Segreti di pubblico dominio

22Nov08

L’altro giorno Nova (il Sole24 Ore) – eccezionalmente, che, sbaglierò, ma in generale l’inserto mi sembra una grossa delusione – ha aperto con un ottimo articolo di Juan Carlos De Martin (Politecnico di Torino) centrato sul pubblico dominio e sul valore della conoscenza usata in maniera libera e aperta. Il pezzo puntualizza altresì la ridotta portata del copyright moderno nell’ambito ben più vasto della condivisione del sapere che ha contraddistinto lo sviluppo delle società umane fino ai nostri giorni, sintetizzando poi le proposte normative in discussione nel mondo atte a ridimensionarne il ruolo per rilanciare invece la libera condivisione della conoscenza tramite licenze aperte e, appunto, ridando il giusto spazio al pubblico dominio.

Lo riporto qui sotto integralmente: graditi ulteriori rilanci, conferma l’autore😉

——————-

SEGRETI DI PUBBLICO DOMINIO – Il valore della conoscenza usata liberamente

Le opere dell’ingegno si posso liberamente stampare, copiare, diffondere, eseguire in pubblico, mettere in scena, tradurre, vendere e altro ancora. Ovvero, si puo’ seguire liberamente la propria inclinazione culturale o i propri obiettivi imprenditoriali senza chiedere il permesso dell’autore, dei suoi eredi o di altre entita’, senza corrispondere royalties, senza firmare contratti. Ovviamente cio’ non significa che tutto sia lecito: non e’ lecito, per esempio, attribuirsi opere di cui non si ha la paternita’ o, per restare in un ambito regolato solo da norme di tipo sociale, non si citano brani fuori dal contesto cosi’ da distorcere il pensiero originale dell’autore. Ma a parte simili regole di comportamento, perlopiu’ dettate dal buon senso, la liberta’ e’ amplissima. Le nostre societa’ hanno da sempre convenuto, infatti, che in questo modo viene massimizzata la vivacita’ e la profondita’ delle discussioni pubbliche, la ricchezza e la varieta’ della produzione culturale, la possibilita’ per i singoli di definire ed esprimere la propria identita’.
E quindi troviamo normale e molto positivo che in questo momento, per fare un esempio, in Italia siano disponibili ben 38 edizioni de “I promessi sposi” o 54 edizioni de “La divina commedia”, con prezzi compresi tra i 5 e i 640 euro, con versioni in milanese e in siciliano, recitate sotto forma di audiolibro, commentate da molti diversi studiosi, stampate per ipovedenti, illustrate per bambini e per adulti, a fumetti, con rilegature sia economiche sia di lusso, eccetera.

Quelle appena descritte sono le regole che valgono per il pubblico dominio, ovvero l’insieme di tutte le opere per le quali sono “scaduti i diritti”. Contrariamente alla percezione comune, dominata dal motto “tutti i diritti riservati”, il pubblico dominio, in una prospettiva di lungo periodo, e’ la condizione di default per tutte le opere dell’ingegno, la condizione naturale in cui passeranno la maggior parte della loro esistenza.

Senonche’, pochi secoli fa, con il diffondersi delle tecniche a stampa e poi di altre forme di riproduzione meccanica delle opere, si decise di tutelare l’investimento fatto nella produzione dell’opera introducendo un’eccezione temporanea alla condizione altrimenti naturale del pubblico dominio, ovvero un monopolio limitato nel tempo relativamente agli sfruttamenti economici dell’opera. L’obiettivo principale, da un punto di vista utilitarista, era quello di favorire il sostentamento degli autori e di fornire incentivi alla produzione di opere, con la convinzione che i danni causati dal monopolio (prezzi piu’ alti e, in generale, minor diffusione delle opere) fossero, in media, piu’ che compensati dal maggior numero di opere rese disponibili. Nacque cosi’ il copyright moderno. Diritto monopolistico, ma -si badi bene- comunque non assoluto. Una serie di utilizzi, infatti, rimasero fin dal principio leciti perche’ considerati essenziali per realizzare compiutamente liberta’ come quella di espressione e di critica, il diritto di cronaca, la liberta’ di ricerca e d’insegnamento, il corretto e libero funzionamento delle biblioteche, e altri ancora.

Tuttavia, come spesso capita quando da una parte c’e’ un interesse concentrato (autori, i loro eredi, editori e altri intermediari) e dall’altra un interesse diffuso (la collettivita’ nel suo complesso) l’eccezione temporanea che inizialmente corrispondeva a 14 anni di tutela rinnovabili per altri 14, ha finito con l’estendersi fino a ben settant’anni dopo la morte dell’autore. Per intenderci: un’opera pubblicata oggi da una giovane scrittrice, per esempio 29-enne, entrera’ nel pubblico dominio tra oltre centoventi anni, ovvero, nella prima meta’ del XXII-esimo secolo.

Insomma, l’eccezione temporanea e’ diventata cosi’ lunga rispetto alla vita media di un individuo da essere di fatto, per il singolo, quasi eterna.

Non solo. Le isole di liberta’ ad attenuazione del monopolio sopra elencate sono state progressivamente erose, rendendo sempre piu’ difficoltoso -anche solo per il timore di incorrere in problemi legali- l’esercizio di liberta’ che sono essenziali per assicurare una democrazia piena, una societa’ culturalmente vivace, nonche’ un’economia della conoscenza non paralizzata da monopoli incrociati e sovrapposti.

A questa deriva protezionistica, occorre reagire riaffermando innanzittutto il ruolo e l’importanza del pubblico dominio nelle nostre societa’. In tal senso, la celebrazione del primo “Public Domain Day” a inizio 2009, un’iniziativa di COMMUNIA, la rete tematica europea sul pubblico dominio digitale, potra’ dare un contributo. Inoltre, i “calcolatori del pubblico dominio” – prodotti, tra gli altri, dalla Open Knowledge Foundation di Londra – consentiranno di stabilire, nazione per nazione, se una certa opera e’ o meno nel pubblico dominio.

Al livello normativo, tra le iniziative in discussione spiccano le seguenti: la riduzione della durata della protezione del diritto d’autore; la messa a disposizione nel pubblico dominio della maggior quantita’ possibile di dati e contenuti prodotti dal settore
pubblico (come gia’ avviene negli USA per tutti i dati prodotti da agenzie federali); norme contro dichiarazioni di copyright troppo ampie (come quelle fatte dagli editori che dichiarano, anche solo per sciatteria, di avere il copyright dei testi di, per esempio, Shakespeare); il cambiamento della regola di default per la protezione (“tutti i diritti riservati” solo su richiesta); il riconoscimento formale esplicito sia del pubblico dominio in senso stretto, sia di quello su base volontaria, ovvero l’insieme delle opere rilasciate con licenze Creative Commons o analoghe.

Occorre, in altre parole, favorire l’adozione di una serie di misure atte a ristabilire un equilibrio tra la legittima tutela degli interessi degli autori e il diritto della collettivita’ ad accedere e contribuire alla cultura, come affermato, in maniera forse insuperabile, dall’articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

[Juan Carlos De Martin – Nova, Il Sole24ore, 20.11.2008, p. 1.]



No Responses Yet to “Segreti di pubblico dominio”

  1. Leave a Comment

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s


%d bloggers like this: