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Cap.2 Microdosi psicoattive

Con il termine inglese Microdosing ci si riferisce all’assunzione di una dose minima di sostanza psicoattiva, al di sotto della soglia percebile. Una pratica che negli ultimi anni si è andata diffondendo a macchia d’olio soprattutto nella scena statunitense, pur se da tempo nota agli addetti. In questo caso, l’obiettivo non è quello di sperimentare i tipici effetti psichedelici, bensì di usare dosi minime di Lsd o di psilocibina come stimolanti generali, per risvegliare la concentrazione e la creatività, in maniera analoga a certe sostanze nootrope. Per qualcuno, si tratterà di sentirsi in pace con se stessi, più spirituali e in sintonia con il creato.

Un quadro in cui vige l’autogestione e la condivisione delle informazioni, pur se circolano dei protocolli di base da rispettare per trarne adeguato vantaggio ed evitare di ritrovarsi in un “viaggio” non voluto. Il punto è migliorare l’esperienza complessiva della propria giornata. Tutto avviene a livello sub-liminale con effetti appena evidenti, come vedremo meglio più avanti.

Ovviamente il primo accorgimento è usare cautela nel dosaggio e assicurarsi di partire con una quantità minima, tenendo soprattutto conto di condizioni, obiettivi e reazioni personali, per poi magari incrementare la dose man mano (consiglio utile per tutte le sostanze psicoattive). In generale, una microdose corrisponde a meno di un decimo della dose normale di Lsd (quindi 10–15 μg, microgrammi) o di psilocibina (ovvero 0,2–0,5 grammi, circa 2-3 cappelli di funghetti secchi, o fino a 5 grammi se freschi). Molti preferiscono partire da quantità comprese tra 1/20 e 1/10 della comune dose ricreazionale per poi adeguarle man mano in base alla propria esperienza. «Ma se si provano effetti visuali o qualche allucinazione, cioè anche i minimi segni del classico viaggio psichedelico, allora abbiamo esagerato un po’ con la dose», spiega il Dr. Fadiman, che studia da anni questa pratica, come vedremo più avanti. L’esperienza varia comunque da individuo a individuo, e ciascuno deve imparare a valutarne la “tolleranza” e le preferenze personali, ricordando che, nel caso dei funghetti, la potenza varia anche in base al tipo specifico. Ciò vale anche per i cosiddetti magic truffles, un derivato dei medesimi funghi, scientificamente noto come Sclerotia (al plurale): masse compatte di micelio indurito che si sviluppano sottoterra, in tuberi somiglianti allo zenzero e anch’essi contenenti psilocibina (truffle deriva dal Latino tuber). Al pari del liquido incolore che contiene le spore dei funghi, anche i truffles sono legali pressoché ovunque, almeno per ora, e si possono ordinare con discrezione su internet: il sito più serio e professionale sembra TruffleMagic.com, che consiglia pur sempre di verificare le ultime normative vigenti nel proprio Paese.

In estrema sintesi, ecco quanto suggerisce l’autore (anonimo) del sito web microdosing.info:

Una microdose di Lsd vuol dire intorno ai 10-20μg. Tuttavia, non è affatto una cattiva idea partire con dosi inferiori, specialmente se si vogliono evitare rischi, per poi incrementare gradualmente il dosaggio una volta che ci si sente a proprio agio. Per i funghetti, la microdose va da 0,5 a 5 grammi se freschi, oppure 0,05-0,25 grammi se secchi (tra un decimo e un ventesimo della dose normale). Per i magic truffles, calcolare tra 0,25 e 1,5 grammi di prodotto fresco.

Fenomeno popolare ma illegale

Il fenomeno va montando soprattutto tra i business professional, i dirigenti creativi e negli ambienti cultural-artistici, come pure per l’auto-cura di alcuni disturbi mentali e per toccare sprazzi di ricerca interiore. È il caso della Silicon Valley, per esempio, dove i tanti individui (tipicamente giovani, bianchi, maschi e laureati) che alimentano il frenetico cuore dell’high-tech vi fanno ricorso regolarmente per incrementare la produttività o trovare soluzioni creative a impasse tecnologici. Oppure vi fa ricorso chi si sente spesso depresso e di umore cupo, pur senza rivelare patologie cliniche. Si parla anche di effetti positivi per la demenza senile fino al morbo di Alzheimer. Un trend talmente diffuso da aver rapidamente conquistato l’attenzione delle testate mainstream (non solo quelle anglofone), accanto a una grande abbondanza di racconti personali, commentari e istruzioni per l’uso affidati al web. Fra le riviste più note e di settori anche diversi, Rolling Stone definisce tale pratica “il nuovo, imperdibile business trip”, Forbes parla di “strumento ideale per i lavoratori creativi della Silicon Valley” e Business Insider insiste sulla conseguente “esplosione di produttività innovativa”.

