Sulla trasparenza del giornalismo

15Sep09

Se, paragonando il giornalismo con gli scacchi, il contenuto è re e la collaborazione regina, la trasparenza è la scacchiera stessa. E quindi va perseguita ad ogni livello della catena, soprattutto nell’era di Internet. Riflette così l’amico David Cohn, fra l’altro animatore dell’ottimo Spot.us, esperimento di giornalismo collaborativo basato nella Bay Area. Oppure come spiegava recentemente David Weinberger, “transparency is the new objectivity: it is now fulfilling some of objectivity’s old role in the ecology of knowledge”. In un caso e nell’altro, ciò conferma come nei mille rivoli che oggi danno forma alle varietà di giornalismi in giro, “more than our finished product must be revealed.” E quindi, insiste David, il “freelancing is outdated”:

Thirty years ago, I would probably snail mail my pitches to editors with a self-addressed envelope inside so editors could write me back. Today the Internet allows freelancers to email pitches. But that seems to be the ONLY evolution in the process. Our communication in the process of procuring work, writing stories and editing stories is faster, but fundamentally happens in one-to-one relationships. The public never sees this. Nor do they see the pain of waiting for responses, edits, or checks.

D’altronde non è una novità che la parte “sporca” per i cosidetti lavoratori della conoscenza (già, ci sporca anche a fare informazione e condividere conoscenza) non viene mai lontanamente rivelata o immaginata dal grande (o piccolo) pubblico, ormai abituato dai media mainstream a sorbirsi copertine luccicanti e titoloni spiccioli, foto spregiudicate e articoletti velinari. Analogo percorso viene per lo più proposto online, spesso come ulteriore modalità per chiudere spazi e impedire la partecipazione dal basso.

Certo, conclude David, ci sono dei validi contro-punti alla pratica della trasparenza assoluta – The process of journalism (editing, re-writing, etc.) is boring, It takes energy to be transparent – ma resta il fatto che non possiamo sfuggirvi, meno che mai nell’era di Internet e con la miriade di progetti collaborativi in ballo. Ergo, non resta che praticare e praticare. (Peccato che, ancora una volta, tutto ciò non riguardi nè interessi minimamente la scena italiana, old o new media che siano).



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