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Capitolo 3 – Storia e cultura, arte e spiritualità

 

Nel contesto delle sostanze psicoattive, una prima descrizione di un Rinascimento Psichedelico compare probabilmente in The Three-Pound Universe, l’antologia curata nel 1986 da Judith Hooper e Dick Teresi, direttori della rivista scientifica Omni. Si tratta di una caleidoscopica raccolta di interviste e opinioni di ricercatori variamente impegnati negli studi d’avanguardia sul cervello. Oltre ad affrontare temi quali il ruolo dei messaggeri chimici nei disturbi mentali, le personalità multiple o le cause dell’amnesia, nel libro non manca, appunto, lo spazio dedicato alla frontiera della neuroscienza: stati alterati di coscienza e allucinazioni, esperienze pre-morte e sogni premonitori. Vi compaiono inoltre chiari riferimenti a certi esperimenti in corso (a livello più o meno underground) con le sostanze psichedeliche e le piante enteogene. Studi che già allora, oltre trent’anni fa, facevano parte a pieno diritto della ricerca medico-scientifica della scena statunitense.

Nel 1985 il mensile Rolling Stone proponeva la medesima definizione rispetto al filone del rock alternativo noto come “Paisley Underground”, emerso nell’area di Los Angeles fin dai primi anni ’80 e basato sulla rielaborazione del tipico sound psichedelico con i toni asciutti del punk rock. Tra le band di spicco c’erano Dream Syndicate (con un mix tra la chitarra elettrica spaziale alla Neil Young e i sapori psichedelici dei primi Velvet Underground), Green on Red, The Three O’ Clock e Naked Prey. Nonostante sul finire del decennio il movimento avesse perso molta della spinta propulsiva originaria, l’esperienza del Paisley Underground venne poi ripresa da gruppi successivi di fama internazionale, quali Pearl Jam, Wilco e Phish. Negli ultimi anni l’emergere della neopsichedelia ha finito per abbracciare sonorità di vario tipo nel contesto dell’indie rock, estendendo ulteriormente le poliedriche sperimentazioni dei primi anni ’60, con una grande varietà di progetti (tra cui Cosmic Dead e Acid Mothers Temple) fino alle varie reincarnazioni dei Pink Floyd e dei Grateful Dead, rispettivamente le psychedelic band per antonomasia della scena britannica e statunitense. Da allora l’esplicito riferimento al Rinascimento Psichedelico ha fatto capolino in resoconti giornalisti e produzioni letterarie fino ai giorni nostri. Ed è anche il titolo del recente libro di Ben Sessa già segnalato, confermando la vitalità di un movimento globale ispirato alle e dalle sostanze allucinogene che va ben oltre qualsiasi definizione a effetto. Diversamente dalle sperimentazioni di mezzo secolo fa, le varie espressioni del revival odierno si manifestano alla luce del sole e in ogni continente, integrando comportamenti allora illegali o marginalizzati in un contesto odierno assai più fluido che spazia dai diritti civili alla spiritualità, dalla scena artistico- creativa all’ambito medico-scientifico. E ieri, come oggi, è la fede completa e totale dei tanti soggetti che animano questo rinascimento, insieme alla crescente ondata di fonti e individui che ne vengono attratti per i motivi più disparati, a evidenziarne le potenzialità per il benessere del genere umano nel suo complesso. Non a caso il passato stesso degli psichedelici, con i suoi pro e i suoi contro, è soggetto a un riesame complessivo onde ricavarne strumenti e prospettive utili non solo per gli studiosi contemporanei ma anche per ampie fasce di popolazione e per le generazioni future.

 

La storia degli psichedelici è importante perché, a mezzo secolo dalla diffusione e dalla susseguente criminalizzazione di queste sostanze, è possibile considerarne la lunga parabola storica come l’emergere di un sistema spirituale slegato dalle religioni denominazionali nell’intero mondo anglofono, con tradizioni, tecniche e produzioni letterarie tutte proprie. Ed è possibile misurarne il continuo impatto avuto fino ai nostri giorni nel settore tecnologico e nelle varie espressioni artistiche, per il benessere personale e le strutture imprenditoriali, nel campo dell’architettura e della moda – come l’evoluzione continua della controcultura.

–Jesse Jarnow, Volteface, 1/12/2016

 

Spazio alle radici storico-culturali

 

È innegabile che l’attuale risveglio spirituale e creativo intorno agli allucinogeni, rafforzato dall’accettazione sempre più diffusa delle loro potenzialità terapeutiche, va producendo una corposa e diversificata produzione letteraria. Ciò grazie anche alla copiosità di nuovi documenti, memorie personali, vecchi saggi e nuovi articoli diffusi su internet da una miriade di fonti e individui, assai utili per chi allora non c’era e/o per chi oggi vuole approfondire. Eppure la loro storia rimane tuttora al di fuori degli studi tradizionali nonostante offra opportunità di ampie indagini multidisciplinari. In parte ciò è ovviamente dovuto al proibizionismo continuo, che a sua volta ha dato il via a dosi massicce di disinformazione e di mitologie, e in parte perché è impossibile comporre una narrativa uniforme degli psichedelici, vista la natura personale del loro utilizzo e l’onda lunga dei loro effetti in tanti settori delle moderne società occidentali.

