzli, Robin Carter-Harris e il suo gruppo hanno iniziato a studiare le immagini da cui si rileva la maggiore connettività del lobo frontale sotto l’influenza dell’Lsd. Lo psichedelico appare così in grado di ridurre il livello di comunicazione tra le regioni della Rete Neurale Predefinita portando alla dissoluzione dell’ego e alla sensazione di non essere poi così separati da tutto ciò che ci circonda, come hanno rivelato le scansioni diffuse nella primavera 2016. Ai soggetti di questo studio sono stati iniettati 75 microgrammi di acido lisergico e le inedite immagini high-tech hanno coinvolto svariate regioni cerebrali. «L’importanza di questo esperimento per la neuroscienza è paragonabile a quella del bosone di Higgs per la fisica», spiega il Prof. Nutt. «Finora non avevamo idea che gli effetti dell’Lsd fossero così profondi. Era difficile averne la prova. I ricercatori sembravano timorosi di fare simili esperimenti oppure non riuscivano a superare le enormi difficoltà tecniche in gioco». Questi elementi contribuiscono a spiegare l’impegno crescente sia in campo scientifico sia a livello mediatico, grazie soprattutto al fattivo supporto della Beckely Foundation, fondata nel 1998 da Amanda Fielding (si veda più avanti la sua sintesi dell’esperimento e del contesto generale). Molte le testate giornalistiche anglofone che ne hanno parlato, sottolineando le potenzialità per la psichiatria, soprattutto per il trattamento della depressione e di altri disturbi mentali dove vigono pensieri negativi, anche perché i miglioramenti (soprattutto il passaggio verso un approccio alla vita di tipo positivo e ottimista) non sembrano svanire una volta scemato l’effetto della sostanza.

 

«Pare che l’Lsd riesca ad attivare l’area del cervello associata con l’auto-coscienza, il lobo fronto-parietale, fino a creare forti legami con le aree del cervello che elaborano informazioni sensoriali sul mondo esterno, aree normalmente non connesse tra loro. A sua volta questa inter-connessione sembra collegare il senso del sé e dell’ambiente, arrivando potenzialmente a sfocare i confini della nostra l’individualità», spiega Enzo Tagliazucchi [ricercatore argentino coinvolto in questi esperimenti europei]. «Al contempo l’Lsd accelera la condivisione di informazioni tra le regioni cerebrali da cui dipende la percezione di noi stessi e del mondo circostante».

–Newsweek, 22/4/2016

 

Va tenuto conto che tutto ciò avviene nell’ambito di norme pur sempre proibizioniste. Oltre al Misuse of Drugs Act statunitense, in linea con le direttive dell’Onu già menzionate, nell’aprile 2016 il Parlamento britannico ha approvato una legislazione più specifica, lo Psychoative Substance Act. Per fronteggiare il rampante fenomeno dei cosiddetti legal highs (dall’alcol alle designer drugs), sono passate in tutta fretta e senza le adeguate consultazioni con il mondo scientifico una serie di normative ancora più stringenti per le sostanze psicoattive (ovviamente con l’eccezione di nicotina, alcol e caffè). Lungi dal bloccare il fiorente mercato nero, oggi attivo soprattutto online anziché in strada come una volta, l’ennesimo divieto indiscriminato rischia di smorzare sul nascere certe aperture legali sulla ricerca psichedelica. Infatti nel Regno Unito, il primo test clinico ufficialmente autorizzato dopo il blocco imposto a fine anni ’60, ha riguardato lo studio curato nel 2009 dal team di David Nutt, all’epoca direttore dell’unità di psicofarmacologia dell’Università di Bristol: la somministrazione per via endovenosa di psilocibina a soggetti volontari per studiarne la tollerabilità. I risultati positivi sono stati confermati da un ulteriore test preliminare, condotto recentemente sotto l’egida dell’Imperial College di Londra (dove Nutt dirige l’unità di neuropsicofarmacologia dal 2010) e della Beckely Foundation. Quest’esperimento ha preso in esame un gruppo ristretto di pazienti affetti da depressione cronica, che non avevano tratto alcun miglioramento dagli odierni psicofarmaci, e si è limitato a stabilire soltanto l’innocuità dell’enteogeno. Tutti i soggetti hanno riportato la diminuzione dei sintomi a una settimana di distanza e la maggioranza ha confermato questa tendenza anche nelle successive interviste tre mesi dopo. «Abbiamo trattato persone che soffrivano di depressione da 30 anni, ed è bastata un’unica dose a farli star meglio», ha concluso il Prof. Nutt. «Ciò vuol dire che la sostanza riesce a operare a livello profondo». Lo stesso gruppo di ricercatori sta preparando due ulteriori test clinici sull’Mdma: uno per ottenere le immagini cerebrali di pazienti affetti dal disturbo post traumatico da stress (Dpts) tramite la risonanza magnetica e l’altro per studiarne gli effetti nel trattamento di un gruppo di alcolisti. A coordinarli è Ben Sessa, psichiatra della seconda generazione psichedelica all’Imperial College, che un paio d’anni fa ha anche predisposto e diffuso un modulo d’insegnamento per la medicina psichedelica inclusivo dei risvolti storico-scientifici e specificamente diretto ai medici specializzandi. Ed è anche il motore principale dietro l’evento biennale multidisciplinare Breaking Convention, la cui quarta edizione si è tenuta all’Università di Greenwich, a Londra, a inizio luglio scorso – autodefinitosi come il “più grande convegno sulla coscienza psichedelica nell’universo conosciuto”.

Nell’Europa continentale, va poi segnalato lo studio autorizzato a fine 2007 dal governo svizzero relativo agli effetti dell’Lsd su un gruppo di malati terminali, condotto da Peter Gasser, psicoterapista di Solothurn già coinvolto nelle prime sperimentazioni tra il 1988 e il 1993. Alla notizia, l’amico-tutore Hofmann, scomparso pochi mesi dopo, ha affermato con orgoglio: «Il mio desiderio si sta avverando. Non credevo che sarei riuscito a vedere l’Lsd finalmente conquistare lo spazio che merita in campo medico». Il test (che rispetta tutti i parametri scientifici odierni, cioè a doppio cieco, con placebo, randomizzato) ha interessato 12 pazienti affetti da ansia associata a malattie incurabili e ha incluso svariate sedute di psicoterapia affiancate da due sessioni con Lsd. Le successive verifiche, a due e a dodici mesi di distanza, hanno confermato la netta diminuzione dello stato d’ansia e l’assenza di effetti acuti o cronici. Questo il commento di Gasser alla pubblicazione dei risultati, sul Journal of Nervous and Mental Disease nel 2014:

 

Davanti all’eventualità di una morte imminente e prematura, con l’annesso fardello di sofferenza e  impotenza, queste persone si sono rivelate aperte e pronte per un’esperienza esistenziale unica come quella offerta dall’Lsd.

 

Si tratta dunque di un ambito della ricerca con la massima utilità umana e sociale, che va trovando sempre maggiore riscontro negli Stati Uniti e non soltanto nell’ambito scientifico. Su internet non mancano infatti le testimonianze personali anche drammatiche, come quella pubblicata in agosto su Salon.com: l’autore è un baby boomer che negli anni ’60 aveva provato l’acido «centinaia di volte»; oggi 68enne, gli viene diagnosticato con il cancro del midollo osseo, mentre la moglie è al contempo alle prese con un tumore al seno di stadio IV. Leggendo online dei vari studi in corso con l’Lsd per casi simili al suo, decide di procurarselo per alleviare i forti attacchi di ansia, dolore, depressione e paura della morte a cui va soggetto con sempre maggior frequenza. Un’odissea infinita. Alla fine, ne rimedia una dose; ma dopo attente riflessioni, basate anche sui riscontri dei vari individui a cui comunica la sua propensione, decide di tenerlo comunque nel cassetto per usarlo al momento opportuno. «Per adesso, soltanto il fatto di averlo mi fa sentire meglio», conclude. Si tratta dell’ennesima riprova di come oggi simili questioni riguardino un po’ tutti e trovano giusto spazio nei media e nell’opinione pubblica americana. E di come certe lezioni di 50 anni fa, con tutti i pro e i contro, siano state ben apprese e digerite, per arrivare solitamente a prospettive ben più mature.

Tornando alla ricerca medica, i potenziali effetti analgesici dell’Lsd, scoperti la prima volta dall’anestetista tedesco Eric Kast nel 1967, sono stati riformulati una decina di anni fa soprattutto per chi soffre di cefalea a grappolo. Il team del dottor John Halper ad Hannover ha perfino messo a punto uno specifico farmaco alternativo senza gli effetti allucinogeni dell’acido (2-Bromo-Lsd), diffondendo nel 2010 i gli incoraggianti risultati di un’indagine informale su 53 pazienti. Qualora queste proprietà analgesiche dovessero trovare conferma, le implicazioni sarebbero ovviamente di ampia portata, viste le molteplici applicazioni nella medicina generale.

Infine, l’anno scorso la Eleusis Benefit Corporation, fondata nel 2013 a Londra dall’imprenditore americano Shlomi Raz per «studiare l’uso di questi strumenti per il futuro dell’umanità», ha completato la Fase 1 (vale a dire con le stesse condizioni dello studio di Gassner menzionato sopra) di un test mirato ad analizzare il livello di creatività di un piccolo gruppo di volontari sotto acido. I risultati finali sono attesi quanto prima, e molti prevedono la conferma dello stretto legame tra creatività e psichedelici emerso ripetutamente nella storia umana: dal pittore e poeta belga-francese Henri Michaux (1899–1984), allo scrittore inglese Aldous Huxley (1894–1963) fino alla star del cinema hollywoodiano Cary Grant (1904–1986), giusto per citare qualche nome famoso della recente storia occidentale che ne fa esplicita menzione. E in campo artistico non c’è che l’imbarazzo della scelta, dal rock psichedelico di Grateful Dead e Pink Floyd ai quadri visionari di Alex Grey e Martina Hoffman. Anche in questo caso non si tratta altro che di rimettere mano alle indagini già avviate nell’era pre-proibizione, in particolare quelle dello psichiatra statunitense Oscar Janiger che tra il 1954 e il 1962 facilitò le sessioni (all’epoca non governate da rigorosi parametri scientifici) per quasi un migliaio di persone comprese tra i 18 e gli 81 anni, con professioni e retroterra culturale assai diversi tra loro. Pur considerata la prevedibile varietà di esperienze, emersero soprattutto l’orientamento mistico-spirituale e, appunto, i forti stimoli creativi. Altri sporadici esperimenti incentrati su creatività e Lsd risalgono all’inizio degli anni ’70 con Stanley Krippner, preceduti da uno studio del 1955 a Berlino con quattro noti graphic designer. E questa serie di risultati incoraggianti del passato rimandano a un principio sempre più fondamentale oggi: l’affermazione del diritto alla libertà di ricerca sulle sostanza psicotrope.

Nel complesso, dunque, il quadro della ricerca europea sull’Lsd sembra assai promettente, anche perché qui il termine (come la sostanza stessa) suggeriscono implicazioni meno nefaste sull’opinione pubblica attuale di quanto non accada invece nella scena statunitense, dove l’immaginazione mediatico-popolare continua a legarlo strettamente a certi eccessi e tumulti di fine anni ’60. Non a caso i ricercatori Usa preferiscono puntare su Mdma e psilocibina, come descritto più avanti, ribadendo altresì che il dosaggio corretto per una sessione di 6-8 ore è di 50-200 microgrammi, ben al di sotto delle pericolose soglie (500 microgrammi) che divennero presto la norma nell’uso a scopo ricreativo della controcultura americana. In ogni caso, all’epoca gli psiconauti non mancavano di certo neppure in Europa e soprattutto nel Regno Unito. Basti pensare alla travolgente scena rock di quegli anni, a partire dai Beatles: già l’album Revolver del luglio 1966 contiene espliciti riferimenti all’esperienza allucinogena nell’interpretazione di Timothy Leary, con sonorità e testi ancora più psichedelici nei successivi Magical Mistery Tour (fine 1967) e Yellow Submarine (inizio 1969). E i fan di tutto il mondo presero diligentemente nota.