Anche se in parte ciò corrisponde al vero, non mancano le tipiche esagerazioni e superficialità presenti ogni volta che si parla di “droghe” e soprattutto di psichedelia. Più realisticamente, tra gli effetti comuni si segnalano un umore più sereno e il piacere delle piccole cose quotidiane, un maggior livello di concentrazione ed energia creativa, l’atteggiamento positivo verso gli altri e il resto del mondo. Si assapora un po’ meglio la vita, al di là delle specifiche circostanze personali. Niente “sballo” o super-euforia, quanto piuttosto uno stato interiore quieto e riflessivo. Girano anche voci di atleti che vi fanno ricorso per migliorare le loro prestazioni sportive.

Non a caso lo stesso Albert Hofmann, a cui si deve la sintesi nel 1943 della dietilamide dell’acido lisergico (Lsd) e poi della psilocibina nel 1959, provò a somministrarne delle microdosi ad alcuni ragni, notando che le “loro ragnatele erano più proporzionate e costruite meglio di quelle normali”. Né fece mistero di essere ricorso lui stesso a simili auto-somministrazioni in vecchiaia. Ed è tutt’altro che irragionevole sostenere che ciò abbia contribuito a fargli raggiungere la longeva età di 102 anni (è scomparso il 29 aprile 2008).

Spesso l’uso di piccole dosi allucinogene può rivelarsi assai efficace per mettere mano alla nostra “spazzatura psichica”. Queste dosi ridotte possono far emergere sentimenti sepolte e ciò espande la comprensione delle dinamiche della nostra personalità. Dare sbocco a questi sentimenti repressi porta chiarezza all’io interiore, consentendo al Vero Sé di farsi avanti. A sua volta, ciò produce un maggiore livello di pace ed energia, acutezza intuitiva e consapevolezza percettiva, chiarezza e compassione.
– Myron Stolaroff, Zig Zag Zen, 2002

In senso più strettamente terapeutico, il regime delle dosi sub-liminali può essere d’aiuto per superare la depressione e la dipendenza da nicotina, come è utile per chi è affetto dalla sindrome da deficit di attenzione e iperattività o dal disturbo post-traumatico da stress. Senza dimenticarne le potenzialità per la ricerca interiore e le esperienze spirituali. In certi casi, come annuncia il sito-progetto britannico The Third Wave in una guida all’uso chiara e semplice, “le microdosi potranno cambiarti la vita” e comunque gli effetti positivi cumulativi emergono “dopo aver sperimentato dei cicli di qualche settimana”. Si tratta cioè di un “piccolo amplificatore” dello stato d’animo e dell’attitudine personale, sia nel bene che nel male, come sottolinea ancora il sito web microdosing.info, fra l’altro ricco di ulteriori consigli per il fai-da-te. Come suggerisce il nome del progetto, questa “terza ondata” psichedelica del nostro secolo fa seguito alle due ondate precedenti: l’uso tradizionale da parte delle popolazioni indigene che risale alla notte dei tempi e poi quello del movimento controculturale degli anni ‘60. Vista anzi la crescente popolarità del fenomeno, a inizio settembre TheThirdWave.co ha lanciato il primo corso online interamente dedicato alle microdosi psicoattive, con una serie di schede dettagliate, un gruppo chiuso su Facebook, podcast settimanali, video-conferenze e altre opzioni. Nel giro di 24 ore si sono iscritte 230 persone di varie nazionalità.

Oltre a favorire le condivisioni e gli scambi informali di questa mini-comunità, il corso punta a “fornirvi i migliori strumenti possibili per ottenere assolutamente il il massimo dalla vostra esperienza con le microdosi”. Ancora una volta, il punto cruciale è quello di stigmatizzare gli allucinogeni ed educare al meglio sul loro utilizzo e sui benefici. Ma Paul Austin, factotum di The Third Wave, non nasconde obiettivi più ambiziosi: reintegrare gli psichedelici nella cultura mainstream in maniera accorta e ponderata. Un percorso che, spiega Austin in un’intervista online d’inizio settembre 2017, potrebbe includere fra l’altro «l’ottenimento di una sorta di licenza d’uso simile alla patente di guida e la ricerca di investitori seri per il lancio di un’apposita start-up». Prevedendo che nel giro di 8-10 anni le microdosi offriranno opportunità imprenditoriali lucrative, come sta accadendo attualmente in Usa per il business della cannabis. Sul fronte opposto il Dr. Greer sottolinea però i rischi di una simile strategia: «Può essere inteso come un invito generalizzato a usare gli psichedelici in proprio, senza alcuna supervisione medica o contravvenendo alle disposizioni legali». E rimarca le possibili conseguenze sulla salute mentale rispetto a usi prolungati o se qualcosa non va per il verso giusto.

In ogni caso, finora quest’eclettica serie di risultanze sugli effetti delle microdosi poggia sulla “aneddotica di strada” e su procedure informali: relazioni in convegni medici o su riviste specializzate, qualche occasione di dibattito pubblico, i resoconti personali negli Psychedelic Club che vanno sorgendo in ogni parte del globo (con i corrispondenti gruppi su Facebook) e la cornucopia di risorse diffuse continuamente online. Un ampio spaccato della società odierna, insomma, pur se non su base propriamente scientifica. D’altronde non potrebbe essere diversamente: al pari delle vere e proprie sostanze psichedeliche, per la gran parte anche le ricerche sulle microdosi restano vittime del proibizionismo. E pur sperando in rapidi cambiamenti legislativi, sono l’auto-gestione e la condivisione trasversale a offrire utili linee-guida ai tanti che, nonostante il divieto vigente ormai da quasi 50 anni, continuano a farne uso per scopi e situazioni diversificate, a volte anche in maniera approssimativa o eccessiva.

Corretta informazione e prevenzione di eventuali impasse restano infatti fattori importanti, proprio come per un “brutto viaggio” sotto acido; fra l’altro, sembra che basti una di queste dosi ridotte per esacerbare l’ansia, e quindi chi ne soffre fa bene a non provarci. Senza contare che, come per ogni altra droga, non si tratta certo di qualcosa adatto a tutti: in fin dei conti, queste sono esperienze profondamente personali. E, una volta concluse, devono essere integrate nel vissuto quotidiano per poterne godere degli effetti positivi. Neppure vanno considerate una panacea per spazzar via le “malattie della società moderna”. E perfino l’utilizzo terapeutico va visto in senso temporaneo oppure occasionale, oltre che sottoposto a controllo medico.

Pur se gli odierni test clinici sugli psichedelici specificano la dose, il quadro mentale e l’ambientazione relative ai soggetti di studio onde garantire l’attendibilità dei dati, non possono tener conto di due fattori che secondo Ralph Metzner [studioso e promotore della cultura psichedelica fin dai primi anni ’60, insieme a Leary e Alpert ad Harvard] determinano la qualità e l’intensità della stessa esperienza psichedelica: la variabilità individuale e la sensibilità appresa. Ciascun individuo reagisce in modo unico di fronte alle sostanze psichedeliche, in particolare all’Lsd. L’approccio “micro” lo rende uno strumento d’apprendimento. «È come imparare a usare il microscopio», aggiunge Metzner. «Dobbiamo imparare a mettere a fuoco la lente, e naturalmente occorre sapere qual è l’oggetto che stiamo osservando».
The Verge, 24/4/2017

Sperimentazione autogestita

L’ampia condivisione di queste esperienze personali rispecchia la crescita d’interesse per pratiche forse poco ortodosse ma promettenti per la salute psicospirituale, diventando fondamentali per la successiva sperimentazione clinica “ufficiale”. È proprio questo l’impegno assunto negli ultimianni dallo psicologo e docente californiano James Fadiman, uno dei pionieri della ricerca scientifica in materia e autore dell’ormai classico The Psychedelic Explorer’s Guide (2011). Considerato oggi “l’autorità” in tema di microdosi, Fadiman e il suo team hanno messo a punto un questionario anonimo e volontario per indagare al meglio tale pratica. Il questionario è liberamente disponibile online – riempito finora da circa 1500 persone di oltre una dozzina di Paesi diversi, con età comprese tra 21 e 79 anni, arricchito da una varietà di commenti e riflessioni personali. Il protocollo autogestito riguarda anche psilocibina, iboga e altre sostanze psicoattive, purché sempre al di sotto del 10 per cento della dose normale ricreativa. Ai soggetti viene richiesto di valutare quotidianamente gli effetti della dose assunta, in base a una scala da uno a dieci, sull’umore e sul livello di produttività e di energia riscontrati. Secondo Fadiman, per l’Lsd la soglia è 8-15 microgrammi (μg), consigliando di partire con 10 μg. Come spiega l’apposito sito MicrodosingPsychedelics.com:

Questo sito presenta informazioni sulle microdosi, compreso un protocollo seguito da molti per praticarlo senza rischi. Offriamo informazioni utili e comprovate per l’uso delle microdosi in tutta sicurezza. Ciò grazie a studi condotti su chi ne ha fatto uso, dopo averne raccolto e analizzato le esperienze e condiviso i risultati. Offriamo anche consulenza e supporto ad altri progetti di ricerca riguardo alle microdosi. Il sito non include commenti sugli effetti per dosi maggiori o per l’uso sacro degli psichedelici, né sull’MDMA, sulle questioni legali, sulla formazione o su altre risorse o ricerche in corso.

In base alle centinaia di risposte ricevute, se applicato correttamente (una volta ogni tre/quattro giorni per cicli di circa un mese, con cicli ripetuti a discrezione personale, seguendo poi la comune attività quotidiana e tenendo una sorta di diario giornaliero) il protocollo suggerito non produce allucinazioni o esperienze traumatiche, e neppure rallentamenti fisiologici. Piuttosto, ci si sente meno ansiosi o preoccupati, più all’erta e gioviali, e a volte si riescono a superare impasse mentali che ci hanno bloccato a lungo. «Spesso la gente dice di mangiare e dormire meglio, o sente tornare la voglia di fare attività fisica, yoga, meditazione. È come se certi messaggi arrivassero al corpo in maniera più semplice e diretta», aggiunge Fadiman. E le esperienze aneddotiche riportate finora suggeriscono che questa pratica è generalmente innocua e positiva.

Chiusa la prima fase di raccolta-dati generale del questionario, di cui si stanno valutando i risultati, si prepara lo studio successivo, mirato all’uso di microdosi psicoattive per chi è affetto da specifici disturbi psico-fisici. Nel corso del convegno Psychedelic Science 2017, organizzato da Maps la primavera scorsa a Oakland, in California, Fadiman e l’assistente Sophia Korb hanno sintetizzato il quadro generale e presentato i risultati iniziali della mole di resoconti ricevuti da utenti volontari negli ultimi anni. Questo primo campione significativo ha interessato 418 “soggetti” con almeno 10 cicli alle spalle e che egli stesso esita a definire tali, perché ovviamente l’indagine non segue i classici protocolli della ricerca odierna, fin troppo angusti e riduttivi (come chiarisce più avanti la scheda di “riflessioni storiche sul futuro”). La regola d’oro dell’attuale sperimentazione medica prevede test controllati, a doppio cieco, condotti soprattutto nei grandi centri di ricerca internazionali. Ma se, come abbiamo visto, da una parte è proprio questa la strada intrapresa dalla comunità medica interessata, dall’altra tali test sono troppo rigidi e non vanno oltre i 20 partecipanti. Occorre invece un bacino di soggetti più ampio e variegato, per condizioni più fluide e aperte: solo così potrebbero emergere applicazioni terapeutiche impreviste o domande diverse da quelle iniziali sull’obiettivo dell’indagine stessa. Da qui l’importanza dei dati raccolti in quest’indagine informale, nella speranza che possano fungere da apripista per sperimentazioni cliniche più dinamiche.

Comunque sia, le risultanze dello psicologo californiano confermano il quadro aneddotico già segnalato: buon umore ed empatia, maggiore calma e concentrazione. Segnalando rapidamente qualche storia personale, Fadiman ha poi raccontato di un uomo clinicamente depresso che aveva trovato la forza di completare e presentare un intero progetto a nome della sua azienda, anziché una minima parte come prevedeva inizialmente; di un ingegnere che era riuscito a vedere vedere muoversi in piena sincronia tutte le parti di un meccanismo su cui stava lavorando, anziché focalizzarsi su un unico aspetto; e ancora, di un individuo che aveva sintetizzato così la sua esperienza: «Ero una versione migliore di me stesso». Fra l’altro va notato che un video su YouTube con le istruzioni di base è stato visto quasi 700.000 volte (a fine agosto 2017), ulteriore prova che la pratica è ormai mainstream e che può rivelarsi utile un po’ per tutti, con la necessaria informazione preventiva e la dovuta cautela. In base a quest’ampia serie di dati e riscontri informali, secondo Fadiman emergono due fattori principali: le microdosi possono rivelarsi positive per l’incremento della produttività e nei casi di depressioni resistenti ai comuni psicofarmaci.

Crowdfunding per la ricerca

Come già segnalato, pur a fronte delle popolarità delle microdosi, finora non esistono studi specifici sui loro effetti. Una lacuna che Amanda Feilding, direttrice della Beckley Foundation di Oxford (si veda scheda più avanti) e un gruppo di ricercatori britannici guidati dal Prof. David Nutt, si apprestano a colmare entro il 2017. L’iniziativa fa parte del programma scientifico che la Foundation sta portando avanti da anni in collaborazione con l’Imperial College di Londra per studiare gli effetti delle sostanze psicoattive in diversi contesti. Il piano dell’esperimento è già pronto: 20 soggetti volontari verranno seguiti nel corso di “quattro giorni di studio”; ogni giorno ciascuno di loro assumerà a caso una microdose di Lsd (0, 10, 20 o 50 microgrammi); poi dovranno eseguire alcuni compiti, rispondere a varie domande e sottoporsi alla risonanza magnetica del cervello – analogamente alle immagini sotto acido diffuse recentemente dagli stessi ricercatori e descritte più avanti. Il test è progettato in modo da evidenziare i meccanismi in base ai quali la sostanza modifica le capacità creative e cognitive dei soggetti. I ricercatori sperano inoltre di capire se l’effetto delle microdosi sulla comunicazione all’interno e tra le reti cerebrali sia analogo o meno a quello causato da una dose normale di Lsd (intorno ai 150 μg). Il costo preventivato si aggira sulle 300.000 sterline (340.000 euro) e anziché ricorrere, come in passato, soltanto a donatori eccellenti, stavolta si punta di più sulla colletta online. Anzi, forse questo è l’aspetto più entusiasmante e innovativo dello studio, che fa parte di un ampio progetto di informazione e di coinvolgimento, con raccolta-fondi via internet.

