Web 2.0: il pubblico conta, eccome!

14Mar08

SXSW Zuckerberg-LacyDecisamente interessante seguire le ricadute dell’ormai infausta intervista al CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, da parte del reporter di Business Week Sarah Lacy, l’altro giorno in sul palco del 2008 SXSW di Austin, Texas. Pur senza volerlo pompare come un altro gossip globale alla Mr. Spitzer, la faccenda provoca ancora ampi rilanci online – almeno, in quelle anglofone. E a ragione, perché suggerisce molte “lezioni” un po’ per tutti e diventa una sorta di “case study” sul senso stesso del Web 2.0, la comunicazione aperta in stile bottom-up, la forza del collettivo e dei suoi strumenti partecipativi, Twitter in primis. Elementi questi, in estrema sintesi, dimenticati o snobbati dalla giornalista che ha preferito invece puntare su domande scontate, frequenti interruzioni, stracitare il suo libro in uscita (al riguardo, su Amazon c’è chi la definisce la Paris Hilton del giornalismo – wow!). Conducendo cioè una “business interview” che poco aveva a che fare con la situazione, pur se pare che gli organizzatori spingessero per quest’approccio. Il punto, sottolinea fra gli altri Jeff Jarvis, è che «she wasn’t aware of the audience. They didn’t care about a business story. They wanted stories about technology and society.» Suscitando cosÌ le ire (letteralmente) del pubblico, già da tempo in combutta tramite Twitter, e che solo nel finale ha potuto porre le proprie domande a Zuckerberg. Cosa che invece andava fatta fin dall’inizio, come ribadisce in sostanza il sempre puntuale Robert Sclober, pur parlando ironicamente di Audience of Twittering Assholes (utili i molti link di approfondimento). Nel senso che non va dimenticato un certo, negativo “mob lynching” e l’attitudine interattiva di questo pubblico specifico, sconosciuto a entrambe le persone sul palco, come sottolinea lo stesso Sclober in una conversazione telefonica a freddo con Dave Winer. Stimolanti anche le riflessioni sul design in loco: poltrone impossibili anzichè sgabelli sul palco, mancanza di laptop/schermo per seguire le reazioni live dei presenti. Nell’epoca del Web 2.0, per giornalisti e organizzatori non conoscere (e non coinvolgere) il pubblico si rivela errore cruciale.



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