 

Mdma: molecola dalle mille promesse

 

La ricerca clinica contemporanea punta molto sul Mdma (3,4-Methylenedioxymethamphetamina), in particolare nella psicoterapia per il trattamento del disturbo post traumatico da stress (Dpts), per varie malattie mentali e contro la dipendenza. La dose comune va da 70 a 150 milligrammi, per una durata di 4-6 ore. Le ricerche sui potenziali benefici medici dell’Mdma, sintetizzata e brevettata dal gigante farmaceutico tedesco Merck nel 1912, vennero abbandonate dopo alcuni test senza esito sugli animali. Riscoperta nel 1976 dal chimico di Berkeley, Alexander “Sasha” Shulgin, l’Mdma circolò rapidamente tra gli psichiatri come coadiuvante delle sedute terapeutiche. Ciò riguardava soprattutto una cerchia di professionisti californiani, in particolare lo psicoterapeuta (sull’orlo del pensionamento) Leo Zeff, il quale, avendo utilizzato legalmente Lsd e altre sostanze, come il 2C-B, sintetizzate da Shulgin (scomparso nel giugno 2014), ne fu talmente ispirato da portare personalmente la buona novella a oltre un centinaio di professionisti negli Stati Uniti e finanche in Europa. Continuò poi ad usare con successo l’Mdma, nota in questi circuiti come Adam, su almeno tremila pazienti, alcuni dei quali abbracciarono a loro volta la carriera psicoterapeutica in base ai successi riscontrati. Le sue innovative sperimentazioni sul campo, con i diari delle sedute e altre annotazioni personali, sono state raccolte in un libro pubblicato da Maps (Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies) nel 1997, nove anni dopo la morte di Zeff a 76 anni, il quale veniva indicato soltanto con il soprannome di Jacob. Infatti proprio lui, visto il perdurante proibizionismo, in precedenza aveva giudicato «troppo sensitivo» il contenuto delle conversazioni avute con il curatore del volume, il ricercatore Myron Stolaroff, scomparso nel gennaio 2013. La sua identità è stata infine svelata nella successiva edizione ampliata del 2004, dal titolo The Secret Chief Revealed (reperibile gratuitamente sul sito web di Maps), onde dargli il dovuto credito come pioniere nella psicoterapia coadiuvata dall’Mdma. Un quadro confermato da George Greer, psichiatra che negli anni ’80 era ricorso alla terapia basata sull’Mdma con almeno con 80 pazienti e poi contribuendo alla nascita dell’Heffter Research Institute menzionato più avanti: «Ogni terapista con cui venivo in contatto o che somministrava Mdma ai suoi pazienti, rimaneva fortemente impressionato dai risultati ottenuti».

Altrettanto veloce e inevitabile fu tuttavia la diffusione a scopo ricreativo, o meglio, sotto forma di pasticche prodotte con sintesi chimiche fatte in casa, spesso tagliate con anfetamine o altre sostanze dannose: la nota Ecstasy o Molly usata a iosa nei rave party e altri eventi giovanili di massa (soprattutto in Gran Bretagna). In molti casi si è appurato che questo tipo di Ecstasy ha sempre meno a che fare con l’Mdma originario, anche se certe testate giornalistiche continuano nella disinformazione equiparando (e criminalizzando) le due sostanze, come nell’ultimo caso della morte della ragazza sedicenne di Genova a fine luglio, per poi scoprire che in realtà era stata «uccisa da un cocktail di droga e alcol», come ha poi scritto Repubblica. Nel 2000, per esempio, si era appurato che nei rave party di mezzo mondo circolavano pillole poco più grandi di un’aspirina e vendute come Ecstasy a pochi dollari o euro, sembra provenienti da laboratori illegali in Germania e in Danimarca, che in realtà contenevano la pericolosa Paramethoxyamphetamina (Pma), e che nel giro di poco tempo avevano causato la morte di almeno tre persone nell’area di Chicago e altre cinque in Florida. In ogni caso, la combinazione tra l’uso di massa incontrollato e la grossolana amplificazione mediatica portarono nel 1985 alla rapida criminalizzazione dell’Mdma, incrementando il mercato nero e la presenza diffusa di spacciatori privi di scrupoli, con una parabola analoga a quella subìta dall’Lsd sul finire degli anni ’60.

La comunità scientifica non ha mai smesso di interessarsi alle sue molteplici potenzialità terapeutiche dell’Mdma. Nel corso degli anni sono stati pubblicati oltre 5.000 articoli sulle riviste accademiche internazionali e almeno 1.100 volontari l’hanno assunta sotto stretto controllo medico (con dosi dagli 80 ai 150 milligrammi, per una durata di circa 4 ore). Ciò ha portato al primo studio autorizzato dall’agenzia statunitense Fda (Food & Drug Administration) per stabilirne innanzitutto l’innocuità. Quando Charles Grob ne pubblicò i risultati incoraggianti nel 1996, l’ente non-profit Maps decise di impegnarsi per finanziare e condurre 12 test clinici in vari Paesi con oltre 200 pazienti. Obiettivo primario era verificarne i potenziali benefici non solo per il trattamento del Dpts ma anche in casi di traumi dovuti a violenza sessuale, ansia generata da malattie terminali, cefalee croniche, autismo, stress e altri traumi. Si tratta di un iter complesso e costoso, dove oltre a progettare e finanziare i test, occorre ottenere l’approvazione ufficiale da parte delle varie autorità del settore in Usa e, in altri casi, dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) che verifica la sicurezza e l’efficacia delle sostanze illegali. Non a caso solo per le sperimentazioni rispetto al Dpts si stimano costi vicini ai 25 milioni di dollari complessivi, di cui 10 già ricevuti da vari donatori. In base all’estesa mole di dati raccolti finora e basati su sperimentazioni condotte in Usa, Svizzera, Israele, Canada e altrove, nel giugno scorso è stata presentata formale richiesta alle autorità per dare il via all’indagine finale sul Dtps: se tutto andrà come previsto, l’Mdma potrebbe essere legalmente prescritta dai medici statunitensi entro il 2021 – e molti pazienti potranno trarre giovamento da quello che gli esperti definiscono “l’antibiotico della psichiatria”.

Un percorso che rimanda al primo studio pilota ufficiale del 2010, quando la coppia di terapisti Michael e Annie Mithoefer pubblicò i risultati di un test condotto presso l’Università medica del South Carolina. Le sedute psicoterapeutiche avevano coinvolto 20 donne che soffrivano di Dpts dopo aver subito attacchi sessuali, e per le quali i comuni trattamenti si erano rivelati inutili. 12 di loro avevano ricevuto un placebo e le altre 8 invece due-tre dosi a scalare di Mdma: I riscontri effettuati a due e dodici mesi dimostrarono che l’83% del secondo gruppo non aveva più i sintomi del Dpts, rispetto ad appena il 25% del primo gruppo. Esiti positivi confermati dalle successive verifiche a quattro anni di distanza: senza ulteriori assunzioni della sostanza, l’80% dei soggetti coinvolti aveva del tutto superato la malattia. I coniugi Mithofer passarono poi ad applicare i medesimi protocolli a un gruppo di addetti al pronto intervento, tra cui reduci di guerra, pompieri e poliziotti, i cui dati sono andati ad aggiungersi a quelli del promettente test condotto nel 2013 dal team dello psicoterapeuta svizzero Peter Ohen e poi dei ricercatori canadesi e israeliani.

Sempre sotto l’egida di Maps, recentemente si è conclusa anche la seconda fase dei test per il trattamento dell’ansia sociale e dell’autismo (si attende a breve la pubblicazione degli elaborati finali), dove la funzione dell’Mdma è quella di contrastare la tipica assenza di empatia e di reazioni emotive. Al contempo, è stata approvata la prima fase di studio, da tenersi alla Emory University di Atlanta, per contrastare la cosiddetta “estinzione della paura”, in riferimento a quella legata a un trauma che invece può far scattare importanti meccanismi per ristabilire il benessere (come nel caso al Dpts). E si vanno completando le interviste per verificare lo stato di salute dei soggetti affetti da ansia associata a malattie terminali già coinvolti nel test con Mdma di un anno fa.

Secondo la comunità scientifica, tuttavia, le potenzialità terapeutiche dell’Mdma vanno ben oltre. A partire dal trattamento della depressione, come si appresta a fare un team di ricercatori di Cardiff sotto l’egida dell’Imperial College di Londra. D’altronde perché mai ogni fine settimana circa 750.000 persone soltanto nel Regno Unito, sostiene Ben Sessa nel suo libro della primavera 2017, prendono l’Ecstasy a scopo ricreativo, pur con tutti i rischi dovuti alle prevedibili impurità chimiche e spesso all’aggiunta di alcol e altre sostanze? Anzi, secondo i dati del Global Drug Survey del maggio scorso è l’Irlanda a collocarsi al primo post nel consumo mondiale di Ecstasy: il 39,7% degli interpellati ha affermato di aver usato la sostanza in pillola o in polvere almeno una volta durante lo scorso anno (nel 2016 la quota era addirittura al 58%). Con utili annotazioni aggiuntive: soltanto l’1,3% dei consumatori è dovuto ricorrere a qualche trattamento medico e la cifra media pagata è stata di 7,10 euro per una pillola di Ecstasy, rispetto invece ai 46,50 euro per un grammo di Mdma in polvere. Da notare che nel 2015 la Corte d’Appello irlandese aveva accidentalmente reso legale l’allucinogeno per 12 ore, insieme a chetamina e metanfetamina, dopo aver dichiarato incostituzionali una serie di emendamenti inseriti in calce al Misuse of Drugs Act del 1977, subito riscritti). L’ovvia risposta a questa frenesia giovanile è legata al bisogno di provare empatia, divertirsi collettivamente e ritrovare il buon umore. Caratteristiche importanti non solo per la socialità quotidiana, bensì anche per superare gli stati depressivi clinici.

Altra potenzialità terapeutica per l’Mdma è come alternativa alla terapia elettroconvulsivante (Tec), comunemente nota come elettroshock, tecnica oggi chiaramente controversa e dibattuta: alcune tipologie di pazienti presentano oggettivi miglioramenti, mentre in molti altri casi si presentano pesanti effetti indesiderati. Considerando che la Tec vanta una reputazione tutt’altro che buona nell’opinione pubblica, la somministrazione di dosi elevate di Mdma (fino a 150 mg.) sembra produrre effetti meno drastici e più efficaci per i pazienti catatonici severamente depressi. Né vanno sottovalutate opzioni quali l’assistenza alla terapia di coppia, la cura dei disturbi alimentari, e forse anche alcune forme di schizofrenia. Rispetto al primo caso, dal 2015 Katie Anderson sta completando la tesi di dottorato alla South Bank University di Londra su un tema originale, “Navigare l’intimità con l’Ecstasy”. Finora ha intervistato ripetutamente 10 coppie tra i 24 e i 60 anni che hanno usato almeno cinque volte l’Mdma per migliorare la loro relazione e risolverne i problemi, con l’aggiunta di questionari e diari personali. Grazie al contesto sicuro ed empatico favorito dalla sostanza, i soggetti sono riusciti a comunicare a un livello profondo, fino a rivelare, in un caso, tradimenti reciproci rimasti inconfessati. Mentre è impegnata nell’elaborazione dei risultati finali, Anderson spera che la sua ricerca possa contribuire a convincere l’establishment medico britannico a dare maggior credito all’Mdma in questo campo, spiegando: «Getta luce sulle emozioni più profonde e tira fuori le verità più nascoste. Esalta i sentimenti positivi e riduce quelli negativi, ed è questo il motivo primario della sua utilità in psicoterapia».

C’è poi il disturbo borderline di personalità, i cui sintomi principali includono la paura del rifiuto e l’instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’identità e nel comportamento. Trattandosi spesso di soggetti che hanno subito qualche trauma giovanile, la psicoterapia coadiuvata dall’Mdma opererebbe in maniera simile ai casi di Dpts. Infine, un’altra applicazione importante riguarda il trattamento dell’alcolismo. Le conseguenze fisiche, mentali e sociali dell’abuso di alcol sono in aumento un po’ovunque, mentre i rimedi comuni appaiono largamente insufficienti a risolvere il problema. Motivo per cui sta per partire un apposito test a Bristol, anche in questo con la sponsorizzazione dell’Imperial College: previste otto settimane di terapia assistita dall’Mdma su 20 soggetti volontari finalizzata a rimuovere le dinamiche psicologiche negative che sostengono la dipendenza. Il successo non è affatto garantito, trattandosi del primo test di questo tipo, ma c’è urgenza di sperimentare nuovi rimedi per una piaga alquanto diffusa.

 

Per la prima volta da decenni, gli studenti di medicina potranno impostare la loro carriera facendo ricerche su nuovi trattamenti basati sull’effettivo processo di guarigione, non sulle loro aspettative. Come hanno scritto i neuroscienziati dell’Università di Stanford, Boris Heifets e Robert Malenza in uno stimolante intervento apparso su Cell nel 2016: « La popolazione mondiale ha bisogno di maggior compassione ed empatia reciproca. Gli studi sull’Mdma rappresentano un passo piccolo ma potenzialmente importante per il raggiungimento di quest’obiettivo». Oggi più che mai abbiamo bisogno di un approccio di questo tipo nel contesto dell’assistenza sanitaria e del percorso di guarigione.
–Dr. Emily Williams, Bollettino Maps, primavera 2017.

 

Altre sperimentazioni cliniche effettuate negli anni scorsi includono anche uno studio sull’interazione con l’alcol, condotto a Barcellona sotto il coordinamento di Jordi Cam e in parte finanziato dal governo spagnolo. La Commissione Europea e l’Organizzazione olandese per la ricerca scientifica hanno invece sponsorizzato un test randomizzato, a doppio cieco e raffrontato a placebo, con Ritalin o etanolo per misurare le prestazioni dei soggetti rispetto a impulsività, memoria visiva e verbale e capacità motorie alla guida di autoveicoli durante e dopo 24 ore dalla somministrazione di Mdma. E lo stesso ente olandese sta finanziando un’indagine per esaminarne i contributi genetici e farmacologici in volontari sani, comprendente l’analisi del ruolo svolto da specifici varianti genetiche e dall’ossitocina (una molecola importante per quella dimensione antropologica definita come “intersoggettività”) per stimolare gli effetti positivi dell’Mdma. Da segnalare anche il prossimo studio britannico sull’alcolismo. Soltanto nel Regno Unito si contano infatti circa 8.000 morti l’anno dovute all’abuso di alcolici, che è inoltre responsabile per il 20% dei suicidi e per l’85% dei tentati suicidi, per il 35% delle spese associate ai servizi ospedalieri di pronto soccorso e ambulanze, e per il 17% delle morti per incidenti automobilistici (fonte: Nhs Digital, Ministero della salute). Vista la scarsa efficacia delle attuali combinazioni di farmaco- e psico-terapie, i ricercatori dell’Imperial College di Bristol sottoporranno 20 pazienti a otto settimane di terapia coadiuvata dall’Mdma. La speranza del team operativo, coordinato da Ben Sessa sotto la supervisione di David Nutt, è quella di mettere a punto strumenti efficaci per mantenere l’astinenza e completare il ricovero per chi soffre di alcolismo. Dati a cui vanno aggiunti quelli ugualmente devastanti relativi agli Stati Uniti: secondo uno studio apparso nell’agosto 2017 su Jama Psychiatry, nel primo decennio del XXI secolo il tasso di alcolismo è cresciuto di uno scioccante 49%. Oggi il 12,7% della popolazione americana, ovvero un adulto su otto, rivela i sintomi diagnostici di questa dipendenza. Il Center for Disease Control and Prevention stima che ogni anno 88.000 persone muoiono per cause correlate all’alcolismo, più del doppio di quelle per overdose di oppioidi (altra crisi incombente nelle società industrializzate). Per entrambe le situazioni gli psichedelici possono dare un aiuto concreto, come illustrato più avanti.

Va infine ricordato che anche in America Latina non manca certo l’impegno sia nell’ambito della ricerca scientifica sia nel contesto più ampio della cultura psichedelica e delle politiche di riforma sulle droghe. Per esempio in Brasile, Colombia, e Cile stanno per partire le prime indagini sulla psicoterapia coadiuvata dall’Mdma, mentre in Messico incalza l’attivismo anti-proibizionista come possibile risposta al dilagare del narcotraffico. E il boom dell’ayahuasca sta portando in primo piano varie regioni sud-americane; basti citare l’ampio risalto mediatico riservato alla Seconda conferenza mondiale sull’ayahuasca, svoltasi nell’ottobre scorso a Rio Branco, nell’amazzonia brasiliana.

Nel complesso, il quadro sulla sperimentazione in corso potrebbe portare nel giro di 4-5 anni, a fronte delle auspicabili conferme positive dei numerosi test già conclusi, all’introduzione ufficiale dell’Mdma nel ricettario statunitense, soprattutto grazie all’articolato programma portato avanti da Maps. Mentre lo stesso potrebbe accadere intorno al 2024 nel Regno Unito, secondo il Dr. Sessa, nella convinzione che il suo studio pioneristico sull’alcolismo riesca a spianare la strada per analoghi test a tutto campo.

 

Ibogaina per la tossicodipendenza

 

Le radici allucinogene della Tabernanthe iboga, arbusto che contiene almeno 12 diversi alcaloidi, vengono utilizzate tradizionalmente nei riti della maggior parte delle sette legate al culto religioso del Buiti, nell’Africa equatoriale. Secondo i buitisti, l’arbusto stesso sarebbe l’Albero della Conoscenza di cui parla la Bibbia. Anche i Pigmei ne fanno uso da migliaia di anni come stimolante e afrodisiaco, se preso a piccole dosi. Invece a dosi elevate l’ibogaina, l’alcaloide psicoattivo della pianta, produce un profondo stato psichedelico. In occidente, gli estratti di iboga e l’ibogaina purificata sono usati da tempo nel trattamento della dipendenza da oppiacei, eroina, cocaina, etanolo, tabacco. Una pratica solitamente svolta in appositi centri sorti in Canada, Messico, Olanda, Tailandia e altrove. Qui vengono somministrate dosi massicce (12-24 mg. per kg.) per circa una settimana, sotto stretta assistenza medica per controllare i sintomi dell’astinenza (soprattutto nel caso degli oppiacei). Spesso basta una sola sessione per fermare i sintomi di astinenza nel giro di 24-36 ore. Tuttavia, secondo alcune stime, il tasso di mortalità è di 1 su 300 pazienti, dovuta a cause quali bradicardia (rallentamento del ritmo cardiaco), problemi al fegato, combinazioni letali con altre sostanze. Cruciale, quindi, valutarne attentamente rischi e benefici a livello personale, e sottoporsi a uno scrupoloso esame medico prima di assumerla. Pur se centinaia di articoli scientifici ne esaltano le qualità terapeutiche per la disintossicazione, in aggiunta al successo della sperimentazione sul campo avviata negli anni ’80, fino a tempi recenti mancavano le conferme degli studi clinici formali. Lacuna colmata grazie all’impegno di Maps, con primi test tenuti nel 1995 presso l’Università di Miami, in Florida. Nel 2007 è seguita la ricerca clinica curata da Deborah Mash alle isole Vergini, indirizzata a studiare l’innocuità e l’efficacia dell’ibogaina per la dipendenza, che in varie fasi ha coinvolto oltre 300 volontari. Fino al recente completamento di due studi osservazionali degli effetti a lungo termine su pazienti già ospitati in centri di disintossicazione in Messico e Nuova Zelanda. Le risultanze finali sono state sottoposte alle apposite agenzie sanitarie Usa come possibile strategia per contrastare la tossicodipendenza e soprattutto l’attuale crisi degli oppioidi. Per una panoramica sulle cliniche dove si ricorre a questo tipo disintossicazione, su Vimeo sono disponibili due utili filmati di David Scott Graham (Iboga Nights e Detox or Die).

Da notare che, essendo assai improbabile che questa radice e la sua versione sintetica possano mai diventare popolari come droghe ricreative, negli Stati Uniti l’ibogaina è tuttora inclusa nella Tabella 1 delle sostanze proibite, con analoghe restrizioni nel resto del mondo. Però non è inclusa nella lista delle sostanze sotto controllo internazionale dell’Onu. E in Canada, Messico, Nuova Zelanda, Sudafrica e Australia rimane non regolamentata, mentre è specie protetta in Gabon. Motivo per cui i tanti alle prese con abusi o dipendenza da droghe continuano a rivolgersi alle cliniche private di questi Paesi o al circuito underground. In Brasile, invece, nel gennaio 2016 l’amministrazione dello stato di São Paulo ha aperto formalmente le porte alla terapia medica con l’ibogaina per la disintossicazione, in particolare da crack e cocaina, approvando una risoluzione che autorizza il trattamento in ospedale con assistenza medica e psicologica, ribadendo altresì l’urgenza di avviare ulteriori ricerche per l’uso medico delle sostanze psicotrope. In maniera analoga, l’agenzia sanitaria nazionale, pur senza stilare una regolamentazione ufficiale, ne consente l’importazione e l’uso personale dietro ricetta medica. La decisione arriva dopo il successo riscontrato in circa 1.200 trattamenti applicati negli ospedali di São Paulo sotto la supervisione del Dr. Bruno Rasmussen Chaves a partire dal 1994. Ciò in aggiunta ad altri studi e pratiche sul campo con analogo esito positivo. Nonostante nel novembre dello scorso anno le autorità abbiano vietato le preparazioni fatte in casa e sprovviste di documentazione ufficiale, a seguito della morte di un paziente in una clinica illegale, la comunità scientifica continua a spingere verso la legalizzazione totale dell’ibogaina.

 

….Sono convinto che nel giro di 5 anni l’ibogaina riuscirà a emergere dall’illegalità per diventare uno strumento prezioso e di facile accesso per aiutare chi ha problemi di tossicodipendenza a riprendere in mano la propria vita, con trattamenti in luoghi sicuri e sotto supervisione medica. Credo che il modello brasiliano possa ispirare altri Paesi e agenzie di regolamentazione a seguirne l’esempio; non soltanto rispetto all’ibogaina, ma anche con tutte le medicine di grande valore che rientrano nella definizione dei cosiddetti “psichedelici”.

Dr. Rasmussen Chaves, Chacruna.net,  marzo 2017

 

È questo uno degli obiettivi a cui punta anche l’attività a tutto campo della Global Ibogaine Therapy Alliance, insieme alla creazione di un database scientifico, a progetti di ricerca in partnership con altre entità internazionali e l’organizzazione di un convegno annuale in vari Paesi del mondo; dopo quello tenutosi in Messico l’anno scorso, lo European Ibogaine Forum si è svolto a Vienna nel settembre 2017. Secondo i dati raccolti dall’Alliance, l’ibogaina si è rivelata utile anche per combattere la depressione, l’ansia, la sindrome ossessivo-compulsiva e vari disturbi dell’umore, fino al morbo di Parkinson e analoghe malattie degenerative.

Va infine ricordato che gli estratti sintetici sono stati sperimentati negli anni ’60 anche come coadiuvanti della psicoterapia da alcuni pionieri attivi in California, tra cui Leo Zeff, Claudio Naranjo e Ralph Metzner. In questi casi, le dosi erano assai inferiori a quelle usate nel trattamento delle tossicodipendenze, tra 200 e 500 milligrammi, con effetti della durata di 5-7 ore, e hanno dimostrato forti potenzialità di successo nel trattamento psicoterapeutico.

 

Il boom dell’ayahuasca

 

Si tratta di una bevanda allucinogena proveniente dalla miscela di due piante, le liane polverizzate di Banisteriopsis caapi e le foglie di Psychotria viridis, che contengono Dmt (29-43 mg per una dose media, come verificato in laboratorio). Viene usata da secoli sia come pianta medicinale sia, soprattutto, come bevanda sacra per attivare lo stato allucinatorio nei riti sciamanici e per la comunicazione con il divino. Nota nelle foreste pluviali sudamericane con vari nomi (tra cui mihi, caapi, natema, yagé), questa “liana delle anime o degli spiriti” produce allucinazioni e visioni ben lontane dal mondo razionale e materialista cui siamo abituati, tra realtà multisensoriali, paesaggi ed esseri dalle strane sembianze, come si fosse nel regno dell’aldilà. Un intricato viaggio interiore i cui effetti durano tipicamente 4-5 ore.

L’ayahuasca è stata introdotta al pubblico anglofono negli anni ’50 dal biologo di Harvard, Richard Evans Schultes, pioniere nel campo dell’etnobotanica e poi co-autore con Albert Hofmann del classico testo Plants of the Gods (1979). Notevole anche il successo del libro Le lettere dello Yage (1963), centrato sulle missive inviate da William Burroughs ad Allen Ginsberg, protagonisti della Beat Generation, in cui il primo raccontava le sue vicissitudini alla ricerca dello yagé nella foresta amazzonica già nel 1953. Ma è negli ultimi 25 anni che l’ayahuasca è diventata popolare anche nei Paesi occidentali, grazie all’interesse del mondo accademico per le potenzialità terapeutiche del decotto, a partire dagli anni ’90, e poi agli entusiastici resoconti delle esperienze dirette dei primi esploratori-antropologi. Verso il 1995 ha poi preso piede il cosiddetto “turismo sciamanico”, con epicentro nell’area di Iquitos, nell’area nord-est del Perù, raggiungibile solo via aerea o fluviale sul Rio delle Amazzoni. Un’ondata turistica che va rivelandosi un’arma a doppio taglio: certo che ne beneficia molta gente del posto e mantiene viva la tradizione, ma produce anche effetti negativi sia per gli ovvi aspetti di espropriazione culturale sia perché la gente danarosa che arriva spesso pensa solo ai propri interessi e innesca una corsa generalizzata al profitto facile. La speranza di esperti e comunità locali è che alla fine tutto ciò sfoci in un qualche tipo di fusione tra pratiche mediche occidentali e conoscenze tradizionali ben oltre il livello terapeutico, facendo tesoro della saggezza evolutiva delle piante antiche verso un approccio integrato e partecipato in grado di evitare le catastrofi socio-ambientali che minacciano il nostro pianeta.