Il sito web (fundamental.nyc) che fa da supporto all’iniziativa – “Fund-A-Mental” Health Revolution (Finanzia la rivoluzione per la salute mentale) – offre una serie di video, infografiche e testi per chiarire anche ai profani gli obiettivi degli esperimenti che si vogliono finanziare, basati su psicoterapia coadiuvata da sostanze psicoattive. Quattro i campi di ricerca identificati: ansia dei malati terminali, alcolismo, sindrome Dpts, cognizione e creatività. L’esperimento gestito dalla Beckley Foundation e dall’Imperial College riguarda quest’ultimo campo, mentre gli altri saranno coordinati, rispettivamente, da Stephen Ross (New York University, con psilocibina), Michael Bogenschutz (New York University, con psilocibina), Rick Doblin (Maps, con Mdma). Oltre ai relativi spazi su Facebook e Twitter, il sito include una raccolta di rilanci mediatici e altre risorse scientifiche per ribadire l’urgenza di affrontare in maniera innovativa il vasto ambito della salute mentale – come illustrato nel capitolo precedente.

È lo spirito collaborativo e partecipativo che anima questo progetto, teso a collegare tra loro la comunità scientifica e i cittadini interessati, al fine di portare avanti alla luce del sole una “rivoluzione della salute mentale” più che mai necessaria. L’annessa campagna di crowdfunding parte da 25 dollari, con oltre 150.000 dollari complessivi raccolti a fine agosto 2017, mentre la diffusione prosegue a ritmo serrato. Anzi, l’obiettivo immediato è quello di ottenere visibilità globale e di incrementare la consapevolezza generale rispetto a queste problematiche, oggi che lo stigma degli psichedelici sta pian piano scomparendo. E non è certo un caso che l’informazione mainstream stia dedicando spazio a quest’iniziativa, come pure tutt’altro che casuale è il successo di un best-seller che, per tornare alle microdosi, sta affascinando buona parte dell’opinione pubblica statunitense (e non solo): la storia coraggiosa, vera e divertente di una madre di famiglia e professionista che per un mese ricorre a microdosi terapeutiche di Lsd per far fronte a severe fluttuazioni d’umore, dolori continui, nevrosi e depressione, riuscendo così a salvare matrimonio e famiglia – ritrovando la gioia di vivere.

Davvero una bella giornata!

Ayelet Waldman, di origini israeliane, è autrice di diversi racconti e saggi di un certo successo. Già a vvocato e difensore d’ufficio pubblico, vive con marito e quattro figli adolescenti a Berkeley, in California. Dopo aver provato per anni una varietà di psicofarmaci, terapie psicoanalitiche e cure alternative senz’alcun esito positivo, decide di tentare le microdosi psicotrope, di cui ha letto degli effetti positivi per casi simili al suo. Ma come fare per procurarsi la materia prima? Si tratta comunque di sostanze illegali, pur nella iper-progressista Bay Area di San Francisco. Le ripetute richieste agli amici e agli amici degli amici si rivelano infruttuose, per cui non le resta che spargere discretamente la voce in giro e aspettare fiduciosa. Finché un bel giorno, aprendo la cassetta della posta….

Ho trovato un pacchettino marrone coperto con francobolli dai colori brillanti, molti vecchi di almeno 10 anni. Il mittente diceva “Lewis Carroll” e dentro, avvolta in un fazzolettino di carta, c’era una minuscola bottiglietta blu cobalto. Su un foglietto di carta bianca, stampata in corsivo, c’era questa breve nota:

Cara compagna residente di Berkeley,
Facendo seguito alla richiesta di un vecchio amico, in questa bottiglietta troverai 50 gocce di qualità d’annata. Prendi porzioni da due gocce (5 microgrammi per goccia).

Può darsi che le nostre vite non siano altro che
due gocce di rugiada in un mattino d’estate,
ma sicuramente
è meglio provare a scintillare
mentre siamo qui.

L.C.
A Really Good Day, Knopf, 2017

Strano ma vero. Verificato con un semplice kit casalingo che trattasi effettivamente di una tintura di Lsd diluito, Waldman decide di seguire per un mese il protocollo indicato dal Prof. Fadiman: cicli di tre giorni, una microdose il primo giorno e niente i due successivi. Inizia con due gocce e si unisce così al crescente circolo, illegale ma sempre più emergente, che raccoglie ricercatori e individui impegnati a vario titolo nella sperimentazione con minime dosi terapeutiche di sostanze psicoattive. Nel successivo diario giornaliero, che è poi il nocciolo del libro, la scrittrice racconta man mano le esplosioni di creatività e le notti insonni, il ritrovato senso di equilibrio e di benessere, eccetto qualche momento cupo e dubbi saltuari. La differenza è minima, ma sostanziale: le vicende della quotidianità (famiglia, impegni professionali e situazionicollegate), che prima erano fonte di nevrosi e sofferenza, ora diventano tante occasioni per dire: oggi è stata “davvero una bella giornata” (il titolo del libro). E man mano, quello che era nato come auto-esperimento e diario personale, si amplio per affrontare necessariamente la storia (e la mitologia) dell’acido, le politiche bizantine che ne vietano qualsiasi utilizzo e il pesante fardello giuridico-carcerario in Usa dovuto alla “war on drugs”; il tutto viste anche attraverso l’esperienza personale come difensore d’ufficio pubblico. Ovviamente non manca spazio per approfondire il valore terapeutico delle sostanze psicoattive e lo stato delle sperimentazioni in corso nel mondo, elementi cruciali nel percorso obbligato verso una maggiore accettazione del tema a livello popolare.