Il primo, serio tentativo di portare all’attenzione del grande pubblico la storia socio-culturale dell’Lsd in America risale al 1985 con la pubblicazione del libro Acid Dreams, divenuto poi un classico di questo filone. Applicando al meglio le tecniche del giornalismo investigativo, Martin Lee e Bruce Shlain indagarono a fondo i tanti rivoli della nascente sottocultura psichedelica e il suo profondo impatto sulla più estesa ondata controculturale. Mettendo a fuoco le motivazioni e le spinte della ribelle scena underground, ne emerge il fattivo impegno a diffondere l’acido come strumento rivoluzionario, grazie a chimici improvvisati e circuiti distributivi autonomi. Ampio lo spazio riservato anche all’ossessione della Cia per l’Lsd all’epoca della Guerra Fredda, rivelando le manovre del programma MK-Ultra, avviato illegalmente fin dai primi anni ’50, poi ridimensionato negli anni ’60, ma interrotto ufficialmente soltanto nel 1973. L’obiettivo della Cia era quello di identificare droghe e procedure finalizzate a “controllare la mente” dei nemici. Venne approvato ufficialmente nell’aprile 1953 dal neo-direttore Allen Dulles e proposto da Richard Helms, all’epoca dirigente dei “Servizi Clandestini” dell’Agenzia d’Intelligence, come risposta ad analoghi test presumibilmente condotti dalla controparte sovietica (e nel Regno Unito). Il progetto coinvolgeva a vario titolo 80 istituzioni pubbliche, tra cui 44 università più vari ospedali, carceri e aziende farmaceutiche, oltre a 185 ricercatori privati. La sostanza venne somministrata a gruppi di volontari (tra cui Ken Kesey, poi autore del bestseller Qualcuno volò sul nido del cuculo, e Rober Hunter, paroliere dei Grateful Dead) ma anche a migliaia di soggetti inconsapevoli (cittadini statunitensi e canadesi) e come auto-sperimentazione tra gli stessi agenti. In tal modo si pensava di poter manipolare la psiche e sviluppare così tecniche da utilizzare nelle attività di spionaggio e durante gli interrogatori e le torture, indebolendo la resistenza e forzando confessioni attraverso il controllo mentale. Questo anche grazie al fatto che l’azienda farmaceutica Eli Lilly di Indianapolis era riuscita a replicare la formula segreta messa a punto dalla Sandoz e, intorno alla metà del 1954, garantì alla Cia che «nel giro di pochi mesi l’Lsd sarà disponibile a tonnellate», come si legge nel libro. Basandosi su fonti e documenti interni, oltre a 20.000 documenti segreti resi pubblici nel 1977 in base al Freedom of Information Act, che portarono alle deposizioni dei dirigenti della Cia davanti alle commissioni parlamentari, il libro di Lee e Shalin rivelò all’opinione pubblica l’ampio contesto e gli inquietanti dettagli del programma, destando molte polemiche riguardo alla legittimità di quegli esperimenti, con annesse denunce nei confronti delle autorità governative. Oltre all’ovvio fallimento per gli scopi prefissati, quei test causarono infatti danni psichici a diversi soggetti e produssero anche alcune vittime accertate. Fra queste, il biochimico Frank Olson, che si suicidò nel novembre del 1953, una settimana dopo aver assunto l’Lsd a propria insaputa. Nel 1975 la sua famiglia ricevette un indennizzo di 750.000 dollari, insieme alle scuse pubbliche del Presidente Gerald Ford. La stessa Cia dichiarò poi che quei test non avevano alcuna base scientifica e non erano stati condotti da ricercatori qualificati. Comunque alcune delle tecniche definite all’interno di quel programma sono confluirono nei manuali d’interrogatorio dei militari Usa, negli ultimi anni applicati per alcuni detenuti nelle carceri speciali di Guantanamo Bay e Abu Ghraib. Anzi, secondo un’inchiesta di Don Lattin apparsa già nel 1977 sul San Francisco Chronicle, i primi esperimenti segreti della Cia e dell’esercito Usa risalivano addirittura al 1949 a Boston e proseguirono nel decennio successivo per studiare l’uso dell’acido come “arma chimica di massa”. Il progetto, venuto alla luce solo negli anni ’70 nel contesto delle rivelazioni di cui sopra, poggiava su un rapporto dell’Intelligence (mai confermato) secondo cui il regime sovietico aveva acquistato dalla Sandoz qualcosa come 50 milioni di dosi di Lsd per il medesimo scopo.

Complessivamente Acid Dreams offre un quadro veritiero e accurato sia del passato prossimo meno noto sia dello scenario in divenire di quegli austeri anni reaganiani, utile ancora oggi per riesaminare con rinnovata attenzione il contesto di periodi storici convulsi ma fertili, al di là dello strumentale can-can mediatico e delle chiusure politiche. Si trattava di esplicitare le fondamenta della vera e propria cultura psichedelica, chiarendone le radici e immaginandone gli sviluppi successivi. Un percorso ampliato e aggiornato, qualche anno dopo, da un altro importante testo, Storming Heaven, dove la “rivoluzione” psichedelica in atto viene contrapposta al mito generalizzato dell’American Dream. Con stile meno giornalistico e più enfatico, Jay Stevens propone nuovi dettagli sugli esperimenti della Cia, descrive i primi test psichiatrici con mescalina e psilocibina, sintetizza le sperimentazioni allucinogene a sfondo mistico-spirituale. Né mancano i ritratti di “pionieri cosmici” tipo Leary, Huxley e Ginsberg, affiancati da pagine dedicate ad attivisti politici come Mario Savio e al movimento del free speech di Berkeley, a creativi esplosivi come Ken Kesey e alla carovana hippy alla conquista di Haight-Ashbury dall’altra parte della Baia, a San Francisco. Un turbinio trasformativo che, ingenuamente ma non troppo, prometteva di cambiare in meglio prima l’America e poi il mondo intero, e che, trascorso mezzo secolo, troverà nuovo vigore nelle molteplici sfaccettature dell’odierno rinascimento psichedelico.

 

Gli hippy sembravano davvero convinti di poter sovvertire l’America con i fiori e con qualche bustina della sostanza psico-chimica più potente mai scoperta. Che assurdità! Eppure sembravano sicuri di se stessi, credevamo seriamente che nel giro di dieci anni l’America sarebbe stato un Paese completamente ‘illuminato’, pieno di bodhisattva anziché di bancari….Pareva una roba da ridere, ma non rideva proprio nessuno.

-–Storming Heaven, 1987

 

Nuovo caleidoscopio letterario

 

Gli anni ’90 portano ulteriore linfa a questo revival culturale, in parallelo alle rinnovate spinte per la sperimentazione scientifica, come già descritto. Oltre ai titoli menzionati nei capitoli precedenti, compaiono svariati libri inglesi che affrontano vari aspetti del fenomeno, dalle osservazioni terapeutiche di Stanislav Grof alla storia delle piante enteogene di Jonathan Ott, dalla pluri-ristampata Psychedelics Encyclopedia di Peter Stafford a Phikal, prima parte della “bibbia” sulle feniletilammine stilata da Sasha Shulgin. Né mancano le uscite di un genere letterario in Italia poco diffuso, le antologie o “reader”, ma assai utile per acquisire prospettive diverse su un ambito complesso e variegato come quello degli allucinogeni. Basti menzionare i saggi di studiosi ed esperti internazionali raccolti da Charles Grob, la riproposizione dei migliori articoli usciti sulla Psychedelic Review anni ’60 e una serie di interventi al crocevia tra buddismo e psichedelici (per ulteriori dettagli su questi e altri libri si rimanda alla bibliografia).