In ogni caso, oggi sui molti aspetti legati al fenomeno dell’ayahuasca abbondano articoli, libri e film di ogni sorta (anche in italiano), in aggiunta all’ampia mole di dettagli reperibili su internet (inclusi i video su YouTube). Le sedute rituali nelle capanne amazzoniche hanno attirato dapprima le star di Hollywood, scatenando una pruriginosa attenzione mediatica, seguite man mano da tanta gente comune alla ricerca del “miracolo” per tumori o altri disturbi psicosomatici, creando un’ondata turistica in piena regola comprensiva di pacchetti viaggio tutto compreso. Il business si rivela anzi sempre più redditizio non soltanto per le povere comunità locali, bensì anche per l’intera filiera organizzativa. Lo confermano le migliaia di persone di ogni nazionalità che visitano regolarmente i tanti centri di guarigione sorti nella giungla peruviana, già circa duecento solo nei dintorni a Isquitos, con ogni livello di serietà e i cui proprietari generalmente non sono persone del posto bensì investitori stranieri. Altri operano in Colombia, Brasile e nelle regioni amazzoniche. Certi siti web spiegano che per tre giorni di “ritiro spirituale” a Cusco, si parte da 525 dollari, invece una settimana a Iquitos costa almeno 800 dollari, pagati in anticipo con carta di credito. Né mancano gli sciamani che sbucano fuori, spesati di tutto, nelle metropoli di ogni parte del mondo (Italia inclusa) per tenere apposite cerimonie. In città come San Francisco e New York, «prendere l’ayahuasca è come sorseggiare un caffè», spiega un appassionato in una lunga descrizione apparsa sul New Yorker nell’autunno 2016. E l’amaro infuso circola tranquillamente nelle feste del week-end, mentre ogni sera non mancano i “circoli” dove qualcuno dai tratti sudamericani presentato come ayahuasquero o curandero celebra cerimonie collettive. E per chi vuole provarla nel comfort delle pareti domestiche, pur a fronte di potenziali rischi e “bidoni”, sul web circolano ricette per prepararla e soprattutto operano legittime aziende, sempre basate nei dintorni di Isquitos, che ne vendono appositi kit per prepararsi l’infuso in 10 minuti. Vengono spediti con discrezione in ogni Paese del mondo e del tutto legalmente, sfruttando l’area grigia presente in gran parte delle legislazioni internazionali e la certificazione di “guaritori” rilasciata dal Ministro della Salute peruviano. Si garantiscono la purezza e l’efficacia delle erbe, che promettono «particolare successo nel campo dell’auto-conoscenza, della l’introspezione, della psicologia e della disintossicazione». I costi variano dai 197 ai 347 dollari, a seconda della grandezza del kit (da 4 a 12 dosi), spese di spedizione escluse, e si paga soltanto con i bitcoin o tramite la Western Union.

 

Secondo l’International Narcotics Control Board, l’ayahuasca non ha nulla a che fare con la produzione di Dmt, e quindi in molti Paesi non è inclusa nell’elenco delle sostanze proibite. Non è una droga, non è soggetta a controlli o norme internazionali o nazionali. L’ayahuasca è una pianta il cui uso tradizionale va tutelato, non criminalizzato, radicata com’è nella tradizione culturale di tanti milioni di indigeni e può rivelarsi un prezioso strumento spirituale per milioni di occidentali, sia in base alla scoperta del suo valore scientifico sia per proteggere l’espressione della diversità e dell’arricchimento culturale. Ecco perché l’Onu ha proposto che l’ayahuasca venga ufficialmente riconosciuta come patrimonio culturale dell’umanità.

  • dal sito soul-herbs.com

 

Ovviamente non mancano sciamani e cerimonie autentiche, sia in loco che nelle nostre città, organizzate con serietà e condotte nel massimo rispetto degli ospiti e con attenzione alla loro salute. Conviene insomma usare prudenza e non fidarsi ciecamente dell’amico che c’è stato, né di quanto si legge su internet o in certi resoconti di esploratori improvvisati. È fondamentale informarsi preventivamente, soprattutto rispetto al contesto e agli animatori del luogo o della sessione a cui si prevede di partecipare. Oltre ad aver formulato motivazioni e aspettative personali nel modo più chiaro possibile; non ultimo, per evitare rischi alla salute, al di là degli attacchi di vomito e diarrea che costituiscono il tipico “rito di passaggio” di queste cerimonie. Si sono registrati anche casi di deliri, turbe mentali e attacchi schizofrenici. Durante una cerimonia di gruppo a Bristol nel 2014 un adolescente è deceduto dopo violente convulsioni. Nell’estate del 2012, il diciottenne californiano Kyle Nolan, che aveva messo da parte 2.000 dollari per una settimana di ritiro finalizzato all’auto-esplorazione con “Master Macoluto” del centro Shimbre, è stato trovato morto nella sua tenda all’indomani di una sua solitaria sessione notturna. Dopo varie indagini, comprese quelle infruttuose della polizia, la comunità globale dell’ayahuasca ha denunciato pubblicamente Macoluto per il suo comportamento irresponsabile. Nel settembre 2015 ha invece avuto ampia risonanza la notizia della morte per arresto cardiaco del 24enne australiano Matthew Dawson-Clarke, andato in Perù spinto soltanto «dalla curiosità di provare la medicina sacra»: sentendosi male, è uscito dalla capanna della cerimonia per poi svenire nella giungla circostante, senza che nessuno degli assistenti locali sia accorso in suo aiuto. Solo in seguito altri ospiti del Kapitari Ayahuasca Retreat, accortisi della sua assenza prolungata, lo hanno cercato e portato in ospedale, ma ormai troppo tardi. Da allora si sono registrate altre cinque morti correlate ai rituali in Perù, e la nascente Ayahuasca Safety Association e dell’Ethnobotanical Stewardship Council stanno facendo ancora poco per assicurare che casi simili non si ripetano. I residenti locali sostengono che, purtroppo, simili tragedie possono sempre succedere, mentre alcuni siti web dei centri peruviani ora specificano che personale e attrezzature mediche sono attive 24 ore su 24, specificando una serie di procedure cautelative. Finora nessuno è stato formalmente incriminato per la morte di Matthew Dawson-Clarke, e come rimarcano alcune testate giornalistiche australiane, «anche se certi ritiri possono costare fino a 40.000 dollari tutto compreso, quando qualcosa va storto è difficile che qualcuno ne paghi le conseguenze».

Altri problemi, anche seri, possono emergere quando l’ayahuasca viene assunta in combinazione con i tipici antidepressivi Ssri (gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), portando così a tremori, diarrea e palpitazioni che possono progredire fino a provocare rigidità muscolare, convulsioni e perfino la morte. Quasi sempre si tratta, tuttavia, di situazioni che possono essere prevenute con la preparazione personale e soprattutto l’attenzione costante del curandero. Va tenuto infine conto che il decotto in sé non è mai stato documentato come diretta causa farmacologica dei decessi, dovuti piuttosto alla combinazione di diversi fattori e situazioni. Tra i consigli degli esperti, c’è quello dello psichiatra californiano Charles Grob: «Va sempre assunta con un facilitatore dotato di esperienza, conoscenza e moralità». Rincara la dose Dennis McKenna, noto etnofarmacologo statunitense e fratello del leggendario etnobotanico e autore di successo, Terence McKenna (1946-2000):

 

L’ayahuasca, è soltanto una tecnologia, uno strumento. Non possiede inerenti qualità morali. Può essere impiegata in maniera assai positiva o negativa perché il suo valore etico trae origine dalle persone che ne fanno uso, dal modo, dal contesto e dal motivo per cui viene usata.

 

Abbiamo cioè a che fare con una medicina sacra e potente, tutt’altro che una droga ricreazionale. Le sue notevoli proprietà curative e le visioni terapeutiche sembrano avere effetto tramite il diretto incremento dei livelli cerebrali di serotonina (5-HT, dall’inglese 5-hydroxytryptamine), che svolge un ruolo fondamentale nel sistema nervoso centrale. È principalmente la scarsità di questo neurotrasmettitore a causare depressione, ansia, irritabilità, violenza, insonnia e altre condizioni psicosomatiche. Da qui l’utilità terapeutica del decotto per contrastare queste specificità, oltre che per casi di Dpts, autismo, disturbo bipolare e schizofrenia, e in dosi sostenute per curare alcolismo e tossicodipendenza. Sembra inoltre che sia questo livello elevato di serotonina a far rimanere calmo e tranquillo chi ha assunto la pozione, pur sperimentando un fiume di visioni strane e spesso terrificanti.

È comunque vero che, a differenza degli altri psichedelici che tendono per lo più a innescare un approccio contemplativo e spesso sollevando domande complicate, l’ayahuasca sembra infine invitare verso uno stato di attenta meraviglia. Questo perché la sua combinazione di molecole organiche interagisce nel modo giusto con il nostro equilibrio biochimico incredibilmente delicato. E il fatto che decine di migliaia di persone del mondo industrializzato decidano di intraprendere questa sorta di “pellegrinaggio terapeutico” testimonia del valore a tutto tondo degli strumenti sciamanici millenari. Sarebbe tuttavia impossibile e insensato tentare di separarne le virtù medicinali dagli aspetti spirituali o finanche soprannaturali. Un sincretismo religioso che ha raggiunto anche i centri urbani brasiliani, dove all’inizio del secolo iniziarono a emigrare vari ayahuasquero e praticanti, integrando le antiche credenze con elementi occidentali. In Brasile da questo connubio sono sorte due correnti religiose basate sulle cerimonie con l’ayahuasca: la Santo Daime (1940) e la União do Vegetal (1961). Centinaia di partecipanti bevono la pozione durante i riti religiosi, che generalmente si tengono due volte al mese e in occasioni particolari. Quelli del Santo Daime spesso durano l’intera notte, con musica e danze rituali, mentre le cerimonie dell’União do Vegetal prevedono periodi di contemplazione, discorsi e canti ritualisti (Icaro) per circa quattro ore complessive. Nel 1992 il governo brasiliano ha ufficializzato a entrambe le congregazioni il permesso di fare uso di ayahuasca a scopo religioso. Le rispettive congregazioni sono presenti anche in diversi Paesi europei e negli Stati Uniti, dove però la miscela di erbe allucinogene è tuttora illegale, sempre per via del Dmt ivi contenuto. Analoga situazione ambigua in molti altri Paesi, Italia inclusa. Numerose sentenze della Cassazione stabiliscono infatti che la pozione allucinogena «non può considerarsi sostanza drogante poiché derivata in maniera naturale da piante presenti in natura nella foresta amazzonica e non prodotta da elaborazione o sintesi umana volta a potenziarne gli effetti». Sono insomma legali le piante usate per prepararla (al contrario di marijuana, peyote e pianta di coca, per esempio, esplicitamente vietate). Ma il Dmt ivi contenuto rimane pur sempre sostanza proibita.

Nel 2006 la Corte Suprema statunitense ha sentenziato a favore dell’uso religioso dell’ayahuasca (in quest’ambito noto come hoasca) per le poche centinaia di seguaci della União do Vegetal sparsi in una mezza dozzina di stati Usa, e lo stesso ha fatto una Corte d’appello per la Chiesa del Santo Daime nell’area di Ashland, in Oregon. Il caso che ha portato alla decisione dei giudici togati ha preso spunto nel 1999 da un sequestro effettuato dagli agenti anti-droga: oltre 100 litri di decotto allucinogeno pronto le cerimonie a casa di un aderente dell’União do Vegetal a Santa Fe, in New Mexico (Usa). È poi qui che, nell’aprile 2016, è stato ufficialmente aperto un tempio, dopo aver superato mille difficoltà per ottenere il permesso dell’Agenzia anti-droga (Dea) e aver prima vinto l’appello giudiziario contro il diniego iniziale dalle autorità locali e poi altre cause legali intentate dai vicini per impedirne la costruzione. Attualmente la União do Vegetal conta 212 Núcleos (centri) in tutti gli stati brasiliani e in altri otto Paesi: Stati Uniti, Porgotallo, Spagna, Svizzera, Olanda Australia, Perù e Italia. Recentemente, nella California meridionale una congregazione indipendente basata su rituali con l’ayahuasca ha avviato le pratiche per il formale riconoscimento, al pari delle tante chiese autonome che operano negli Usa. Il tutto in nome del diritto costituzionale alla libertà di religione, come già stabilito per la Native American Church nota anche come peyotismo, fondata sul finire del XIX secolo in Oklahoma, dove tra i nativi si era diffuso l’uso del peyote dal Messico, e che oggi conta circa 250.000 membri sparsi nell’intero Nordamerica.

 

Mentre continua a espandersi a livello nazionale e internazionale, la União do Vegetal ha preso le decisioni strategiche di operare sempre nella legalità, di essere ecologicamente sostenibile e di non tradurre in altre lingue i precetti di base, come le chamada (canzoni) e le história (storie che sono parte della dottrina religiosa). Gli stranieri che vogliono unirsi alla gerarchia interna del gruppo devono imparare il portoghese. Il risultato è una comunità eclettica e affascinante, dove si parlano diversi livelli di portoghese, una caratteristica specifica dell’emergente processo della diaspora delle religioni brasiliane nell’ambito religioso globale.

HuffingtonPost, 26/04/2016

 

D’altronde negli ultimi tempi, secondo molti esperti, il Brasile sta diventando il “nuovo epicentro della scienza psichedelica”, come conferma la Seconda conferenza mondiale sull’ayahuasca svoltasi lo scorso autunno a Rio Branco, dopo quella iniziale del 2014 sull’isola di Ibiza. L’evento ha raccolto un centinaio di indigeni locali insieme a ricercatori, antropologi e medici di ogni parte del mondo, con interventi e tavole rotonde che hanno esaminato una varietà di temi legati allo yagé, dall’eredità culturale allo sciamanesimo, dalle sfide della globalizzazione al cambiamento di politiche e normative, dalle piante amazzoniche ai possibili rischi e problemi. Circa 200 le relazioni complessive, tra quelle specificamente accademiche e altre di praticanti basate sulla conoscenza empirica della materia, proposte da rappresentati di 28 Paesi diversi. L’occasione ha anche portato alla luce diversi gruppi di ricerca brasiliani impegnati in vari studi sull’ayahuasca tra cui: un programma di orientamento e trattamento dei tossicodipendenti; un network con 70 docenti e ricercatori denominato Gruppo interdisciplinare sugli studi psicoattivi; un team di ricerca alla Università di São Paulo impegnato da oltre 10 anni nello studio di nuovi farmaci per malattie mentali quali depressione, ansietà, schizofrenia e morbo di Parkinson; e altri gruppi professionali attivi presso l’Università di Brasilia, l’Università statale di Campinas e l’Universidad Federal di Rio Grande do Norte. Rispetto anzi a quest’ultima, un gruppo di ricercatori è impegnato in un’ampia indagine, sponsorizzata da varie agenzie federali del Paese, per esaminare gli effetti dell’ayahuasca sulla percezione visiva tramite immagini di risonanza magnetica. I primi risultati segnalano il forte incremento dell’attività nelle aree occipitale, temporale e frontale del cervello.

