Ma quale ‘Internet village’? Nord e Sud del mondo sono ben divisi anche online…

27Apr09

North vs. SouthUn altro dei motivi per cui i vecchi modelli dei mega-conglomerati e dell’informazione centralizzata catapultata sul mondo intero non possono funzionare online arriva da questo articolo odierno sul New York Times: “Web companies that rely on advertising are enjoying some of their most vibrant growth in developing countries. But those are also the same places where it can be the most expensive to operate, since Web companies often need more servers to make content available to parts of the world with limited bandwidth. And in those countries, online display advertising is least likely to translate into results. … There may be 1.6 billion people in the world with Internet access, but fewer than half of them have incomes high enough to interest major advertisers”.

Di conseguenza, la soluzione più semplice sembra essere quella di chiudere o limitare variamente l’accesso a siti iper-popolari dai Paesi del Terzo e Quarto mondo. “Last year, Veoh, a video-sharing site operated from San Diego, decided to block its service from users in Africa, Asia, Latin America, and Eastern Europe, citing the dim prospects of making money and the high cost of delivering video there.” Ma è proprio in tali Paesi che i big di Internet contano il maggior bacino d’utenza: “MySpace, 130 million members, about 45 percent of them overseas; Seventy percent of Facebook 200 million members live outside the United States… and the company faces the expensive prospect of storing 850 million photos and eight million videos uploaded to the site each month.”

Insomma, il business non paga con gli africani o gli indiani? No problem, basta tagliarli fuori dal social Web. Ovviamente dopo averceli ben succhiati dentro con mille luccicanti promesse e essersi accaparrati i loro contenuti, commenti, contatti. Come faranno ad accedervi adesso se si stacca loro la spina? E perché mai dovrebbero essere gli utenti del Sud a subire gli effetti negativi delle politiche poco accorte di tali (presunte) big companies del Nord? È davvero questo lo ‘Internet village’ che ci si auspicava di costruire? Già, prima si finge di voler creare un villaggio globale, pompando a più non posso le (altrettanto presunte) meravigliose potenzialità dell’UGC, e poi non appena il business scricchiola a farne le spese sono sempre i meno abbienti, la periferia dell’Impero. Altro che digital divide o ‘walled garden’. Né basta liquidarlo con l'”International Paradox” che affligerebbe ogni azienda Internet, come prova a suggerire innocentemente l’articolo.

Imitando al meglio (anzi, al peggio) il mondo reale, la Rete si fa piuttosto sempre più divisa, nazionalista, classista. Creando alte muraglie tra il Nord e il Sud del mondo digitale. Analogamente a quanto notavo sotto sulla trappola luccicante di Twitter. Con buon pace dei molti che ritenevano (e ritengono) sensati la globalizzazione e il libero mercato, o anche dei cyber-utopisti sempre in giro secondo cui saranno la tecnologia e la Grande Rete a unire e salvare il mondo…



5 Responses to “Ma quale ‘Internet village’? Nord e Sud del mondo sono ben divisi anche online…”

  1. Meno male Berny.. se c’è qualcosa che l’India o l’Africa non hanno bisogno è di Facebook. In quei luoghi si vive ancora per strada e il social network è fatto di colori, contatti di pelli, di odori e di suoni di strada. Che gran casino che c’è in India e in Africa… ma sempre meglio che sentire solo il tic-tic della tastiera e del mouse in cui luogo (Lombardia) dove se vai per strada a mangiarti un panino rischi anche di essere illegale.

  2. certo, ivo, pero’ diciamo meglio che anche li’ cresce la diffusione di blog, FB, MySpace e simili, come riportato nell’articolo e come ormai inevitabile… solo che tali social network e altri tool high-tech hanno assai meno peso nel quotidiano rispetto al “nord” e che piu’ spesso vengono integrati con “la strada” e/o usati per questioni assai pratiche, dal credito via SMS alla diffusione di info di prima mano sul “casino che c’è”, come spesso riportato da global voices online

  3. Grazie Berny, una segnalazione molto interessante. Però non condivido il tuo scetticismo finale, io probabilmente rientro tra quei Cyber-Utopisti a cui tu ti riferisci.

    Intendiamoci, è davvero uno scempio che le major del web tronchino le possibilità di accesso alla rete degli utenti del sud del mondo, ma non vedo come questo debba influire sulle potenzialità che il web sociale possa esprimere in quei contesti. A differenza del commento precedente infatti, io credo che i tool 2.0 abbiano un enorme potenziale proprio nei paesi in via di sviluppo, potenziale inteso come possibilità di superare barriere censorie, possibilità di organizzazione e di informazione libera che proprio GV ha spesso premura di raccontare.

    Nei paesi in via di sviluppo si è ormai creata (e continua ad espandersi) una audience tecnicamente molto abile che sfrutta le potenzialità del web per problematiche spesso ben più concrete che in occidente (come ad esempio organizzare manifestazioni – es il movimento 6 aprile egiziano partito da Facebook: http://tinyurl.com/cd69lu), e che pian piano sta anche iniziando ad organizzarsi in canali autonomi (come la piattaforma blogging africana http://www.maneno.org). Intendo dire che per quanto sia ripugnante questo atteggiamento economico delle grandi del Web, credo che questo ci debba solo spingere verso il sottolineare le capacità autorganizzative di questa audience e l’importanza di intraprendere contatti diretti con quelle utenze, contatti a cui, a parte GV e pochi altri, per ora pochi si dedicano.

  4. chiaro che questo tipo di “cyber-utopia” che segnali e’ ben altro da quello dei “cyber-pioneers” californiani di quasi 20 anni fa a cui mi riferivo, piu’ largamente condivisbile e non cosi’ utopico in fondo, come confermano gli esempi tipo GV e altri che riporti – ancora piu’ importante, si tratta di un percorso comunque inevitabile e a cui dovremmo tutti partecipare, senza colonizzare ma da pari-grado e collaboratori, come segnalavo nel post e nella replica al commento di ivo

    e comunque, al di la’ di categorie-definizioni semrpe restrittive, tale percorso-utopia ha bisogno di ponti e scambi, non di chiusure o blocchi, come riportato nell’articolo del NYT, ne’ di certe divisioni classiste afforianti nell’altropost sulla twitter-hysteria USA – segnali che purtroppo rivelano come in occidente il grande pubblico e i big high-tech conoscano poco le “capacità autorganizzative di questa audience” e ancor meno vi siano interessati a svilupparle collegialmente, per il bene dei locali e quindi del pianeta

    e’ quest’altro lato della medaglia che andrebbe vieppiu’ chiarito e spinto, costruendo al contempo quanti piu’ ponti possibili, ecco percio’ il sano criticismo del digitale nel suo complesso, e soprattutto di certi approcci occidentali, ribadendo insomma come per buona parte esista tuttora “il grande inganno del web 2.0” che giustamente ci ricordava fabio metitieri

  5. Putroppo credo che queste chiusure di cui parli siano fisiologiche, tanto nella società globale quanto nel mondo commerciale che in un certo senso ne è lo specchio. Secondo me si può superare questa impostazione, ma solo lavorando nel costruire esempi di ponte con queste audiences e creando opportunità di interesse reciproco per attirare l’attenzione degli utenti dei diversi contesti e quindi per generare contenuti che attirino i Media. In questo senso moltissimo merito va a GV, ma c’è ancora tantissimo da fare. In questo senso sono un vero cyber attivista (mi sollevi il morale definendo il mio approccio condivisibile), perchè ci credo molto.


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