Una produzione letteraria che man mano ha assunto caratteristiche sempre più articolate, con attivisti, studiosi e giornalisti impegnati ad assegnare il dovuto riconoscimento storico-culturale all’era psichedelica. A partire dalla documentazione originaria, nel periodo cruciale 1960-1966, quando Alpert, Metzner e Leary diedero vita al Center for Research in Personality della Harvard University, con l’appendice della Hitchock Estate a Millbrook, a circa 150 chilometri a nord di New York City (dove fra l’altro venne partorito il manuale L’esperienza Psichedelica). Un’ampia raccolta delle conversazioni tra di loro e con altri luminari dell’epoca, arricchita da foto, interviste e annotazioni varie (Birth of a Psychedelic Culture), sottolinea l’approccio serio e articolato dei primi studi multidisciplinari nel campo emergente dell’espansione della coscienza e dell’alterazione della mente umana tramite le sostanze psicotrope. Come pure in quell’ambito vanno individuati i semi di pratiche per l’auto-benessere oggi ampiamente diffuse nei Paesi occidentali, tra cui lo yoga, il vegetarianesimo e la meditazione, di pari passo al crescente interesse per l’integrazione mente/spirito/corpo e per le molteplici espressioni del misticismo orientale. È di questo che si occupa The Harvard Psychedelic Club, raccontando le gesta del “Quartetto di Cambridge”, che oltre a Leary e Alpert comprendeva Huston Smith, promotore della massima tolleranza spirituale inter-culturale, e Andrew Weil, neo-medico interessato ad approcci alternativi. Da notare inoltre che, nel 2011, la New York Public Library ha acquisito l’intero archivio di Timothy Leary: 335 scatoloni di appunti, documenti, video, fotografie e altro. Parte della cifra pagata ai suoi eredi, 900.000 dollari, è stata poi donata per il necessario lavoro di verifica e indicizzazione. È l’ennesima riprova del mutato clima generale e del dovuto riconoscimento per un importante periodo storico della cultura occidentale. Senza nasconderne errori e problemi, ma soprattutto per puntualizzarne i fatti per chi non c’era e ricavarne utili riflessioni per il futuro.

È proprio a questo che punta la produzione letteraria anglofona degli ultimi anni. Ne è un esempio il corposo (oltre 450 pagine) Heads, ovvero la “biografia dell’America psichedelica” proposta dal disk-jockey e attivista Jesse Jarnow. Riallacciandosi al filone storico di cui sopra e con uno stile assai coinvolgente, l’autore segue storie e personaggi poco noti al grande pubblico eppure centrali per la “cultura dell’acido” che prese corpo per lo più sullo sfondo dell’incalzante colonna sonora dei Grateful Dead e delle annesse diramazioni creative fino ai giorni nostri. Di fatto il “long strange trip” di Jerry Garcia e soci si è anzi rivelato il tessuto connettivo che ha tenuto (e tiene) insieme milioni di persone diversamente coinvolte nello sviluppo della cultura psichedelica, inclusi gli animatori dell’attuale rivoluzione enteogena multidisciplinare.

Un ambito, quest’ultimo, al centro della nuova indagine a tutto campo di Don Lattin (Changing Our Minds), che viaggia dalla Svizzera alla giungla amazzonica a varie città statunitensi, per intervistare neuroscienziati, psicoterapisti, volontari e persone qualunque accomunate dalla ricerca di modalità sicure ed efficaci per sperimentare le sostanze psichedeliche. Si tratta della nuova generazione di esploratori della coscienza che considerano le piante sacre medicinali e le sostanze enteogene come strumenti cruciali per il benessere psico-fisico e per la crescita spirituale.

Infine, importante e ampia la documentazione raccolta nel libro Psychedelic Renaissance di Ben Sessa, menzionato in precedenza. Ampliando ulteriormente il quadro sulla scena internazionale, il testo offre una panoramica della ricerca scientifica contemporanea, basandosi su fatti concreti e non nascondendo l’ottimismo sull’uso degli psichedelici soprattutto in campo psicoterapeutico. Utili anche i profili professionali dei tanti protagonisti impegnati in vari ambiti dello scenario globale. Con piglio sciolto e informativo, anche questo libro è animato soprattutto dal tentativo di mettere a fuoco le tante anime che, ieri come oggi, danno vita all’arcobaleno psichedelico. Per concludere sottolineando l’inevitabilità di assorbire tali pratiche nell’odierno quadro socio-culturale, con la necessità di riformare le normative proibizioniste e integrando le conoscenze tradizionali indigene con l’ambito scientifico e terapeutico occidentale.

Il messaggio complessivo delle variegate produzioni editoriali che caratterizzano la recente rinascita psichedelica sembra dunque essere quello di ispirare l’esplorazione personale continua e proseguire le sperimentazioni a livello scientifico, culturale e spirituale. Forse in futuro quest’integrazione continua ci consentirà di raggiungere livelli superiori di conoscenza (e di coscienza), magari fino a spiegare certi fenomeni al momento liquidati per lo più come “irrazionali”.

 

Il rinascimento psichedelico in corso affonda le radici sia nei laboratori che nella giungla. È un movimento al contempo scientifico e sciamanico. Nei rituali sciamanici e nei laboratori di ricerca l’esplorazione sugli usi benefici degli psichedelici rimanda inevitabilmente alle questioni fondamentali sulla natura della coscienza umana. Questi effetti e visioni sono forse qualcosa che avviene soltanto nel nostro cervello oppure rimandano a un’energia cosmica o a qualche potere superiore? Sostanze come l’Lsd o l’Mdma evocano forti sensazioni di trascendenza, meraviglia e unità, oltre a frantumare l’ego. E nel processo, hanno ispirato alcuni scienziati laici ad avere una posizione più aperta rispetto agli stati spirituali e ai fenomeni paranormali.

  • Changing Our Minds, 2017

 

Galoppata cinematica

 

Una delle qualità dell’esperienza psichedelica è quella di esaltare la consapevolezza della complessità dei sistemi naturali, dalla biologia all’ecologia, fino alla cosmologia. Insieme all’inibizione temporanea dei filtri mentali, ciò ha contribuito allo sviluppo di quelle che oggi definiamo arti visive e dato sostanza alle mille forme della creatività umana nel corso dei secoli. Un connubio che, nell’ultimo secolo, è divenuto anche uno dei motori dell’innovazione tecnologica, dalla musica elettronica alla geometria frattale all’info-tech – oltre ad aver attivato le sperimentazioni creative del nuovo medium cinematografico, inclusi i primi successi di Walt Disney come Fantasia (1940), Dumbo (1941) e Alice nel Paese delle Meraviglie (1951). Filone in cui rientrano anche le impreviste collaborazioni tra il regista britannico Alfred Hitchock e l’artista surrealista spagnolo Salvator Dalì. Nel 1945, a quest’ultimo venne infatti affidata la rappresentazione grafica di alcune scene di carattere onirico per Spellbound (Io ti salverò in italiano), con Ingrid Bergman nel ruolo principale. Queste abbozzate incursioni negli stati alterati di coscienza e nelle psicosi mentali trovarono poi sbocco nella prima apparizione sul grande schermo dell’Lsd in un horror-thriller muto, The Tingler (1959, in italiano Il mostro di sangue). Vincent Price, la superstar del genere in quegli anni, impersona un medico (Warren Chapin) il quale scopre infine come la morte per paura dei pazienti venga determinata da un parassita, un organismo mostruoso (il “tingler”) che si forma nella schiena in seguito a un forte shock, spezzando la spina dorsale della vittima. Lo sceneggiatore Robb White aveva sperimentato l’Lsd all’Ucla dopo averne sentito parlare da Aldous Huxley e inserì una scena in cui il Dr. Chapin ne assume una dose (all’epoca legale) per superare la paura e studiare il parassita, mentre legge un libro che ne dettaglia gli effetti e il cui titolo compare in primo piano sullo schermo. I successivi anni ’60 e ’70 videro crescere la presenza degli allucinogeni nella cultura popolare americana, e lo stesso avvenne in svariate pellicole di successo internazionale, tra cui The Trip (1967), Easy Rider (1969), Zabriskie Point (1970) e Fritz the Cat (1972), fino ad Hair (1978), ripreso dal noto musical di Broadway.