Un’ulteriore segnalazione arriva dalla Interdisciplinary Conference on Psychedelics Research ‪svoltasi nel febbraio scorso ad Amsterdam. Jordi Riba, ricercatore presso l’ospedale Sant Pau di Barcellona, ha anticipato l’esito di uno studio che apre un filone completamente nuovo della ricerca: un gruppo di alcaloidi dell’ayahuasca rivela grosse potenzialità nel trattamento di gravi disordini neurologici come il morbo di Alzheimer.

Infine, proprio sulla base dei primi studi-pilota positivi in questi campi, negli ultimi 10 anni la Repubblica Ceca ha visto emergere un forte interesse verso la “liana sacra”, compresi svariati progetti di ricerca. Sono state pubblicate indagini sulle motivazioni di partecipanti cechi nelle cerimonie organizzati in Europa, sulla “glocalizzazione” dell’ayahuasca e sulle sue potenziali applicazioni in base alle condizioni locali, e ne ha parlato più volte anche la televisione nazionale Anche se la miscela di erbe rimane illegale per la presenza del Dmt, quest’eclettico movimento ha preso piede fin dal 2001, con i primi rituali organizzati dal curandero peruviano José Alvarez, già attivo in Croazia e affiancato da animatori locali come Milan Burian, che organizza rituali a Praga e nella regione di Pardubice, oltre a spedizioni nella giungla peruviana.

In definitiva, questa “grande medicina delle Amazzoni” vanta una ricca tradizione di miti, terapie e rituali direttamente connessi alle radici primordiali delle tribù indigene del Sudamerica , e legati altresì ai diversi movimenti sincretici che vanno emergendo sul pianeta. Il punto sta nel riuscire a integrare queste conoscenze e pratiche millenarie con le odierne esperienze sul campo di tanti occidentali e le ricerche scientifiche in corso, particolarmente rispetto agli effetti sulle funzioni cerebrali, per curare vari disturbi mentali e condizioni psicosomatiche già descritte. Ma anche per «ricalibrare la nostra attenzione interiore e comprendere meglio la nostra relazione con la natura. L’ayahuasca è intelligente, le piante sono intelligenti. Non allo stesso modo nostro, ma sotto tanti aspetti sono molto più intelligenti di noi e hanno parecchio da insegnarci», come ci ricorda Dennis McKenna. Un percorso di ampio respiro e decisamente promettente, che troverà ulteriore spinta nel prossimo appuntamento pubblico, il convegno internazionale “Piante sacre delle Americhe”, previsto a fine febbraio 2018 nello stato messicano di Jalisco.

 

Negli Stati Uniti si punta sulla psilocibina

 

Fu nell’estate del 1960 che il Prof. Timothy Leary, nel corso di una breve vacanza in Messico, ebbe modo di provare per la prima volta i funghi Psilocybe, noti all’antica popolazione azteca come Teonanácatl. Entusiasta dei loro effetti, tornato ad Harvard avviò immediatamente il relativo programma di ricerca, insieme ai colleghi Richard Alpert (poi divenuto Ram Dass) e Frank Barron. Per una fortunata coincidenza, Albert Hofmann ne aveva appena sintetizzato il principio attivo, la psilocibina, e la casa farmaceutica Sandoz non la lesinava di certo a nessuno per la sperimentazione. Al progetto si unirono subito come consulenti Aldous Huxley e Houston Smith, docente di religioni al Mit (Massachusetts Institute of Technology), mentre tra i primi soggetti volontari c’erano anche i poeti Allen Ginsberg e Peter Orlovsky, insieme ad altri autori beatnik. Anche se l’esperimento sfuggì presto di mano (The Harvard Psylocibine Project venne chiuso nell’aprile 1962, non senza aver concluso il famoso test del “Good Friday”, il Venerdì Santo, per studiare il misticismo sperimentale sotto gli effetti della psilocibina), rappresenta comunque la nascita della cultura psichedelica in occidente.

Trascorso ormai mezzo secolo, è la stessa sostanza a segnare la ripresa in grande stile della sperimentazione Usa sugli allucinogeni. Ciò grazie soprattutto alle sperimentazioni avviate presso la Johns Hopkins University di Baltimora, menzionata in apertura di capitolo, ed evitando stavolta il clamore e gli errori di quell’epoca, a cominciare dal dosaggio. Per la psilocibina sintetica, la comune esperienza dura 3-6 ore per una dose di 10-25 milligrammi, oppure un massimo di 50 grammi di funghetti freschi o 5 grammi secchi (vale la proporzione 10:1, pur se gli oltre duecento tipi di funghi del genere Psilocybe e Stropharia possono variare anche parecchio negli effetti, per cui è sempre meglio usare prudenza). Ben al di sotto dei 40-60 milligrammi consigliati da Leary, Alpert e Metzner in L’esperienza psichedelica (1964), manuale d’uso basato sul Libro Tibetano dei Morti, assai popolare tra gli psiconauti di allora e tuttora assai valido, a parte, appunto, il dosaggio spropositato frutto della tipica sperimentazione autogestita. Dosaggio che oggi medici, esperti e consumatori considerano una pericolosa overdose, al pari di quelle suggerite nello stesso libro per l’Lsd, 500 microgrammi. D’altronde lo stesso Dr. Hofmann, quando decise di sottoporsi all’auto-esperimento con l’Lsd appena scoperto, il 19 aprile 1943 (passato alla storia come “bicycle day”) ne assunse 250 microgrammi, considerandola una dose insignificante, mentre è relativamente alta alla luce delle sperimentazioni e delle ricerche di questi decenni (sotto i 150 microgrammi). E a proposito di importanti scoperte scientifiche, a ferragosto 2017 un team di ricercatori tedeschi ha identificato i geni responsabili della produzione enzimatica della psilocibina. Finora, infatti, il percorso enzimatico seguito dai funghi per produrre la sostanza allucinogena era del tutto ignoto, e secondo i ricercatori della Università di Jena questo potrebbe rivelarsi il primo passo per la possibile produzione commerciale della sostanza psicoattiva, con conseguenze davvero dirompenti.

Non è certo casuale che stavolta le indagini scientifiche oltre oceano abbiano invece puntato su psilocibina e Mdma. Si è preferito ignorare l’Lsd proprio per evitare lo stigma dell’opinione pubblica (e del mondo politico) rospetto al ruolo centrale svolto dalla sostanza nell’irrequieto periodo legato alla “Summer of Love”, di cui si è appena celebrato il 50.mo anniversario. Al contempo, gli stessi ricercatori si sono impegnati fin da subito in un’attenta opera di divulgazione popolare. Per esempio, il Dr. Griffiths, coordinatore dei test iniziali sulla psilocibina di cui sopra, ha tenuto interventi dal vivo nel circuito di Ted (Technology Entertainment Design, circuito di conferenze su varie tematiche nato nel 1984 in Usa e oggi attivo in molte città del mondo, Italia inclusa, e i cui video sono reperibili su YouTube), partecipa regolarmente a convegni e incontri pubblici e in questi anni ha curato oltre 360 articoli e saggi sul tema. Come conseguenza di quest’impegno a tutto tondo, già la sua prima ricerca del 2006 attirò l’attenzione di testate giornalistiche d’ogni tipo e portata, ben al di fuori degli Usa, avvicinando così il grande pubblico alle pluripotenzialità che gli psichedelici possono avere per la salute e la psiche umana.

 

Griffiths e colleghi sostengono che gli effetti positivi degli allucinogeni sullo stato d’animo dei soggetti possono tornare utili per combattere la dipendenza da alcol e droghe. La psilocibina in sé non crea dipendenza, ma i ricercatori ne raccomandano comunque la limitazione. Le sostanze psichedeliche potrebbero essere usate perfino per verificare i fondamenti della consapevolezza, secondo un collega del dottor Griffiths, Solomon Snyder, il quale ritiene che le ulteriori sperimentazioni su queste sostanze possano aiutare i ricercatori a comprendere i cambiamenti della struttura molecolare nel cervello che sono alla base dell’esperienza religiosa.

The Economist, 13/7/2006

 

Stesso entusiasmo per l’eco mediatica suscitata da due test clinici più recenti, del dicembre 2016, tenutisi in parallelo alla Johns Hopkins University, con lo stesso team di Griffiths, e alla New York University sotto la leadership dello psichiatra Stephen Ross. In base ai risultati sugli 80 soggetti coinvolti, una singola dose di psilocibina, l’ingrediente attivo dei funghetti magici, assunta sotto controllo medico e con l’ausilio della psicoterapia, può «dare sollievo dall’ansia e dalla depressione associate con il cancro per almeno sei mesi». In calce alla sintesi dei risultati (apparsi nuovamente sul Journal of Psychopharmacology) una decina di quotati ricercatori nel campo della psichiatria e delle cure palliative hanno aggiunto i loro commenti positivi, insistendo sulla necessità di ulteriori indagini cliniche. Come spiega in un editoriale il direttore della pubblicazione scientifica, David Nutt, questi commentatori «dicono sostanzialmente la stessa cosa: è ora di considerare seriamente i trattamenti per la psichiatria e l’oncologia basati sugli psichedelici, come accaduto negli anni ’50 e ’60». D’altronde basta notare che, mentre il 40-50% di pazienti colpiti dal cancro soffre anche di qualche forma di depressione e ansietà, gli antidepressivi e altri farmaci prescritti normalmente hanno scarso o nessuno effetto, particolarmente rispetto alla depressione “esistenziale” che spinge più di qualcuno a contemplare il suicidio. Motivo per cui pazienti e medici non nascondono l’euforia per la ripresa di questo promettente filone di ricerca.

 

Ross spiega che la psilocibina attiva un sotto-tipo di recettore della serotonina nel cervello. «Il cervello umano è predisposto per esperienze di questo tipo, per queste alterazioni della coscienza, e contiene di già sostanze chimiche endogene. Siamo dotati di un sistema che, una volta attivato, produce questi stati alterati di coscienza, che in diversi ambiti religiosi vengono poi descritti come stati spirituali o mistici. Sono comunque definiti da un senso generale d’unità – il soggetto percepisce la dissoluzione della tipica separazione tra ego individuale e mondo esterno, sente di far parte di un flusso di energia o consapevolezza continua che abbraccia l’universo intero. I pazienti si sentono trasportati in una dimensione diversa della realtà, simile a un sogno a occhi aperti».

  • The Guardian, 1/12/2016

 

Il successo di queste indagini ha portato lo stesso Dr. Nutt a fare una previsione coraggiosa: «Sono assolutamente sicuro che entro dieci anni la psilocibina sarà un trattamento prescrivibile per curare la depressione», ha dichiarato in un articolo del febbraio scorso su Business Insider. D’altronde i risultati delle sperimentazioni in corso da una parte e dall’altra dell’oceano fanno ben sperare, e c’è già chi spinge sull’acceleratore. In Usa, la Oregon Psilocybin Society ha lanciato la campagna per presentare un referendum statale (ballot) nel 2020 finalizzato a legalizzare la psilocibina a livello terapeutico, sull’onda dell’analoga procedura che ha portato al successo la cannabis medica a partire dal 1996 (oggi legale in 30 stati Usa e in altri Paesi del mondo). Pur se con differenze importanti rispetto a quest’ultima: i pazienti potrebbero farne uso soltanto in centri autorizzati sotto la supervisione di facilitatori certificati e sarebbe disponibile a qualsiasi adulto, dietro autorizzazione medica e salvo controindicazioni di salute, senza dover richiedere una qualche diagnosi specifica. Almeno questo prevede il testo stilato dalla coppia di psicoterapeuti da anni attivi a Portland che ha dato il via all’iniziativa, Tom e Sheri Eckert. A motivarli sono stati soprattutto gli «incredibili risultati della ricerca attuale, non solo per la salute mentale ma anche per la crescita personale e lo sviluppo della creatività».

 

La Oregon Psilocybin Society propone una struttura operativa per legalizzare e regolamentare l’uso della psilocibina, un composto psicoattivo naturale prodotto da oltre 200 specie di funghi. La proposta viene formalizzata come un referendum popolare finalizzato a rendere accessibili al pubblico in Oregon una serie di ‘servizi basati sulla psilocibina’ – di cui si è accertata l’innocuità ed efficacia nell’ambito della ricerca.

