Critica della Rete senza inibizioni (Bernardo Parrella, Chips&Salsa, 10/07)

Geert Lovink Nel suo ultimo libro dà atto ai blog di aver chiuso il solco tra rete e società, ma ne fulmina la banalizzazione e normalizzazione» in atto

Il web non è un luogo staccato dal quotidiano vissuto. I blog non prosperano in una bolla d’aria sospesa sul pianeta. E anziché dar vita alla rivoluzione annunciata, troppo spesso i new media sono ripiegati su stessi e abbracciano antichi modelli tecno-istituzionali. Questi alcuni capisaldi dell’analisi, tanto impietosa quanto cruciale, proposta da Geert Lovink in Zero Comments: Blogging and Critical Internet Culture, libro atteso e fresco di stampa in inglese (presso Routledge). Un volume di quasi 300 pagine assai denso e per molti versi controcorrente, ricco di spunti anche impopolari, impossibile da sintetizzare in poche battute. L’upgrade necessario e puntuale a quanto delineato nei suoi precedenti saggi, ottimo food for thought per quella net_critique che va raccogliendo consensi e partecipazione ben oltre gli addetti ai lavori. Dove pur riconoscendo ai blog il merito di aver chiuso positivamente il gap esistente tra Internet e la società (soprattutto dopo l’11 settembre 2001), ciò implica anche banalizzazione e normalizzazione delle stesse spinte di cambiamento dal basso che hanno dato vita al fenomeno. Da qui la necessità di dover (re)interpretare continuamente questa blogging culture in fluttuazione, come anche di dover passare al vaglio i tecno-libertari che continuano a dipingere “sogni di gloria”, inesistenti e inattuabili. Smettendola, ad esempio, di innalzare il blog ad alternativa dei media mainstream, per descriverli «spesso in maniera più accurata come canali di feedback», scrive Lovink nel primo capitolo del libro dedicato proprio all’impulso nichilista del blogging. Impulso che poi è soltanto l’estensione naturale di quella tarzaniana auto-referenzialità, espressa in una sorta di bolla socio-mediatica, che affligge tipicamente gran parte dei blogger nostrani. Ancora: la blogosfera non ha messo radici nel movimento sociale progressista, e pur criticando spesso duramente i mass-media statunitensi, la tendenza generale è piuttosto conservatrice-liberale. Ciò rimane valido pur nel recente montare di super-blog quali Huffington Post o Daily Kos sull’onda delle nuove speranze progressiste verso le presidenziali Usa 2008. E metafore quali “l’esercito dei David all’assalto dei Golia” mediatici, nell’immagine preferita del noto blogger conservatore Glenn Reynolds, tentano solo di oscurare il fatto che in realtà gli oltre 100 milioni di blog in circolazione raccontano ben altro e molto di più, affermandosi come “tecnologia del sé” centrata sull’approvazione sociale, sfuggente a ogni etichetta e inscatolamento, ma tutt’altro che esente dalla manipolazione. Come viene confermato, ampliando il lungo e largo il viaggio nella Internet culture odierna, dallo scenario della “new media art” in cui ci guida poi Lovink, ambito poco battuto dai più e che raggruppa una serie di micro-pratiche multi-disciplinari che da qualche anno vanno sempre più riccamente intersecandosi tra la scena online e gli ambienti dell’arte contemporanea. Anche qui la critica si fa decisamente acuta, dalla discussione di casi specifici (su progetti di realtà virtuale ed electronic arts) alle potenzialità del social Web nel fornire strumenti e opportunità per l’analisi dell’inconscio collettivo operante attraverso il media-sphere odierno. Seguono altre incursioni non meno intriganti: sulle intricate vicende legate alla costruzione di una teoria dei media in Germania, sugli esperimenti digitali in Olanda (dalla rete xs4all a De Digitale Stad al design urbano sostenibile grazie all’informatica), sul flop del fuso orario globale proposto dalla svizzera Swatch (quando invece l’economia dell’attenzione suggerisce maggior coscienza sulle diversità di orario dei soggetti coinvolti in progetti collaborativi, ad esempio), sugli anni recenti della new media culture in India (enfatizzando l’espansione del dialogo interculturale e la nascita di nuove energie di condivisione trans-nazionale). Questi e altri percorsi che, variamente intrapresi dall’autore, aprono il sipario su un palcoscenico contemporaneo assai più complesso e intricato di quanto vorrebbero farci credere certi cyber-entusiasti, mettendo a nudo una critica della Rete, e per estensione una teoria democratica, che deve ancora riconciliare parecchi dei suoi elementi portanti. Di pari passo a una pratica centrata sui network organizzati, dentro e fuori Internet, capace di inglobare e superare quelle che sono null’altro che fasi transitorie verso una maturazione più condivisa – blogosfera in primo luogo.


One Response to “–”


  1. 1 Speculum Maius

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