A parte qualche caso sporadico, fortunatamente la successiva messa fuorilegge degli psichedelici non portò a filmati propagandistici e senza alcuna base scientifica come Reefer Madness (1939) per la marijuana. Riscoperta negli anni ’70, questa pellicola divenne anzi il simbolo del proibizionismo bigotto e dell’exploitation fine a se stessa, con una comicità amplificata da situazioni artefatte, dialoghi irreali e ruoli stereotipati. Anzi in altri film successivi, pur se privi di riferimenti espliciti agli allucinogeni, erano questi ultimi a informarne comunque i temi e l’estetica, come per Liquid Sky (1982), Dune (1984) e Strange Days (1995).

La successiva esplosione dei rave festival e della electronic dance music, con l’uso diffuso di Mdma e di altre sostanze psicotrope “minori”, è stata spesso usata come sottofondo per diverse situazioni di pellicole popolari. E nel nuovo secolo, altre sceneggiature hanno variamente ripreso e adattato gli effetti degli allucinogeni, tipo Waking Life (2001), Adaptation (2002) e Renegade (2004). Per citare infine due film-culto di successo mondiale e con ovvi riferimenti alla cultura psichedelica: in The Matrix (1999), il protagonista Neo prende una pillola rossa e passa attraverso un processo di rinascita per entrare nel “mondo reale” in cui vince la mente sulla materia, il tempo è dilatato e dove “tutto è possibile”; e poi Avatar (2009), che propone sequenze di intricate visioni e percorsi fantasmagorici grazie ai quali la gente può riconnettersi con ecosistemi senzienti. Basti dire che la prevista scena di un simbolico rituale con l’ayahuasca solo all’ultimo momento è stata tagliata dalla versione finale.

Invece alcune recenti produzioni statunitensi tendono a chiarire innanzitutto il contesto storico-culturale. Tra queste, il documentario The Sunshine Makers, che racconta le vicende di due giovani intraprendenti e chimici improvvisati all’inizio degli anni ’60, Nick Sand e Tim Scully, responsabili della produzione di un tipo di acido particolarmente popolare, l’Orange Sunshine. I due avevano appreso i rudimenti per sintetizzare in casa l’Lsd da Owsley “Bear” Stanley, il primo a dedicarsi seriamente a quell’attività. Costui era anche patrono e amico dei Grateful Dead, dei quali diventerà poi anche il tecnico del suono e l’ideatore del loro “Wall of Sound”. Stanley è scomparso nel 2012, e recentemente le sue mirabolanti gesta sono state immortalate anche in due libri che dettagliano la scena musicale e culturale di quegli anni. Tornano comunque al documentario, la coppia Sand-Scully riuscì nel giro di un mese a produrre quattro milioni di dosi dell’apprezzatissimo Orange Sunshine, per poi affidarne la distribuzione nazionale alla Brotherhood of Eternal Love, un gruppo di adolescenti della California meridionale amanti del surf e dell’avventura che con l’arrivo dell’Lsd avevano deciso di portare “pace, amore e acido” al mondo intero. Nacque così un fiorente mercato autogestito, anche se le dosi regalate erano spesso tante quante quelle vendute, e molte altre venivano scambiate per servizi e prodotti di varia natura. Lo stile di vita comunitario e minimalista consentiva altresì, una volta coperte le spese di base, di reinvestire immediatamente tutti i ricavi in altre attività (legali), quali produzioni musicali ed editoriali, eventi creativi e situazioni autonome. Ciò portò alla creazione di una redditizia economia alternativa a cui si deve, almeno in parte, il successo della stessa controcultura, fino a definire un efficace modello imprenditoriale divenuto poi oggetto di tesi di laurea e di libri. Anzi, negli ultimi tempi è stato ripreso e imitato in altri settori, dai brani gratuiti condivisi dalle band odierne allo streaming online, fino alla cosiddetta sharing economy (alla Brotherhood of Eternal Love, presto divenuta nota come “Hippie Mafia”, negli ultimi anni sono stati dedicati due libri). Scully venne poi venne arrestato nel 1969 e quattro anni dopo toccò a Sand. Condannati in primo grado rispettivamente a 15 e 22 anni di carcere, vennero rilasciati di lì a breve su cauzione. Quando nel 1976 il processo d’appello ne confermò la condanna definitiva, Scully scontò alcuni anni per poi cambiare aria e lavorare nell’high-tech della Silicon Valley. Sand preferì invece vivere da latitante in Canada, dove rimise mano a simili produzioni illegali, fino a quando nel 1996 venne nuovamente arrestato e condannato a oltre quattro anni di carcere. È infine scomparso lo scorso aprile, non senza prima aver presenziato alla proiezione del film nel corso del convegno Psychedelic Science 2017 organizzato da Maps, dove ha ricevuto l’omaggio (con una standing ovation) di tutta la platea. Il documentario, uscito due anni fa e disponibile su Netflix, rafforza questi stretti legami a tutto campo, proponendo una varietà di interviste, resoconti in prima persona e altro materiale inedito, insieme alle riflessioni di attivisti ed esperti sugli aspetti di fondo che hanno motivato l’impegno e la perseveranza dei due protagonisti di The Sunshine Makers. Da notare che, a fine gennaio 2017, l’autore del documentario, Cosmo Feilding Melen, ha tenuto un’intervista dal vivo sul noto spazio/comunità online Reddit.com (nell’ambito della serie “/r/IAmA”, traducibile come “fammi qualsiasi domanda”), con la presenza di decine di persone e centinaia di commenti. Una vicenda che conferma come, anche grazie alle attività di simili personaggi, per quanto folli e fuorilegge, gli allucinogeni stiano oggi ottenendo un concreto riconoscimento e l’attenzione mediatica e popolare che meritano. Quello di Scully e Sand è stato un impegno importante come quello di tanti medici e professionisti, ad esempio come Leo Zeff, che fin dagli anni ’70 decise di sperimentare allucinogeni nella psicoterapia, rischiando la reputazione e la carriera per via dell’imperante illegalità, come descritto nella sezione sull’ambito medico-scientifico.