  • dal sito web com

Analoga iniziativa lanciata anche in California, dove a metà settembre è stata ufficialmente depositata la richiesta per un quesito referendario del novembre 2018 finalizzato a «decriminalizzare coltivazione, uso, possesso, vendita o trasporto di funghi contenenti psilocibina per i maggiori di anni 21». L’iniziativa poggia sulle spalle di Kevin Saunders, già candidato a sindaco nella cittadina di Marina, vicino Monterey: 15 anni fa sono stati questi funghetti ad avergli fatto superare la tossicodipendenza. Ora si tratta di raccogliere oltre 365.000 firme valide per arrivare al primo traguardo di includere il quesito sulla scheda elettorale. Ma anche nel caso in cui queste proposte referendarie stavolta non dovessero farcela, si tratta di un’ulteriore spinta tesa a rendere sempre più positiva la percezione dell’opinione pubblica americana nei confronti degli allucinogeni (un po’ come accaduto, appunto, per la marijuana). Un percorso in salita ma con segnali promettenti. Altro esempio è quello di un sondaggio condotto dal portale d’informazione online Vox e dall’istituto Morning Consult nella primavera 2016 su un campione di 2.000 elettori; soltanto il 22% appoggia la decriminalizzazione della psilocibina, e ancora meno la considerava utile a scopo terapeutico (18%). Invece secondo i risultati di un’indagine condotta a metà luglio 2017 dalla società di ricerca YouGov, il 53% degli interpellati vede con favore la ricerca sui potenziali benefici terapeutici degli psichedelici, e tali benefici vengano confermati dalla ricerca scientifica, il 63% si dice disposto a considerare personalmente eventuali trattamenti con psilocibina, chetamina oppure Mdma. In altri termini, l’accoppiata tra le sperimentazioni mediche in corso e il rinnovato interesse mediatico iniziano a dare buoni frutti. A questo vanno aggiunte le tante informazioni ed esperienze di prima mano sulle numerose varietà di funghi Psilocybe, contenenti la sostanza psicotropa, apertamente condivise su internet e sui social media. Come illustrato in dettaglio nel capitolo sulle Microdosi Psicoattive, va così emergendo una variegata sottocultura interessata alle auto-sperimentazioni, grazie anche a qualche falla nelle normative internazionali, quanto meno rispetto all’uso personale se non proprio terapeutico. Da notare inoltre che, secondo i dati del recente Global Drug Survey, proprio i funghi Psylocibe rappresenterebbero la droga ricreativa più sicura e innocua oggi in circolazione oggi. Delle oltre 12.000 persone che hanno affermato di averne fatto uso nel 2016, appena lo 0,2% è dovuto ricorrere a cure mediche urgenti, un tasso cinque volte inferiore a quello riscontrato per Mdma, Lsd e cocaina. Complessivamente, circa 28.000 persone hanno dichiarato di aver ingerito i funghetti magici almeno una volta nella vita. Per l’81,7% si è trattato di vivere una “esperienza psichedelica moderata” e di “valorizzare le interazioni ambientali e sociali”. Questo sondaggio annuale coinvolge quasi 120.000 partecipanti in 50 Paesi del mondo, ponendo loro domande sul tipo di sostanze assunte, le abitudini d’uso, gli eventuali effetti negativi, ecc. Tuttavia secondo Adam Winstock, psichiatra e fondatore del Global Drug Survey, occorre tener conto dei possibili rischi: «Mischiati con l’alcol e assunti in ambienti sconosciuti, anche questi funghi possono provocare cadute e ferite, attacchi di panico, brevi stati confusionali e disorientamento». A ben vedere si tratta di situazioni alquanto comuni e basta un po’ di semplice buon senso per evitarle, che siano legali o illegali le sostanze assunte. In risposta a simili posizioni, diverse testate gornalistiche hanno anzi fatto riferimento all’ampia aneddotica positiva in circolazione e agli studi condotti dal team del Dr. Griffiths già menzionati, dove è emersa l’efficacia della psilocibina nel trattamento della depressione clinica e dell’ansia. Con esperienze tutt’altro che negative anche rispetto a certi “brutti viaggi”:

Nella ricerca del 2016, sono stati intervistati oltre 2.000 individui sull’esperienza più difficile a livello psicologico mai avuta con i funghi magici. Di questi, il 2,7% aveva ricevuto assistenza medica di base e il 7,6% un qualche tipo di aiuto per superare i successivi sintomi psicologici. Ciò nonostante, l’84% degli interpellati ha detto di aver tratto vantaggio da quell’esperienza.

  • The Guardian, 23/05/2017

 

Ugualmente promettenti gli esiti di altre indagini sul campo, tra cui: uno studio-pilota mirato al disturbo ossessivo-compulsivo, sponsorizzato da Maps e coordinato nel 2006 da Francesco Moreno presso l’Università dell’Arizona; un test su 15 soggetti affetti dalla dipendenza da nicotina e somministrato loro varie dosi di psilocibina (20-30 mg) all’interno di un programma di psicoterapia di 15 settimane, coordinato nel 2012 da Matthew Johnson, membro della squadra del Dr. Griffiths che aveva studiato gli effetti “mistici” della sostanza menzionati sopra; e un test clinico contro l’alcol-dipendenza, condotto nel 2015 da Michael Bogenshutz (psichiatra ad Albuquerque, in New Mexico) su 10 volontari che hanno ricevuto due dosi di psilocibina (21-28 mg) come parte del trattamento terapeutico di 12 settimane. Indagini più ampie sono attualmente in corso presso l’Heffter Research Institute, mentre per ulteriori dettagli sull’ambito internazionale si rimanda al sito web di Maps.

 

Altri enteogeni terapeutici

 

Rispetto agli allucinogeni “minori” oggetto dell’attuale odierna ricerca medico-scientifica, emergono le potenzialità della chetamina nel trattamento delle dipendenze. Usata generalmente come anestetico, in dosi ridotte (50-60 mg.) questo farmaco produce una profonda esperienza psichedelica. Ha il vantaggio di produrre effetti di breve durata (1-2 ore), senza danni collaterali e, soprattutto, di non essere inclusa nella Tabella I delle sostanze proibite in Usa, con analoghe classificazioni altrove. Anzi, qui viene regolarmente prescritta dai medici contro dolori cronici e nervosi. Già sul finire degli anni ’90, il team del Dr. Evgeny Krupitsky, presso il Centro regionale per la ricerca su dipendenza e psicoterapia di San Pietroburgo, in Russia, ha avviato e completato una serie di studi clinici basati sulla combinazione di chetamina e psicoterapia per centinaia di pazienti dipendenti da alcol e oppiacei. Nel primo caso, a un anno di distanza dal test, il 66% di quanti avevano usufruito di tale combinazione rimaneva sobrio, rispetto invece al 24% del gruppo di controllo, mentre per il gruppo di eroinomani l’astinenza raggiungeva il 50%. Ugualmente promettenti gli esiti delle indagini avviate nel 2006 da altri ricercatori in Lituania: a basse dosi la chetamina riduce notevolmente gli sgradevoli effetti della fase di astinenza per i tossicodipendenti, grazie alla sua influenza sul recettore Nmda, in maniera simile all’ibogaina. In occasione di ulteriori test negli Stati Uniti, i soggetti hanno riportato uno stato piacevole e tranquillo, come stessero sognando, senza però riuscirne a descrivere i dettagli. In altri casi si è rivelata utile per superare certi traumi del passato, rivivendoli senza l’agitazione originaria. In tal senso la chetamina sembra avere proprietà “psico-mimetiche”, capace cioè di innescare effetti simili a quelli della psicosi, utile per testare poi dei farmaci per ridurre o contrastare proprio lo stato psicotico (un po’ come avveniva nelle prime sperimentazioni cliniche con l’Lsd degli anni ’50). Ambito in cui, nel 2012, il Dr. Deepak Cyril D’Souza e i colleghi del gruppo di studio sulla chetamina presso la Yale University, hanno pubblicato le prove preliminari di un test su pazienti maschi sani. D’Souza aveva già coordinato altre indagini, inclusa una serie di test clinici su centinaia di volontari sani dal 1989 al 2005, per verificarne la possibile dannosità. Solo il 2% ha riportato reazioni avverse a livello mentale e quattro giorni dopo l’assunzione ogni effetto collaterale era scomparso.

Trattandosi di un medicamento legale, i ricercatori hanno piena libertà di studiare la chetamina per vari disturbi mentali, incluse le sue sulle potenzialità antidepressive. È quanto sta facendo un ampio studio curato da Rupert MacShane, psichiatra a Oxford, con un gruppo di pazienti severamente depressi. Pur se con risultati iniziali poco significativi (circa il 29% dei soggetti ha risposto positivamente al trattamento), nel 2014 i ricercatori rimarcavano che i dati raccolti «suggeriscono nuovi modelli neurobiologici di depressione, aprendo potenzialmente la strada a una nuova classe di antidepressivi». E l’esito di due studi condotti nel 2015 su pazienti affetti dal disordine bipolare ha evidenziato che la chetamina può migliorarne l’umore e ridurne le tendenze suicide. Analoghi e promettenti i primi dati di uno studio sul disturbo ossessivo-compulsivo, mentre a Londra si sta preparando un ampio test per il trattamento dell’alcolismo, con la partecipazione dell’Imperial College e dell’Università di Exeter.

Passando al peyote (il cui nome scientifico è Lophophora williamsii, pianta succulenta appartenente alla famiglia delle Cactaceae), va detto che da sempre i nativi americani ne fanno uso a scopo terapeutico, cioè per il trattamento di patologie come mal di denti, parto, febbre, dolori al petto, problemi dermatologici, reumatismi, diabete, raffreddore, cecità. Anche se è più noto per gli effetti stimolanti e psicotropi dovuti alla presenza di ben 52 alcaloidi, in particolare della mescalina. Cresce spontaneamente nel deserto messicano di Chihuahua, Durango e Queretaro e in alcuni territori nel Texas meridionale. Pur causando a volte effetti collaterali poco piacevoli quali tachicardia, bradipnea e nausea, uno studio condotto nel 2001 presso la Harvard Medical School da John Halpern e Harrison Pope con membri della Native American Church non ha rivelato alcun problema a livello cognitivo. Vari esperti, a cominciare da Evans Schultes nel 1938, ne avevano mostrato la non dannosità anche per chi ne faceva uso frequente. Secondo l’etnobotanico statunitense, anzi, le proprietà medicinali del peyote «sono state fondamentali per la nascita, la diffusione e, per certi aspetti, il mantenimento del peyotismo stesso».

Il termine “peyotismo” indica i riti della Native American Church, che in base all’Indian Religious Freedom Act del 1978 sono del tutto legali in Usa, anche se il peyote rientra nella classificazione delle droghe proibite. Nella Chiesa, l’assunzione cerimoniale di una manciata di cosiddetti “bottoni” allucinogeni freschi (per 300-500 mg. di mescalina) viene intesa come veicolo per la comunione con gli dei e gli antenati, come una sorta di guida spiritual e strumento di guarigione psico-fisica. Non a caso molti nativi vi hanno aderito quando erano alle prese con l’abuso di droghe, alcol o con pesanti problemi famigliari. In analoghe cerimonie sacre, gruppi di indigeni boliviani e peruviani usano il meno potente cactus di San Pedro, generalmente cotto in grosse pentole. I semi, legali perché privi di mescalina, ne facilitano la coltivazione anche a scopo ornamentale nel Southwest Usa e nelle limitrofe regioni messicane. Molte le applicazioni terapeutiche, basate sull’aneddotica popolare e sui racconti di Amanda Cardenas, che al confine fra Texas e Messico svolse un ruolo cruciale per la diffusione dell’uso e della cultura del peyote in Nordamerica. A partire dagli anni ’30, fu infatti lei a gestirne (insieme al marito Claudio, scomparso nel 1969) la vendita e il commercio dopo averne ottenuto formale licenza delle autorità americane. Il suo modesto avamposto a Mirando City è stato meta di un continuo andirivieni di nativi americani per rifornirsi alla fonte del miglior peyote in circolazione, e man mano anche di esperti, giornalisti e turisti di ogni parte del mondo. Un’attività che proseguì fino alla sua morte nel 2005, a quasi 101 anni. Lei stessa ne ingeriva di quando in quando dei piccoli bottoni come tonico per tenersi in buona salute. Applicato localmente in poltiglia il peyote viene usato per artrite, dolori, congestioni, infiammazioni, cataratta e ferite. Nella tradizione dei curanderos della zona d’origine, lo si usa anche per combattere le cefalee, la fame e la fatica, il mal di stomaco e altro. Secondo l’antropologo J. S. Slotkin è utile anche per curare gli invalidi e gli alcolizzati, mentre per i Mescalero Apache la ragione primaria dei rituali era proprio la guarigione per qualcuno dei loro membri. Soprattutto nella tribù messicana degli Hiuchol, è comune somministrarlo alle donne incinta e al momento del parto. Studi di laboratorio hanno confermato che la mescalina attraversa la placenta e arriva fino al feto, che si sviluppa così forte e robusto, fino a “danzare” nel ventre della madre. Da notare che la mescalina, sintetizzata dal chimico tedesco Arthur Heffter nel 1897, fu oggetto di sperimentazioni all’Università di Heidelberg già negli anni ’20, a cui sembra avesse partecipato anche il noto scrittore Hermann Hesse. E fu una sessione con la mescalina, presa sotto la guida dello psichiatra Humprey Osmond, che ispirò Aldous Huxley a scrivere l’opera seminale Le porte della percezione nel 1954.

