Il network, pilastro nell’economia delle news

25Sep07

Networked Journalism SummitNella carta stampata quel che paghiamo, oltre che alle news in sé, è la distribuzione. Mentre in Italia e altrove ciò pesa sul prezzo (salato) del quotidiano in edicola qui in Usa ciò pesa (un po’ meno) sull’abbonamento a domicilio, pratica assai diffusa per vari motivi. Sul web simili aggravi nascosti riguardano il dial-up, dsl o wi-fi, e il PC o i vari gadget con cui raggiungiamo internet. Ma siccome tali costi sono evidentemente separati ed espliciti, anzichè accorpati come nel cartaceo, non vogliamo pagare il dovuto e facciamo finta che le news siano free (tu quoque, NYT?). Non è così, però lo pretendiamo. Fermo restando che in entrambi i modelli ci sono le inserzioni, e in parte la piccola pubblicità, a coprire gran parte del lavoro redazionale. In ogni caso, quel che fin troppo spesso tendiamo a dimenticare sono i costi di distribuzione e accesso. Meno male che a risvegliarci da simili inattuali torpori arrivano le analisi di Scott Karp, asciutte come consentono l’inglese e anni di giornalismo professionale. Dove il punto è che traducendo ciò nella “new economics of news” abbiamo non più canali monopolistici, bensì una pletora di reti interconnesse. E quindi il network come pilastro di questa nuova economia prodotta collettivamente. Suggerisce dunque il post su Publish 2.0:
«What needs to be reinvented is the economics of content CREATION, which has been cut loose from the economics of distribution. Fewer and fewer people are paying news organizations to distribute news — so they need to find a model that pays strictly for the creation of news.
That is…unless news organizations can once again become hubs of distribution — a destination for consumers to access a rich package of information. Right now, most news organizations are merely offering the same package of information online that they do offline — but the web is much, MUCH bigger than that».
E come notano, al solito, alcuni articolati commenti, c’è anche da considerare il valore aggiunto dei profili personali (che mantengono free certe testate), mentre tale analisi può applicarsi correttamente anche altrove: «music, movies, games, social networks, porn, telephony, text and video messaging, etc.». Rimane comunque il punto del network come modello e struttura portante del futuro delle news. Qualcosa su cui insiste da tempo, non certo da solo, Jeff Jarvis — e che sarà al centro dell’attenzione nell’imminente Networked Journalism Summit di New York (a cui dovrei essere presente).



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