Negli ultimi tempi sono poi arrivate nelle sale statunitensi diverse pellicole legate ai vari aspetti nell’uso dell’ayahuasca, incluso The Last Shaman che ha ottenuto svariate recensioni e commentari apparsi non soltanto sulle testate specializzate (dal New York Times al Village Voice al LA Weekly). È la storia di un giovane benestante del Massachusetts affetto dalla depressione cronica che, avendo provato inutilmente psicofarmaci di ogni tipo e ormai deciso al suicidio, intraprende il viaggio nella giungla amazzonica alla ricerca degli “antichi segreti tribali”. Un percorso che si chiude senza facili soluzioni ma con utili introspezioni. D’altronde il boom dell’ayahuasca, descritto nel primo capitolo di questo libro, già da alcuni anni ha prodotto una varietà di libri e filmati, a partire dal classico Vine of the Soul (2010). Diretto da Richard Meech, il film descrive il viaggio gruppo di americani che sperimenta la bevanda sacra in Perù, catturandone in presa diretta le notti di visioni, allucinazioni e terrore, fino agli ulteriori sviluppi una volta tornati a casa. Si tratta della prima, attenta indagine indirizzata al pubblico di massa sulla fiducia in certe pratiche indigene e sulla diffusione dell’auto-cura tramite gli stati alterati di coscienza innescati dalla miscela di erbe. La pellicola è caratterizzata anche da interviste a vari esperti, tra cui il medico Gabor Mate, l’etnobotanico Dennis McKenna e lo studioso Kenneth Tupper.

Analogo l’impianto di AYA: Awakenings (2014), un documentario adattato dal libro dell’anno precedente Aya: a Shamanic Odyssey, che integra il racconto di viaggio, l’esperienza personale e l’inchiesta giornalistica per offrire un quadro alquanto articolato di questo “fiorente business spirituale del XXI secolo”. Come ulteriore approfondimento, lo stesso giornalista australiano Rak Razam ha poi pubblicato The Ayahuasca Sessions, ricco di interviste con curanderos locali e sciamani occidentali, dalle quali emergono ovvie differenze ma anche similitudini tra i due diversi approcci.

Un altro film importante è Dying To Know (2015), che ha ottenuto un buon successo di pubblico e riconoscimenti in vari festival del cinema indipendente. La pellicola segue le parabole di due personaggi complessi e controversi, Timothy Leary e Richard Alpert (Ram Dass), la cui epica amicizia ha plasmato un’intera generazione. Si parte dagli esperimenti con gli allucinogeni alla Harvard University dei primi anni ’60 per proseguire con le diverse strade imboccate nei decenni successivi fino agli ultimi anni di vita di Leary, ripetutamente ripreso sul letto di morte. Grazie ai molteplici spezzoni di vita reale e agli interventi senza filtro dei due protagonisti, arricchiti dalle numerose interviste con loro amici e collaboratori e da vari filmati dell’epoca, si copre così oltre mezzo secolo di storia americana spesso travisata o ignorata. Ne emerge nuovamente la complessa cultura che ha preso forma nel corso delle varie sperimentazioni con le droghe psicotrope, incluse le continue ramificazioni mistico-spirituali, gli effetti sul contesto socio-politico di allora e il variegato revival globale odierno. Un intrigante percorso di ricerca individuale e collettiva, che continua a coinvolgere milioni di individui interessati a esplorare nuovi livelli di coscienza, e perfino il mistero più grande di tutti: la morte.

Gran parte di questi e altri film analoghi sono oramai disponibili tramite lo streaming online su note piattaforme quali Netflix, Hulu, Amazon Video e Vimeo. Ma basta fare una ricerca su YouTube per trovare un’ampia gamma di filmati sui vari aspetti degli allucinogeni, inclusi importanti documenti storici come gli interventi imperdibili di Aldous Huxley, Alan Watts e Terence McKenna. Va infine aggiunto che qualche libro e articolo sull’ayahuasca circola anche in italiano (si veda l’appendice), mentre sono invece del tutto assenti le traduzioni dei testi storico-culturali o di altri libri importanti menzionati in precedenza. Ma come già per le microdosi psicoattive, oggi è l’ambito digitale a fare da traino nel reperire ulteriore documentazione filmata e scritta, sfruttando al meglio la condivisione dei social media e aprendo le porte a proficue. esplorazioni personali.

 

Musica tra creatività e terapia

 

Suoni e composizioni musicali, nelle loro varie espressioni, rivestono un ruolo centrale nella storia stessa delle sostanze psichedeliche. E restano indissolubilmente intrecciate all’esperienza allucinogena. A partire dagli “Acid Test” organizzati da Ken Kesey nei primi anni ’60 californiani, con la fantasmagorica colonna sonora garantita dai Grateful Dead, tra interminabili improvvisazioni e lancinanti assoli alla chitarra di Jerry Garcia, insieme a pareti fluorescenti, luci stroboscopiche e convoluti effetti visuali. Sonorità di gran successo ancora oggi, grazie alla copiosa produzione di CD e vinili rimasterizzati, rifacimenti di altre band e riunioni estemporanee dei membri ancora in vita, per l’estasi dei Deadheads di nuova e vecchia data. È in parte vero che questo filone del rock psichedelico non ha conquistato la stessa popolarità al di fuori degli Usa, ma la sua onda lunga ha comunque ispirato tanti grandi nomi della scena mondiale, a cominciare dai Beatles e i Pink Floyd sulle sponde britanniche. Oltre a quanto già segnalato nel capitolo iniziale, per i primi tale ispirazione emerse chiaramente anche in Lucy in the Sky with Diamonds, brano incluso nel loro ottavo album del 1967, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, e le cui lettere iniziali sembrano proprio alludere all’Lsd. I secondi invece misero a punto innovative tecniche acustiche finalizzate a esaltare l’attenzione cosciente dell’ascoltatore, rinforzata da testi parimenti intricati e visionari, come nel capolavoro Ummagumma (1969). Una sperimentazione senza confini che sfociò nel variegato mondo del progressive rock, conquistando il pubblico giovanile di tutta Europa e influenzando generazioni di musicisti fino alla neopsichedelia dei giorni nostri. Per buona parte degli anni ’70 il prog rock svelò le sue mille anime anche in Italia: da sonorità e copertine allucinogene di gruppi come Le Orme, i Delirium e gli Osanna a cantautori scintillanti come Claudio Rocchi e Alan Sorrenti, dai “pop festival” di Ballabio, Palermo e Caracalla a una produzione discografica ed editoriale senza precedenti.

 

Il presente della memoria è il futuro di quel passato che è vivo come i vent’anni di molti, artisti e ascoltatori, manager e impresari, in una stagione fiorita di occasioni, di freschezza, di ingenuità e coraggio, stravaganza e stupore, sfrontatezza e rigore,. Modi profumati di ideali hanno fatto le ossa all’anima impalpabile, perché se mai l’etereo avesse bisogno di una struttura sarebbe certo Musica. Progressiva, in avanti sulla spinta chiara delle negazioni impraticabili, di costumi ed etiche sfiorite al sole di un’imminenza annunciata con grande preavviso: crescere.