La Salvia Divinorum è una pianta psicoattiva della famiglia delle Lamiacee, diffusa in natura quasi solo in Messico, nella zona della Sierra Madre Mazateca. La sua origine mitica rimanda alle culture messicane pre-cristiane e oggi viene usata comunemente (masticandone le foglie fresche appallottolate) dagli Indiani Mazatec per la divinazione e le visioni spirituali. Fu scoperta nel 1939 da J. B. Johnson ma solo negli anni ’80 Ortega e Valdes ne isolarono il principio attivo, la Salvinorina A. In occidente prese piede un decennio dopo in circoli ristretti, dove venivano fumate le foglie secche arrotolate. La Salvinorina A, è un diterpenoide, contrariamente a tutti gli altri psichedelici che chimicamente sono degli alcaloidi ed è estremamente potente già in dosi di 200 microgrammi, con annessi rischi di psicosi tossica, e al pari dell’ibogaina, è un antagonista dei recettori k-oppioidi. Più comunemente se ne produce un estratto alcolico e lo si applica sulle foglie secche che poi vengono fumate. L’effetto psicoattivo di ogni tirata dura 5-10 minuti, e produce in particolare una sorta di trance e dissociazione, con la perdita della tridimensionalità e l’emergere di distorsioni visuali, con una sensazione di appiattimento del mondo circostante. Per ulteriori dettagli, la risorsa onnicomprensiva è il sito web dello scrittore-esploratore Daniel Siebet.

Le normative variano da Paese a Paese, ma in Australia, Regno Unito e Italia la Salvia Divinorum è inclusa nella tabella più restrittiva, mentre in Spagna e Usa il quadro è meno preciso. Ciò anche perché la pianta ha un’apparenza comune e inodore, né richiede particolari accorgimenti per la coltivazione casalinga. A livello terapeutico, i guaritori Mazatec ne hanno fatto uso per trattare condizioni fisiche e psichiche nel contesto della loro tradizione. Alcune applicazioni occidentali riguardano raffreddori, tosse, costipazione e diarrea. Altri test sono in corso rispetto a psicoterapia, malattie cardiache, come analgesico e antidepressivo. Nel 2010 la Beckley Foundation ha sponsorizzato uno studio su otto soggetti che ne avevano già fatto uso, oltre a un’indagine co-curata da Roland Griffiths alla Johns Hopkins University, finanziata dal National Institute on Drug Abuse. Anche se la ricerca è ancora alla sue fasi iniziali, la comunità scientifica sembra confidare sulle molteplici potenzialità terapeutiche della pianta, tra cui il morbo di Alzheimer, la depressione, la schizofrenia, i dolori cronici e perfino Aids e cancro.

Esistono poi una varietà di “droghe tribali” tuttora usate da piccole comunità indigene nel continente africano e in quello sudamericano, le cui proprietà psicoattive e terapeutiche sono intimamente interconnesse. E che forse nel prossimo futuro potranno rivelarsi importanti anche per il nostro ambito medico-scientifico, come accaduto per l’ayahuasca. Analogamente, le centinaia di triptammine e feniletilammine sintetizzate fin dagli anni ’60 dal chimico californiano Sasha Shulgin promettono svariati benefici psicoterapeutici, forse al pari di Mdma e psilocibina. Ma per studiare a dovere e fare sperimentazioni con tutti questi enteogeni occorre innanzitutto scardinare l’odierno regime proibizionista.

 

Centri non-profit ed eventi internazionali

 

Rispetto agli studi con la psilocibina negli Stati Uniti, la maggiore spinta arriva dall’Heffter Research Institute, fondato nel 1993 a Santa Fe, in New Mexico, da un gruppo di prominenti medici e ricercatori sotto la spinta di David Nichols, poi coadiuvato da George Greer, convinti più che mai della necessità di riportare alla luce del sole quelle sperimentazioni sul campo per oltre 20 anni proseguite underground e sotto costanti rischi legali, a causa delle restrizioni governative. L’obiettivo primario era quello di reperire fondi privati per portare avanti nuovi progetti degni di merito scientifico e sottoporli in quanto tali all’approvazione della Food & Drug Administration (Fda). Quest’ultima sembrava infatti aver allentato, pur senza pubblicizzarlo, la posizione iper-proibizionista imposta da Richard Nixon a cavallo degli anni ’60-’70, ed era pronta a dare il via libera a nuovi test clinici sulle sostanze psicoattive – purché, appunto, fossero completamente auto-finanziati. Ottenute le credenziali per operare come organizzazione non-profit, per una decina d’anni l’Heffter Research Institute si è concentrato su meccanismi ed effetti dell’Mdma, oltre a studi clinici sulla chetamina per il trattamento dei tossico-dipendenti russi. L’attenzione si è poi rivolta sulla psilocibina, visto l’analogo interesse di altri ricercatori statunitensi nel campo della neuroscienza, avviando così il primo test ufficiale per il trattamento dei disturbi ossessivi-compulsivi presso l’Università dell’Arizona. Dopo l’istituzione, a inizio anni ’90, di un’apposita unità della Fda denominata Pilot Drug Evaluation Staff, incaricata di valutare e dare il via libera agli studi clinici sugli psichedelici, l’Heffter Research Institute ha ottenuto l’autorizzazione per condurre in proprio 12 studi. E alcuni prevedono che, grazie alla “deregulation” promessa dall’Amministrazione Trump, questo trend diverrà ancora più marcato – anche se altri pronosticano invece l’opposto, con restrizioni in arrivo anche sul fronte della cannabis medica, che per ora va forte in Usa e altrove. Da ricordare che l’Istituto prende il nome da Arthur Heffter, chimico e medico tedesco che isolò la mescalina dal peyote nel 1897, il primo componente dalle proprietà psichedeliche a essere identificato e isolato dalla sua fonte naturale.

 

L’Heffter Research Institute promuove la ricerca con le sostanze psichedeliche per contribuire alla migliore comprensione della mente, portare al miglioramento della condizione umana e alleviare la sofferenza. I ricercatori dell’Istituto ritengono che le potenzialità inesplorate degli psichedelici richiedano un’attenta attività di ricerca per identificarne l’uso migliore nel trattamento medico.

  • dal sito web heffter.org

 

Mentre l’Heffter Research Institute è un puro centro di ricerca, la Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (Maps) si pone invece come organizzazione di più ampio respiro, orientata a «sviluppare i contesti medici, legali e culturali per trarre beneficio dall’attento uso di psichedelici e marijuana». Fondata nel 1986 da Rick Doblin, l’ente non-profit è stato (e rimane) il motore primario dell’attuale rinascita psichedelica negli Stati Uniti, a partire dai test legali per la sperimentazione clinica mirata a valutare il ricorso alla psicoterapia basata sulle sostanze psichedeliche rispetto a svariate patologie cliniche. Tra queste, un test clinico sulla marijuana per alleviare i sintomi del disturbo post-traumatico da stress (Dpts) nei reduci di guerra: dopo il lungo iter burocratico per ricevere l’approvazione di varie agenzie, lo Stato del Colorado ha stanziato due milioni di dollari e nel gennaio scorso l’indagine è stata effettivamente avviata presso lo Scottsdale Research Institute di Phoenix, Arizona. In corso anche uno studio pilota per l’Lsd su 12 soggetti affetti da ansia associate a malattie terminali, di cui si è chiusa positivamente la seconda fase, mentre in due laboratori in Messico e Nuova Zelanda si studiano gli effetti a lungo termine dell’ibogaina come cura per la tossicodipendenza.

La ricerca medica di più ampia portata sponsorizzata da Maps riguarda tuttavia l’Mdma, soprattutto per il trattamento del Dpts, come illustrato in precedenza. A novembre 2016 la Fda ha dato semaforo verde alla terza e ultima fase di due test clinici, con ulteriore conferma a fine agosto 2017 rispetto al protocollo speciale e alle analisi statistiche indicate sempre da Maps, aprendo così la strada per le successive approvazioni come farmaco prescrivibile e per la possibile riclassificazione per l’utilizzo terapeutico (Tabella II, che include sostanze ad alto rischio d’abuso ma con potenziali benefici medici, come per esempio gli oppiacei). Va ricordato che la seconda fase di questi due test clinici aveva coinvolto complessivamente 107 partecipanti affetti da questi disturbi mediamente da oltre 17 anni, il 61% dei quali non presentava più i sintomi del Dpts a due mesi di stanza dalle tre sessioni di psicoterapia coadiuvata dall’Mdma. Percentuale che all’ulteriore controllo dopo 12 mesi era salita al 68%. La terza fase prenderà avvio a inizio 2018 in centri medici di Stati Uniti, Canada e Israele, coinvolgendo 100-150 soggetti. Si tratta di un campo d’intervento particolarmente urgente, visto che negli Stati Uniti il Dpts sta diventando una crisi socio-sanitaria di proporzioni simili a quelle delle malattie mentali e della dipendenza da oppiacei descritte più avanti. Il problema non riguarda più soltanto i reduci di guerra, vista la quantità di truppe Usa impegnate su diversi fronti bellici in varie parti del mondo, bensì le diffuse esperienze traumatiche in generale. Questi alcuni dati recenti forniti dal Centro Nazionale per il Dpts:

 

Il 7-8% della popolazione sperimenterà disturbi di questo tipo a un certo punto della vita.

Ogni anno, ne soffrono 8 milioni di adulti (il 10% delle donne e il 4% degli uomini), anche se non tutti quelli che subiscono traumi sviluppano il disturbo.

Alcuni gruppi – le minoranze, i ceti meno abbienti, quelli meno istruiti e con altri problemi di salute mentale come l’ansia, la depressione e l’alcolismo – risultano più inclini alla malattia.

Chi sviluppa il Dpts ha significativamente maggiori probabilità di soffrire di dipendenza, nonché di tendenze suicide.

 

La condizione psico-fisica frutto dello stress post-traumatico aumenta l’attività nell’amigdala e diminuisce l’attività nella corteccia prefrontale, la parte responsabile dell’elaborazione ad alto livello. Analogamente all’effetto di Lsd e psilocibina rivelato dalle immagini ad alta definizione seguite ai recenti studi tenuti a Londra nell’ambito del Beckley/Imperial Research Programme, descritti più avanti, l’Mdma diminuisce l’attività nell’amigdala (la parte del cervello che gestisce le emozioni e in particolar modo la paura) e incrementa l’attività nella corteccia prefrontale, attivando anche l’ippocampo, la parte del cervello che si occupa della memoria, in modo da potersi disfare dei ricordi repressi. Al contempo, la sostanza crea una sensazione di calma e benessere, producendo i neurotrasmettitori serotoninaossitocina e dopamina, nonché la prolattina ormonale. Ciò significa che i soggetti che sono stati traumatizzati, in alcuni casi per decenni, possono improvvisamente rilassarsi e fidarsi degli altri. E in questi casi, la fiducia riguarda innanzitutto i terapeuti, un uomo e una donna, che li assistono in ogni sessione.

Ma l’attività dell’ente non-profit va ben oltre il pur fondamentale ambito terapeutico: rilanci continui sul sito web e sui social media, pubblicazione di libri e documenti, organizzazione di eventi pubblici e una rete di contatti internazionali. Un quadro che in questi anni ha assicurato i fondi necessari per avviare le costose ricerche terapeutiche e ottenere le complesse approvazioni legali, conquistare una reputazione di massima rispettabilità e raggiungere quella visibilità mediatica necessaria per avvicinare il grande pubblico a tematiche a volte difficili da comprendere e digerire. Per esempio, lo scorso aprile Maps ha organizzato a Oakland, in California, la Psychedelic Science 2017, seguita alle precedenti edizioni del 2011 e 2013, e co-sponsorizzate dalla Beckley Foundation e dal Council of Spiritual Practice. Esponenti di spicco della comunità scientifica internazionale hanno offerto e coordinato una lunga sequenza di presentazioni, tavole rotonde, workshop e altri momenti di discussione aperta su benefici e rischi legati all’uso di Mdma, Lsd, psilocibina, ayahuasca, chetamina, ibogaina, cannabis medica e altre sostanze. Una storica maratona di sei giorni a cui hanno preso parte quasi 3.000 persone provenienti da almeno 39 Paesi. Psychedelic Science 2017 si è così rivelato il maggior evento pubblico sugli psichedelici mai organizzato finora, superando perfino lo storico simposio internazionale del 2006 per il Centenario di Albert Hofmann e il Forum mondiale sugli psichedelici del 2008, entrambi organizzati dall’ente non-profit Gaia Media a Basilea, dove erano convenute circa 2.000 persone ciascuno.

 

Oggi va emergendo un forte potenziale per poter integrare gli psichedelici nella cultura occidentale. C’è bisogno di strumenti nuovi per consentire alla gente di affrontare in maniera più diretta la paura e altre emozioni soverchianti, in modo da trovare risposte adeguate per la violenza, le disuguaglianze e i danni ambientali del nostro tempo; per aiutarci a superare i traumi multi-generazionali; per affrontare serenamente la morte e ritrovare la gioia di vivere; per costruire una società basata su empatia e compassione reciproche; e per molto altro ancora. Le sostanze psichedeliche sono strumenti a cui l’umanità deve poter accedere legalmente – per guarire dalle nostre ferite più profonde, per coinvolgersi a livello emotivo e spirituale, per sopravvivere e prosperare nel XXI secolo e oltre.