Uno dei capitoli più intriganti è anzi quello in cui Waldman riporta sinteticamente le interviste avute con alcuni protagonisti del fronte anti-proibizionista rispetto al possibile futuro legislativo delle “droghe” in America. Premessa l’impossibilità di annullare il naturale istinto umano ad alterare la coscienza, c’è chi appoggia la politica di decriminalizzazione di tutte le sostanze illegali, sul modello sperimentato in Portogallo fin dal 2001, mentre organizzazioni come la Drug Policy Alliance preferiscono un approccio differenziato per i diversi tipi di droghe. Altri ancora prefigurano un libero mercato dove, per esempio, sia possibile acquistare Mdma puro e in dosi adeguate direttamente online ma strettamente dietro prescrizione medica. Un traguardo non immediato ma sicuramente possibile a beneficio dell’intera società. Come anche importanti per tutti sono quelle esperienze spirituali di cui parlano i soggetti dei test clinici con la psilocibina condotti dalla Johns Hopkins University e dalla New York University, passati velocemente in rassegna in un altro capitolo di questo testo. Senza dimenticare l’onda lunga della controcultura anni ’60 che, pur con gli ovvi eccessi e i guru improvvisati, ha rappresentato un altro tassello di quest’ampio panorama aperto dalle sostanze psicotrope, spesso in passato equivocate ma che oggi meritano di essere meglio comprese e utilizzate. Riflessioni importanti anche per l’insolito percorso scelto da Ayelet Waldman, la quale ce le propone con un tono semplice e chiaro, mediante un linguaggio scorrevole e ricco di (auto)ironia. Per chiedere infine a se stessa e a chi legge: quali conclusioni è possibile trarre dopo 30 giorni di questa auto-sperimentazione?

Le microdosi hanno rallentato l’impeto delle emozioni negative che così spesso mi trascinano via, creando uno spazio mentale non necessariamente per la gioia, ma certamente per l’introspezione. Mi hanno offerto un piccolo spazio per considerare come agire in base ai miei valori, anziché reagire soltanto secondo gli stimoli esterni. Questo, non il piacere spicciolo, è quanto mi hanno regalato le microdosi.
A Really Good Day, Knopf, 2017

Rischi e critiche

Quella delle microdosi tsa dunque diventando una faccenda “trending”: dai continui reportage sull’uso nel mondo professionale alla dovizia di risorse online e ai frequentatissimi forum di discussione, da manuali per l’auto-coltivazione dei funghetti magici fino a “sedute d’addestramento” da un centinaio di dollari a botta. L’importante è che tutto ciò non diventi l’ennesima moda passeggera o, peggio, porti a nuovi eccessi e abusi nell’uso, ma ancor più pericolosa l’eventualità che questi comportamenti vengano piegati all’opportunismo politico, come accaduto in passato. Ancor meno ne vanno ignorati possibili effetti per la salute mentale o fisica, pur se in gran parte solo potenziali e presunti, mai effettivamente comprovati. Ma il rischio maggiore è che i grandi media e forze conservatrici ripetano quanto accaduto quasi mezzo secolo fa, quando gli psichedelici furono rapidamente messi fuorilegge sull’onda di una “war on drugs” che era (e rimane) un’operazione smaccatamente politica e repressiva ai danni dei cittadini più poveri ed emarginati, criminalizzando soprattutto gli afroamericani con la conseguente incarcerazione di massa.

Come per le dosi comuni, anche per le microdosi vale comunque l’assunto che non si tratta di sostanze adatte a tutti né da usare in continuazione. E prima o poi queste esperienze vanno integrate nel quotidiano per poter procedere al meglio senza il loro apporto. Si rivelano utili in certi momenti della vita, quando ci sentiamo bloccati o sospesi, per incrementare la creatività e la concentrazione, per farci tornare il buon umore, stimolare la crescita e l’introspezione personale o avvicinarci a percorsi spirituali. Oltre che aiutare in casi di dipendenza, depressione e altri disturbi psichici. Ma sono tutt’altro che scorciatoie: informarsi su usi e abusi, effetti e implicazioni a livello personale è sempre prerequisito necessario.

C’è poi la questione di di quanto effettivamente “micro” siano queste dosi. Quando certi resoconti online parlano di profonda connessione e colori brillanti, sorge più di qualche dubbio. «Se si provano effetti acuti, allora quello che hai preso è ben più di una semplice microdose», sostiene Bob Jesse, fondatore del Council on Spiritual Practice e già parte del gruppo di esperti impegnati a favorire questo revival della ricerca psichedelica, facendo seguito a una riunione esclusiva nel 1993 all’Esalen Institute di Big Sur, sull’impervia costa pacifica un paio d’ore a sud di San Francisco non-profit. Fondato nel 1962 da due neo-laureati alla Stanford University, Michael Murphy e Dick Price, questa organizzazione non-profit proponeva pratiche alternative per l’esplorazione della coscienza e lo sviluppo del potenziale umano, in buona parte ispirato alle enunciazioni dallo scrittore inglese Aldous Huxley. Nel continuo ampliamento di quest’approccio, oggi l’Esalen Institute offre oltre 500 workshop l’anno, per un totale di 1.500 partecipanti, su temi quali meditazione, massaggi, yoga, ecologia, spiritualità e altro. Mentre Jesse opera anche nel direttivo dell’Usona Institute, ente non-profit che ricalca l’attività delle comuni aziende farmaceutiche: sponsorizzare e gestire i test clinici sulla psilocibina, con l’obiettivo poi di rifornire il mercato se e quando una versione della sostanza otterrà l’approvazione delle autorità federali. Al pari di altri ricercatori, Jesse ribadisce che simili lacune, pur se inevitabili in queste pratiche sotterranee e auto-gestite su sostanze illegali, divergono fin troppo dalla sperimentazione clinica ufficiale. Si tratta di un altro scoglio certamente da superare, come nel caso del prossimo test britannico segnalato sopra, anche se Fadiman sembra stufo di certe limitazioni “scientifiche”, tra cui la perenne contrapposizione con il “placebo”. Preferisce piuttosto insistere sull’importanza di una raccolta dati ampia e diffusa, anche se non ufficiale, tramite il suo questionario e altri racconti spontanei: «Se siamo interessati agli effetti concreti, i rapporti sul campo sono superiori ai test clinici clinici», insiste Fadiman. «Si tratta di persone nel contesto della loro quotidianità, nient’affatto interessati a ottenere a un risultato specifico. I test clinici invece sono utili per rendere disponibili le sostanze in senso terapeutico». E aggiunge un punto cruciale: «Le microdosi tendono a stimolare la guarigione naturale».

Una critica aggiuntiva viene dai cosiddetti “scettici coscienziosi”: coloro che, pur ritenendo che questi soggetti siano semplicemente vittime di un effetto-placebo, spingono per ulteriori ricerche proprio in base alle centinaia di casi positivi riportati finora. Tra questi, Matthew Johnson, un altro ricercatore della Johns Hopkins University impegnato sul fronte degli psichedelici, il quale spiega: «Se ti aspetti di avere una bella giornata, ci sono più probabilità che così sarà. E ciò può essere dovuto al semplice buon umore personale, a 5 milligrammi di amfetamine o a una micro-dose di psilocibina». Altri ancora sostengono che è possibile raggiungere il medesimo livello di consapevolezza con sessioni quotidiane di meditazione o yoga. Comunque sia, queste pratiche non si escludono a vicenda, come pure ulteriori sperimentazioni individuali, e nell’insieme possono certamente contribuire a sciogliere nodi psicologici e aprire nuove piste per la crescita personale. Tenendo a mente che, trattandosi di una sintesi chimica, è facile riprodurre in laboratorio le dosi precise di Lsd (o psilocibina o altro), rispetto invece allo stesso principio attivo presente nei funghetti del genere Psilocybe, o anche al Thc della cannabis. Ne consegue che l’effetto sarebbe analogo pressoché su ogni paziente e quindi diventerebbe semplice per i medici prescriverle in determinati casi, come avviene oggi per Prozac, oppiacei o altri farmaci comuni.

Quando l’informazione fa la differenza

Sul fronte cruciale che abbraccia informazione e cultura popolare, va detto che negli ultimi tempi le cose stanno cambiando in meglio. Proprio grazie allo stile immediato e alle tante scenette di vita quotidiana, il testo di Waldman, per esempio, è stato ben accolto da media e pubblico (soprattutto la tipica middle class, di cui l’autrice è un tipico rappresentante, di tendenze liberal), con interviste, presentazioni e recensioni positive su riviste di target assai diverso, da Marie Claire al New Yorker, presentazioni dal vivo e discussioni online.