–Claudio Rocchi, prefazione al libro Volo Magico, Arcana, 2013

 

Un potpourri vibrazionale che si trainò e al contempo diede i natali a pratiche creative e culture innovative, oltre che a una bella fetta di business globale. E quando alla psichedelia di fine anni ’80 viene aggiunta una buona dose di musica elettronica, ne è emerso il cosiddetto “Goa trance” (perché nato sulle famose spiagge di Goa, in India) con la relativa ondata di remix, festival e auto-produzioni sparse. Da qui siamo passati alla psychedelic trance (in breve, psytrance), oggi facilmente fruibile anche senza muoversi di casa, grazie alle molte tracce di Psytrance Mix su YouTube oppure ai Visionary Shamanics Radio Show su Mixcloud.com.

Lo psytrance è un genere in espansione continua che, a partire dal 1996, ha trovato massima espressione nel progetto artistico Shpongle, composto dal britannico Simon Posford e dall’australiano Raja Ram. Il duo è divenuto una espressione autorevole del settore, mescolando sapientemente l’elettronica con la world music (sitar, didgeridoo, percussioni africane, chitarre flamenco, ecc.), elementi vocali spaziali, testi allucinati e sonorità inusitate, fino a creare uno stile davvero unico, dal potenziale psico-ipnotico che, a detta dei due artisti, punta a «espandere la coscienza e la conoscenza». Oggi la loro fama va ben oltre l’ambito del psychedelic sound, grazie a numerosi album, dvd, streaming online e soprattutto esibizioni dal vivo in giro per il mondo, che sono un vero e proprio trip extra-dimensionale. Per celebrare i vent’anni d’attività, a ottobre è anzi prevista una tournée americana e l’uscita del nuovo album, in aggiunta al lancio di un’apposita app gratuita per dispositivi mobili (sia per iOS che per Android) onde garantirsi «l’accesso allo Shpongletron». Il duo è stato anche tra i protagonisti dell’ultima edizione dello Psy-Fi festival, svoltosi lo scorso agosto in Olanda, che ha offerto una «grande varietà di musica, arte e spazio per la crescita personale», come dichiarato dagli stessi organizzatori, con decine di band e artisti di generi musicali affini. Il tutto al modico prezzo di 120 euro per cinque giorni, comprensivo di soggiorno in un campeggio dotato di 60 docce calde e fredde, e circa 300 bagni chimici.

Eventi di questo tipo sono sempre più frequenti in tutta Europa, attirando decine di migliaia di persone, non solo giovani o fan della psytrance. Gli spazi prevedono anche estesi bazar dove si vendono prodotti artigianali e articoli vari, stand con cibo organico ed etnico, mostre d’arte e filmati, presentazioni e dibattiti su psichedelici, religione, psicologia e temi correlati. Si tratta di ben più che semplici luoghi per sballare o dimenarsi fino allo stremo, e la spinta della cultura psichedelica in senso lato riesce a raccogliere e rappresentare un ampio spaccato della società contemporanea. Analogamente alle fonti ispiratrici di questo movimento culturale, le cui radici rimandano nuovamente alla controcultura californiana degli anni ’60 e alla passione diffusa per i viaggi e per il nomadismo sulla scia di concerti da non perdere in ogni parte del mondo (a partire dai Deadheads più sfegatati, perennemente al seguito degli amatissimi Grateful Dead). Senza dimenticare la forte spinta dell’acid house e dei rave party inglesi dei primi anni ’80 e di eventi come l’annuale Burning Man: dal 1991, ogni anno oltre 60.000 persone si ritrovano per tre giorni nel deserto del Nevada per creare una città sui generis, del tutto auto-gestita, eco-sostenibile e iper-creativa. E dove ovviamente la gente assume droghe illegali di vario tipo, non soltanto sostanze psichedeliche. Per fortuna i casi di overdose e altri incidenti sono divenuti sempre più rari, sia per i maggiori controlli agli ingressi, sia per l’istituzione di veri e propri servizi interni di ‘riduzione del danno psichedelico’. Nell’ultima edizione del settembre scorso, lo Zendo Project, emanazione di Maps, ha offerto assistenza a 456 ospiti in un apposito tendone al centro della Black Rock City, oltre a fornire ininterrottamente informazioni su psichedelici e altre droghe in circolazione all’evento. Grazie a un variegato team di 500 volontari (coetanei con un minimo di preparazione, tra cui ricercatori, psicoterapeuti, infermieri, esperti di salute olistica, ecc.), chi si sente sopraffatto dall’esperienza o è alle prese con un “viaggio cattivo”, trova il conforto e la quiete necessari per superare i momenti difficili. Una sorta di pronto soccorso psicologico, autogestito e compassionevole, che va trovando spazio in molti concerti ed eventi internazionali. Al pari di un’organizzazione analoga, Dancesafe, negli ultimi anni queste iniziative hanno drasticamente ridotto il numero delle ospedalizzazioni psichiatriche e degli arresti, dimostrando l’efficacia del “peer-to-peer counseling” rispetto invece alla draconiana e inefficace repressione poliziesca. Un approccio dal basso profilo che consente però di prevenire e minimizzare certi problemi o danni mentali, e perfino i decessi, dovuti a overdose oppure ad allucinogeni di strada o assunti insieme ad alcol e altre sostanze pericolose (come accaduto in alcuni casi con l’Mdma).

Rispetto invece al ruolo introspettivo della musica, Aldous Huxley consigliava di ascoltare attentamente le composizioni di Beethoven o di Johann Sebastian Bach, in particolare il concerto per clavicembalo in Re minore, a cui rimanda esplicitamente un passaggio del suo ultimo romanzo, L’isola. Analoghi i suggerimenti di Betty Eisner (1915-2004), psicologa californiana che, sul finire degli anni ’50, sperimentò insieme a Sidney Cohen l’Lsd per la cura dell’alcolismo e di altre psicosi. Sembra anzi che sia stata lei ad avviare la pratica, poi divenuta comune, di avere un uomo e una donna come assistenti dei pazienti nelle sessioni di psicoterapia coadiuvate dagli allucinogeni. Eisner è stata anche la terapista di Bill Wilson, co-fondatore di Alcoholics Anonymous, quando provò l’Lsd per liberarsi dalla dipendenza dall’alcol. Va anzi notato che Wilson, visto il successo a livello personale, propose invano analoghe sessioni psichedeliche come parte del percorso per la disintossicazione degli aderenti ai gruppi AA. Come parte del suo lavoro pioneristico, Eisner somministrò ai suoi pazienti anche mescalina, stimolanti come il Ritalin (normalmente usato per il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività nei bambini) e inalazioni al carbogeno, una miscela di ossigeno (95%) e anidride carbonica (5%), generalmente impiegata nei casi di asfissia, di avvelenamento da ossido di carbonio e da ipnotici. In un manoscritto inedito del 2002 (Remembrances of LSD therapy past), Betty Eisner ha spiegato fra l’altro:

 

La musica è molto importante: se il soggetto non ha particolari preferenze, ho scoperto che un ottimo punto di partenza è un disco di Mantovani con una scelta di brani di musica classica – e ancora meglio è il primo concerto per pianoforte di Chopin. Poi c’è Kol Nidrei, composizione per violoncello di Max Bruch, nella versione di Pau Casal. Oltre a vari concerti di Beethoven e anche di Mozart – in modo che la sessione non proceda in modo meccanico.