– Rick Doblin, fondatore e direttore di Maps

 

Anche l’altro motore dell’attuale ripresa scientifica, la Beckely Foundation britannica, si muove molto in ambito internazionale ed è ben attenta agli sviluppi tecnologici in corso. Per esempio, nel prossimo studio sulle microdosi legato al progetto di crowdfunding online sotto l’egida di “Fund-A-Mental” (Fund a mental health revolution) verranno esaminate anche le capacità strategiche dei soggetti con partite di Go, il complicato gioco di strategia cinese usato da Google per addestrare i suoi sistemi d’intelligenza artificiale. Ed è forse fantascienza pensare che fra qualche anno saranno i robot dotati di intelligenza artificiale a gestire le innumerevoli faccende automatiche del nostro quotidiano, mentre noi potremo dedicarci a migliorare certe abilità tipicamente umane, a partire dalla creatività nelle sue varie forme, grazie all’uso accorto degli psichedelici? È quanto suggerisce un ampio articolo apparso nell’agosto 2017 sul Financial Times, e centrato sui molteplici aspetti legati al trend delle microdosi. Le quali trovano piena conferma come ulteriore anello di congiunzione tra la Silicon Valley e le sostanze (illegali o meno) capaci di scardinare i comuni meccanismi mentali e do inventare il futuro. D’altronde è ben noto che Steve Jobs avesse pubblicamente confermato l’uso in giovinezza di sostanze allucinogene, definendole come una delle più profonde esperienze della sua vita. E il riservato Bill Gates lasciò intendere di aver fatto lo stesso ai suoi tempi, in un’intervista per Playboy nel 1994, pur senza mai ammetterlo esplicitamente. Uno scenario che Amanda Feilding sottoscrive pienamente, ribadendo l’utilità reciproca di queste collaborazioni trasversali, non ultimo perché il mondo dell’high-tech si pone come potenziale fonte di finanziamento per gli esosi costi della più moderna ricerca psichedelica. Già nel 2011 Sean Parker, il fondatore di Napster e uno dei primi investitori di Facebook, elargì una generosa donazione proprio alla Beckley Foundation per il lavoro di riforma delle politiche sulle droghe (pur se non per gli studi psichedelici). Ed è noto che svariati cyber-imprenditori finanzino da tempo il movimento per la legalizzazione della cannabis.

 

Feilding sta per aggiungere un’unità commerciale alla sua Fondazione. Sperando che gli imprenditori dell’high-tech vi investano per fare del bene e per guadagnare, magari lanciando qualche azienda capace di produrre «meravigliose medicine a base di cannabis» o aprendo speciali cliniche terapeutiche. Ed è convinta che le microdosi psicoattive possano rivelarsi più positive per il pianeta di tante tecnologie dirompenti. «È meglio per la specie umana provare a essere più felice ed equilibrata che puntare allo sbarco su Marte», sostiene. «C’è forse qualcosa di meglio da fare che cercare di risolvere alcuni dei maggiori problemi che affliggono la nostra psiche?».

  • Financial Times, 10/08/2017

 

Quest’ampio ventaglio di opportunità in ambito scientifico trova poi riscontro in un’attività di informazione e sensibilizzazione in continua crescita. Tra i maggiori eventi internazionali, da sottolineare l’evento bi-annuale Breaking Convention, lanciato nel 2011 e la cui recente edizione londinese ha visto la presentazione nell’arco di tre giorni di oltre 150 relazioni dei maggiori esperti mondiali, con il tipico approccio multidisciplinare su tematiche quali medicina psichedelica, piante medicinali, neuroscienza, filosofia, misticismo, storia e politica delle droghe. Ancora nel Regno Unito, da segnalare il lavoro a tutto campo della Psychedelic Society (fondata nel novembre 2014), tra incontri pubblici, ritiri cerimoniali e convegni, con omonime organizzazioni sorte nelle varie università del Paese. Una menzione la merita anche Psychedelic Press (lanciata nel 2008), che pubblica un importante bimestrale e vari libri sul tema. Nel resto d’Europa, a settembre 2016 si è tenuto a Praga l’analogo convegno internazionale Beyond Psychedelics, con il seguito già programmato per la primavera 2018. Infine, a livello internazionale è da ricordare il circuito della Open Foundation, impegnata a stimolare la ricerca e il dibattito sulle sostanze psichedeliche. In quest’ambito ha curato eventi quali la Mind-Altering Science e la International Conference on Psychedelic Reasearch ad Amsterdam (rispettivamente, nel 2010 e nel 2016), oltre a un’annuale forum autunnale a New York City, Horizons: Perspective on psychedelics. A novembre 2017 Berlino ospiterà la seconda edizione della Altered Conference, dove relatori di vari Paesi faranno il punto sulla ricerca e le terapie, le microdosi e la riduzione del danno, e molto altro sulla scena psichedelica internazionale. (Per ulteriori dettagli su questi eventi, si vedano i rispettivi siti web indicati in appendice). Un network diffuso e partecipato che, insieme al gran movimento veicolato da internet, ribadisce la portata globale del rinascimento psichedelico in corso.

 

Diritto alla scienza e alla medicina psichedelica

 

Questa panoramica sulle possibili “terapie psichedeliche” non sarebbe completa senza sottolinearne le potenzialità ancora più marcate rispetto ai seri problemi sanitari che affliggono buona parte delle società industrializzate. Oggi un americano su quattro (circa 60 milioni di persone) rivela qualche disfunzione a livello di salute mentale, causando una perdita di oltre 400 miliardi di dollari l’anno alla società, tra il mancato reddito prodotto e i costi di assistenza sanitaria. Problemi spesso sottovalutati o incurabili per la medicina moderna, mentre si stima che perfino due terzi di coloro che hanno ricevuto una qualche diagnosi non seguano alcun trattamento. E se è vero che ciò riguarda soprattutto i Paesi occidentali, a livello globale si ritiene siano non meno di 450 milioni le persone che soffrono di qualche disturbo mentale. Finora la terapia si è basata su metodi tradizionali, soprattutto psicofarmaci e ansiolitici concentrati sulle stesse molecole isolate negli anni ’50, che producono effetti collaterali, costi alquanto elevati, efficacia limitata o sporadica, e focalizzati soltanto ad alleviare sintomi spesso intollerabili che non di rado portano fino al suicidio (come per chi è affetto da Dpts, ansia, depressione, emicranie croniche, ecc.).

Anche in risposta a questa impasse, il Beckley/Imperial Research Programme britannico si è concentrato a studiare gli effetti di traumi o stress infantili sull’amigdala, traumi che secondo molti studiosi sono le cause primarie di malattie mentali come la depressione. L’amigdala è una sorta di radar emotivo, la regione del cervello colpita per lo più dalle emozioni negative: gli stress in giovane età la rendono ipersensibile mentre gli psichedelici ne riducono l’attività. È questo quanto si deduce dalle immagini cerebrali prodotte a inizio anno dai test su soggetti che avevano assunto Lsd e psilocibina, confermando analoghi studi condotti presso l’ospedale dell’Università di Basilea già nel dicembre 2014 e poi nel settembre 2015.

Un altro grosso problema sanitario dove gli psichedelici sembrano in grado di dare una mano riguarda l’abuso e la dipendenza dai farmaci analgesici basati sugli oppioidi. In Nord-America siamo davanti a una crisi di proporzioni enormi: ogni giorno, più di 90 americani muoiono per un’overdose di oppiacei, includendo sia quelli sintetici legalmente prescritti contro il dolore (morfina, codeina, fentanyl, ossicodone) sia quelli in circolazione sul mercato nero (eroina ma anche oppioidi tagliati, nel senso che spesso il mercato legale e quello illegale finiscono per sovrapporsi). Secondo il National Center for Health Statistics, nel terzo trimestre del 2016 in tutti gli Usa si sono registrate 20 morti per overdose, rispetto alle 16,7 dell’anno precedente, e oltre la metà riguardano un farmaco oppioide. E un nuovo studio pubblicato a inizio agosto sull’American Journal of Preventative Medicine suggerisce che le stime governative apparirebbero lontane dal quadro reale della crisi in atto: le morti per overdose di oppioidi sarebbero superiori del 24% e quelle per eroina del 22%, rispetto ai dati ufficiali. Ed è di poche settimane fa l’emergenza sanitaria nazionale dichiarata ufficialmente dal Presidente americano Donald Trump, dopo la notizia che l’epidemia di oppiacei negli Stati Uniti sta provocando ogni tre settimane lo stesso numero di morti dell’11 settembre 2001.

Intanto uno studio apparso nel febbraio 2017 sul Journal of Psychopharmacology, rivela come l’assunzione di Lsd e psilocibina faccia diminuire il rischio di sviluppare abuso (40%) e dipendenza (27%) in persone che nell’anno precedente avevano usato oppiacei illegali. Da notare che, in base ad altre ricerche, l’uso di marijuana può ridurre fino al 55% il rischio di abuso di oppioidi in chi ne aveva già fatto uso in passato. Analizzando i dati raccolti negli ultimi sei anni dal National Survey on Drug Use and Health, i ricercatori hanno stabilito che gli psichedelici «sono associati con caratteristiche psicologiche positive e consistenti con precedenti rapporti che ne suggeriscono l’efficacia per il trattamento dell’abuso di queste sostanze». Lo studio sembra dunque convalidare l’esperienza aneddotica dei tanti che in questi anni hanno fatto uso di sostanze allucinogene come ibogaina, ayahuasca o kratom (albero della famiglia delle Rubiaceae, diffuso in diverse regioni del Sud-Est asiatico) per superare l’assuefazione a sostanze di vario tipo e condurre una vita più sana.

Incoraggianti su questo fronte anche i primi dati ufficiali seguiti all’introduzione della marijuana terapeutica in decine di stati Usa: uno studio pubblicato nel 2014 sul Journal of the American Medical Association (Jama) segnala il drastico calo delle morti per overdose da droghe pesanti (eroina inclusa) in tali stati, mentre secondo uno studio pilota svoltosi l’anno successivo all’Addiction Institute del Mount Sinai, a New York, il cannabidiolo, un componente della cannabis, riduce la voglia incontrollabile di oppioidi, facilitandone così il percorso di recupero. E al contrario del metadone, farmaco spesso usato nei centri di disintossicazione, il cannabidiolo non produce ulteriore assuefazione.

Questi primi risultati sugli effetti positivi delle sostanze psicoattive nel contesto della salute mentale e della dipendenza da oppioidi, ormai divenute vere e proprie crisi diffuse nelle società industriali contemporanee, suggeriscono ancora una volta l’urgenza di ulteriori indagini cliniche per approfondire tale correlazione, studiandone ovviamente anche i possibili rischi o altre conseguenze negative. Occorre riaffermare il pieno diritto alla scienza sancito dalla stessa Dichiarazione universale dei diritti umani, che comprende il diritto di tutti gli esseri umani alla conoscenza scientifica e a trarre vantaggio dai benefici del progresso scientifico e dalle sue applicazioni. Ambito in cui va necessariamente inclusa la libertà di portare avanti la ricerca medico-scientifica anche sulle sostanze psicotrope attualmente bandite dalle normative internazionali. Alla luce di quanto sintetizzato sopra, si tratta di un passo cruciale per rispondere all’urgenza di strategie innovative a tutto tondo per sanare profonde lacune medico-sociali. Le sostanze psicoattive appaiono alquanto promettenti in quest’ambito, e meritano di essere esplorate a fondo, riprendendo le rigorose indagini avviate negli anni ’60-’70 ma bruscamente interrotte dalla pregiudiziale “war on drugs”. Una “guerra” pensata e attuata contro le fasce di popolazione più povere ed emarginate, criminalizzando soprattutto gli afroamericani con la conseguente incarcerazione di massa, come documenta in dettaglio un libro del 2012 (The New Jim Crow). Oppure è la potenziale mancanza di ingenti ritorni economici, visto che gli psichedelici non sarebbero comunque farmaci brevettabili, a impedire il fattivo impegno di Big Pharma? E di pari passo, è forse il rischio di una pericolosità sociale mai dimostrata a frenare politiche di depenalizzazione che prevedano quantomeno l’uso degli psichedelici sotto diretto controllo medico?

 

Poiché le sostanze usate nei trattamenti coadiuvati dagli psichedelici sono di pubblico dominio, non possono essere brevettate. Inoltre, siccome questi trattamenti producono effetti a lungo termine sui pazienti, il modello si contrappone ai trattamenti tradizionali che offrono alti profitti grazie all’uso ricorrente di certi farmaci. Viviamo in una società dove il profitto viene prima della salute mentale individuale e collettiva. Ora abbiamo l’opportunità di fare qualcosa per cambiare questa situazione. Insieme possiamo finanziare un progetto che avrà un impatto positivo, legittimo e significativo sulla società.

  • dal sito web fundamental.nyc

 

 

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