Un altro testo uscito negli Stati Uniti a inizio 2017 e divenuto rapidamente un best-seller nazionale, Stealing Fire, dedica spazio alle microdosi e al revival psichedelico in corso. In realtà il libro vuole spiegarci come ottimizzare al meglio la vita e raggiungere prestazioni mai viste in qualsiasi campo, offrendo una panoramica di situazioni, tecniche e scoperte contemporanee al crocevia tra psicologia, neurobiologia, tecnologia e farmacologia che stanno rivoluzionando il nostro modo di vivere. Da piante psicomedicinali e tecniche meditative al training mentale a cui si sottopone la crema dei militari Usa , i Navy Seal, dalle iper-innovazioni che covano nella Silicon Valley a festival super-creativi come Burning Man: pratiche fino a poco tempo fa considerate strane e marginali oggi vengono seguite da gruppi e individui per “raggiungere stati di coscienza rari e controversi per risolvere così problemi cruciali e battere la concorrenza”. Secondo gli autori, Steven Kotler e Jamie Wheal, abbracciando queste forze trainanti raggiungiamo uno stato alterato di coscienza che a sua volta produce ispirazione e informazione per poter “vivere una vita più produttiva, ricca e soddisfacente”. Pur se con un tono da tecno-futurismo, ci sono vari riferimenti ad Albert Hofmann e ad Alexander Shulgin, ai Misteri di Eleusi e anche alle positive applicazioni delle microdosi, contribuendo così ad avvicinare ulteriormente l’opinione pubblica americana a tematiche fino a pochi anni fa considerate ancora tabù.

Rimane il fatto cruciale che, per verificarne sia possibili problemi che successi terapeutici, occorre innanzitutto dare via libera alla ricerca scientifica, spostando preparati quali Lsd, psilocibina, mescalina e Mdma dalla lucchettata Tabella I quantomeno alla possibilista Tabella II, come già detto. È quanto chiede, fra i vari interventi mediatici, un editoriale apparso a metà del luglio scorso sul New York Times, a riprova della volontà delle grandi testate giornalistiche di fare ammenda rispetto alla disinformazione o al silenzio del passato du queste tematiche.

Ma è forse giunta l’ora di riconsiderare l’attuale classificazione delle sostanze sotto controllo. Chiaramente dobbiamo continuare a vigilare su potenziali rischi ai pazienti. Ma potremmo introdurre misure aggiuntive per valutarne l’effetto complessivo, incluse le possibili dipendenze, i costi sociali per i danni alla famiglia e alla collettività, le spese economiche dovute ai servizi di assistenza sanitaria e sociale, e alla necessità dell’intervento della polizia.
Viste le loro potenzialità nel contribuire a ridurre dipendenze assai più serie e alleviare i sintomi delle malattie mentali, sembra strano continuare a rendere quasi impossibile la ricerca sulle potenzialità terapeutiche degli psichedelici.
New York Times, 17/07/2017

Va infine ribadito che, pur a fronte della rapida diffusione delle microdosi, nessuno incita o auspica pubblicamente comportamenti illegali di alcun tipo (neppure questo libro). Nel questionario del Prof. Fadiman sull’autovalutazione, per esempio, compare la scritta in neretto: «Per favore non chiedeteci dove o come procurarsi le sostanze». E analoghi inviti a non fare domande imbarazzanti compaiono sui vari cataloghi online che pure spediscono discretamente a domicilio, sia in Europa che in Usa, colture liquide e ogni altro fabbisogno per il fai-da-te casalingo di questo hobby micologico sui generis (compra-vendita e possesso delle sole spore non è infatti reato). E sempre a scopo informativo, manuali auto-pubblicati per la coltivazione dei funghetti magici illustrano a dovere come preparare efficacemente microdosi di psilocibina, in aggiunta ai tanti utenti che offrono dritte personali nei forum e in altri spazi online – soprattutto l’imperdibile quantità di informazioni di prima mano raccolte in continuazione da Erowid.org.

Ancora una volta spetta insomma alla controinformazione di base fare da apripista, smascherando falsità e depistaggi, chiarendo dubbi e sfatando mitologie, condividendo al massimo le esperienze personali fino a creare pratiche e modelli culturali di ampio respiro – grazie soprattutto a internet e alla comunicazione digitale (buon punto di partenza è Shroomery.org).

Nella speranza di scardinare in qualche modo il perseverante proibizionismo globale, la confluenza tra le campagne d’informazione, il lavoro dei ricercatori e l’impegno di attivisti e cittadini motivati punta innanzitutto far sì che la pratica e gli effetti delle microdosi psicoattive vengano adeguatamente compresi e accettati dall’opinione pubblica (e dalle autorità preposte). E in seconda battuta, diventare forse una delle chiavi per aprire pian piano le porte alla decriminalizzazione, e magari all’accesso legale, come si augura per esempio Ethan Nadelmann, direttore della Drug Policy Alliance, organizzazione da decenni impegnata su questo fronte. Il quale sottolinea un punto importante: «Le informazioni sulla pratica delle microdosi vanno rivelando a un segmento sempre più ampio del pubblico una prospettiva nuova sull’Lsd, ed è qualcosa che smitizza la tipica concezione dannosa interiorizzata da molti sulla sostanza». Anche Nadelmann insiste perciò sull’importanza di nuovi studi per stabilire in dettaglio l’innocuità e gli effetti sulla mente umana delle piccole dosi psicoattive. Le quali, in conclusione, sembrano ben indirizzate a conquistare l’accettazione generale come utile strumento per la salute mentale, oltre che per la creatività, la crescita personale e per meglio far fronte alle complessità della società contemporanea.

———- bozza 2.0, 1/9/17 —————–

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