 

Da allora la musica ha rivestito un ruolo sempre più importante nella terapia psichedelica e oggi rientra a pieno titolo nella ricerca scientifica del settore. La pratica ha dimostrato che il periodo di massima intensità dell’allucinogeno è caratterizzato da minime interazioni verbali, intensa emotività e introspezioni terapeutiche. E la musica sembra fornire utili direzioni o possibili percorsi in tal senso. Per questo diventa importante capire in che modo ciò avviene e quale tipo di musica può favorire (o meno) questo lavoro introspettivo, soprattutto quando la terapia avviene su scala più ampia. È a questo che si stanno dedicando vari ricercatori, tra cui Mendel Kaelen, che qualche anno fa ha scelto questo tema come tesi di dottorato e oggi ne prosegue le indagini all’Imperial College londinese. Secondo Kaelen, l’utilità degli psichedelici in psicoterapia sta nel loro contributo a dissolvere temporaneamente la mappatura interiore legata a episodi ed emozioni negative, passaggio che non avviene tramite attività verbali bensì grazie alla guida rassicurante della musica. La combinazione tra psichedelici e musica sembra dunque particolarmente efficace nel produrre esperienze atte ad aggiornare questa mappatura interiore verso un quadro positivo.

Per validare queste ipotesi secondo gli odierni criteri scientifici, nell’agosto 2015 Kaelen e il suo gruppo di lavoro hanno pubblicato i risultati di uno studio pilota per verificare se gli psichedelici incrementino o meno la reazione emotiva alla musica, e quindi possano essere usati come valido complemento rispetto a malattie mentali come la depressione clinica, e in ulteriori ricerche in corso all’Imperial College. La colonna sonora predisposta per i dieci volontari del test (cinque brani in due diverse occasioni, una con il placebo, l’altra con l’Lsd) ha incluso pezzi di genere ambient e neo-classico, con musicisti quali Brian McBride, Ólafur Arnalds, Arve Henriksen e Greg Haines. I commenti positivi dei soggetti hanno così confermato le intuizioni già emerse nelle sperimentazioni degli anni ’50 e ’60. Kaelen e i suoi colleghi sono però andati oltre, collaborando alla ricerca sul cervello e l’Lsd della primavera 2016, segnalata in precedenza, studiandone attentamente le risultanti immagini high-tech. In questo caso la scelta è caduta su musica più meditativa ed evocativa, con brani dall’album Yearning (1995) di Robert Rich e Lisa Moskow. Inoltre, in uno studio più recente con la psilocibina (di prossima pubblicazione), parte della colonna ha incluso nella fase iniziale dei brani ambient di Brian Eno e Harold Budd, per poi passare al musicista classico contemporaneo Henryk Górecki e poi nuovamente brani di Greg Haines al picco dell’esperienza psichedelica. Fra le prime risultanze, si è scoperto che la combinazione tra Lsd e musica colpisce un circuito cerebrale associato alla costruzione della memoria personale; con l’incremento delle informazioni che passano dal paraippocampo alla corteccia visiva, anche il flusso delle immagini mentali diventa più vivido e autobiografico. Un contesto in cui la musica sembra rassicurare e fungere da guida in una sorta di viaggio personale, come hanno confermato gli stessi soggetti degli studi, spiegando: «Ogni brano evocava immagini e ricordi nuovi. … La musica era il veicolo che mi trasportava da un luogo all’altro».

Si tratta in fondo di un contesto non dissimile da quello creato dai ritmi percussivi o ai canti ritualisti nelle cerimonie tradizionali con l’ayahuasca o con il peyote, tese a favorire l’introspezione personale e l’approccio magico-spirituale. Né appare troppo diverso dai riti e dalle festività che caratterizzavano i Misteri Eleusini dell’antica Grecia, dal 1500 a. C. al quarto secolo d. C., dove agli iniziati veniva offerta la bevanda sacra (kykeon) per suscitare visioni spirituali e “modificarne l’anima”. Un quadro complesso che conferma il percorso convergente tra la ricerca medica occidentale e le conoscenze tradizionali, a partire dall’ambito biomedico e terapeutico. Pur se queste indagini scientifiche sono soltanto all’inizio, sembrano validare le sperimentazioni di mezzo secolo fa, suggerendone altresì l’ulteriore integrazione con l’arte, la scienza e la tecnologia, in modo da creare un insieme di esperienze capaci davvero di trasformare l’esistenza a livello individuale e e collettivo.

 

Arti visive e spiritualità

 

Sono proprio i continui rimandi e intrecci delle sostanze enteogene con gli ambiti sociali moderni e al contempo con le pratiche tradizionali a dare linfa all’attuale rinascimento psichedelico, dove la creatività prende mille forme e indica percorsi sperimentali sempre nuovi, come illustrato poco sopra rispetto alla varietà delle produzioni culturali in circolazione. Alle quali vanno senz’altro aggiunte le creazioni di artisti visionari (possibile definirli altrimenti?) come Alex Grey, che ha curato le copertine di alcuni album di band quali Nirvana, Tool e Beastie Boys, di vari libri sul buddismo e sugli psichedelici (anche di Albert Hofmann) e i cui lavori sono stati esposti, fra gli altri, al New Museum di New York, al Museo d’arte contemporanea di San Diego, al Grand Palais di Parigi e alla Biennale di São Paulo, in Brasile. Partendo dal multimediale e dalla computer art, Grey ha poi insegnato corsi d’arte visionaria in istituti statunitensi ed è noto soprattutto per la prima raccolta di 21 dipinti a grandezza naturale, poi ridotti nel libro Sacred Mirrors (1990). A dieci anni di distanza, Transfiguration include nuove opere e saggi di importanti critici d’arte, mentre in The Mission of Art (2001) esplicita la sua esplorazione dell’arte come percorso spirituale. Insieme alla moglie Allyson (artista e scrittrice), è regolarmente presente in vari eventi internazionali. A fine ottobre, per esempio, la coppia terrà una relazione a Basilea dal titolo “Creatività cosmica”, sulla funzione dell’arte nell’evoluzione della coscienza, oltre a un workshop di due giorni mirato a “trasformare in arte le proprie visoni mistiche”. Caldamente consigliato il suo articolato sito web e gli annessi spazi sui social media, innanzitutto per esplorarne da vicino dipinti e disegni difficili da descrivere a parole, e poi per curiosare in un’ampia serie di riflessioni, notizie e suggerimenti davvero utili per chi sia interessato a sciamanismo, allucinogeni e spiritualità in senso lato.

Un altro spazio virtuale da esplorare a fondo è la Visionary Art Exhibition, attiva su internet fin dal settembre 2009 e con un catalogo di ben 530 artisti di ogni nazionalità. Tra questi, da anni Martina Hoffmann propone i “paesaggi interiori degli stati alterati di coscienza” con dipinti che integrano l’universale femminino con il realismo visionario. Alquanto noto nella comunità psichedelica è anche Luke Brown, uno tra i primi della nuova generazione a saper integrare con ottimi risultati le tecniche digitali e quelle tradizionali. Le sue opere sono state esposte in musei ed eventi internazionali, di fianco a quelle di grossi nomi come HR Giger, Robert Venosa ed Ernst Fuchs. Ma è l’intero settore dell’arte visionaria, con tutte le sue diramazioni, che sta letteralmente esplodendo negli ultimi anni; per rendersene conto basta visitare i siti web segnalati in appendice a questo testo. E senza tralasciare l’inevitabile business al seguito, che coinvolge nomi importanti, gallerie d’arte e collezionisti, dando così manforte all’ulteriore diffusione della cultura psichedelica. Come pure gli articoli di “artigiano psichedelico” (tazze, magliette, calendari, manifesti, ecc.) in vendita nei tipici mercatini online come Etsy, Pinterest ed eBay. Acquisti oggi possibili a tutti grazie ai prezzi modici e al semplice clic del mouse. Al pari dell’onnipresente foglia verde a sette punte della marijuana, questi aspetti consumistici sono il simbolo di un’accettazione generale rispetto a sostanze (e pratiche) fino a pochi anni fa considerate pericolose e portatrici di una cultura da evitare a tutti i costi, oltre che comunque illegali.

Questi aspetti più mondani oggi tendono a manifestandosi un po’ ovunque, a ruota di quello che rappresenta uno dei benefici primari degli psichedelici, cioè la loro capacità di esplicitare a chi li assume gli ambiti più sottili e nascosti dell’universo interiore. Non a caso questi elementi emergono regolarmente nel contesto dell’odierna ricerca medica, e sono ben presenti nelle testimonianze degli psiconauti di ieri e di oggi. Come è innegabile il ruolo fondamentale svolto dagli psichedelici nell’emergere della controcultura a cavallo degli anni ’60 e ’70, e poi altrettanto evidente ne è stata la forte influenza su un’intera generazione alla riscoperta dell’universo spirituale. A partire dagli Stati Uniti, i complessi intrecci di questo calderone hanno acceso il diffuso interesse per il misticismo orientale e la meditazione, arrivando finanche a promuovere in modo diretto l’ascesa del buddismo in Nord America, in una versione edulcorata della maggiore scuola Mahayana. Oggi parecchi esponenti di spicco delle sue varie tradizioni non fanno mistero di aver intrapreso questo percorso a seguito di quelle prime esperienze con l’Lsd. Per fare solo un paio di esempi, ancora negli anni ’80, il Dr. Rick Strassman, venne ordinato monaco buddista dopo aver seguito ritiri e meditazione Zen, nello stesso periodo in cui studiava la psicofarmacologia clinica per avviare le successive sperimentazioni con il Dmt già menzionate. Richard Alpert (oggi noto come Ram Dass), collega di Timothy Leary all’epoca dell’Harvard Psychedelic Club, da molti anni applica una varietà di pratiche e filosofie induiste-buddiste per animare un seguitissimo network pan-spirituale che produce libri, seminari, convegni ed altri eventi (in buona parte via internet, operando dalla sua base a Maui, nelle Hawaii, dove vive dopo essere rimasto parzialmente paralizzato in seguito a un ictus cerebrale nel 1997). E ciò senza mai disconoscere né esagerare il valore di quel passato psichedelico, bensì provando a chiarirne le inter-connessioni per le nuove generazioni:

 

Dal mio punto di vista, il buddismo è il più vicino all’esperienza psichedelica, quantomeno rispetto all’Lsd. Questo ti catapulta oltre le strutture concettuali personali. Azzera l’identificazione abituale con il pensiero e ti colloca rapidamente in una modalità non-concettuale.

–Ram Dass, Zig Zag Zen, 2002

 

Al di là di somiglianze o attriti con le religioni denominazionali (che, a scanso di equivoci, non condonano certo l’uso di sostanze inebrianti, legali o illegali) il punto sembra essere piuttosto quello di non rifiutare a priori, come società e come individui, certe esperienze capaci di aiutarci a comprendere meglio e approfondire i valori e la saggezza della società stessa. In tal senso, la compassione e la consapevolezza innescati da tali esperienze restano valori che ci riguardano tutti. E quindi è sempre più importante proseguire questi percorsi integrativi a livello spirituale, scientifico e culturale. Lo confermano fra l’altro gli studi di alcuni ricercatori, come illustrato nel primo capitolo, impegnati a valutare gli effetti della psilocibina a livello di consapevolezza, puntando alla possibile definizione scientifica di processi quali l’evoluzione della coscienza e la dissoluzione dell’ego. Oltre a provare a comprendere i cambiamenti della struttura molecolare nel cervello che sono alla base dell’esperienza religiosa. D’altronde un analogo percorso sta interessando alcuni tra i maggiori scienziati, filosofi e monastici, impegnati in un confronto a tutto campo al crocevia tra neuroscienze, fisica e consapevolezza. È quanto accaduto, per esempio, nello storico evento di sei giorni tenuto nel 2013 in un monastero tibetano nell’India meridionale alla presenza del Dalai Lama, nel contesto del suo programma per integrare le moderne conoscenze scientifiche nell’educazione tradizionale di monaci e suore tibetani. Un progetto (“la scienza incontra il Dharma”) che va bel al al di là dell’aspetto religioso, ed è parallelo a quello teso a integrare le pratiche millenarie delle tribù indigene con le odierne ricerche scientifiche in corso, come già descritto. Da qui la necessità di ampliare al massimo il dibattito pubblico con un approccio multidisciplinare, ribadendo il pieno diritto alla libertà di ricerca e alla medicina psichedelica, archiviando il fallimentare proibizionismo e rafforzando le attività del network psichedelico internazionale. Senza neppure ignorare i problemi di varia natura che tutto ciò potrebbe innescare. Soltanto così l’attuale rinascimento psichedelico potrà crescere e produrre effetti positivi a livello globale.

 

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