La privacy conta, eccome — dall’Identity Project al web 2.0

23Sep07

Nell’era del web 2.0 ha ancora senso parlare e tutelare la privacy individuale? Macché, replica la Naked Generation del social web, esasperando un trend che va ormai definendo i “giovani americani creativi nati negli ’80” e per i quali Internet è ben più che un palcoscenico: «it’s our dressing room, our cocktail lounge and, most notably, our PR department». Ormai lo sappiamo tutti: per avere tantissimi “amici” e diventare “popolari” basta far girare tali social networks i dettagli (meglio se piccanti) del quotidiano personale, e ciò non riguarda interessa più solo i super-trafficati siti di celebrity gossip, ben manipolati dalla crema del marketing — Tila Tequila docet. Bello, no? Eppure, in questi giorni esplode in Usa un altro eclatante caso di invasione della privacy: l’Automated Targeting System ha monitorato i in dettagli dei passegeri aerei fin da metà anni ’90. Grazie all’attività dell’Identity Project, John Gilmore, già cofondatore della EFF, ha scoperto che il governo aveva ben schedato non solo i suoi viaggi ma anche i libri che si portava da leggere in aereo (tipo “Drugs and your Rights”). La vicenda trova ora ampio spazio sul Washington Post e altre testate, oltre che ovvi rilanci nella blogosfera Usa. Spiegando altresì come in questi anni lo scrutinio sia stato ben più ampio e diffuso di quanto si pensasse, includendo anche i compagni di viaggio e creando mega-archivi tuttora usati dalle agenzie federali con la scusa dell’anti-terrorismo. Senza dimenticare che oggigiorno «It’s not the United States government who controls or manages the majority of this data but rather faceless corporations who trade your purchasing habits, social security numbers, and other personal information just like any other hot commodity» — puntualizzava Simon Garfinkel in un’opera di qualche anno addietro, Database Nation. E occorre forse rammentare le critiche continue rivolte a Google? O i rischi legati a quanto gira su YouTube, giusto per fare qualche grosso nome? Peccato però che tutto ciò alla web 2.0 generation interessi poco o nulla. Speriamo non debbano bruscamente rivegliarsi da un brutto sogno.



2 Responses to “La privacy conta, eccome — dall’Identity Project al web 2.0”

  1. In realtà penso che la web 2.0 generation abbia preso atto dell’impossibilità di sfuggire al controllo. Quando 6 in questa situazione è meglio esporti direttamente così almeno 6 in grado di controllare il processo di controllo se non altro in relazione alla tua identità.

    Cosa ne pensi?

  2. vero, pero’ e’ solo una parte della storia, e anche minima visto quanto va sempre piu’ accadendo, soprattutto qui, dove gli esempi alla tila tequila straripano…

    il punto non e’ tanto la “tua identita'” sul web quanto piuttosto nel reale complessivo, connesso con le molteplici modalita’ di spionaggio e controllo individuale, dal patriot act a continue rivelazioni di questo tipo, operate da entita’ governative come da google, va cioe’ messo nel contesto piu’ ampio

    tutto cio’ a gran parte della web 2.0 generation non interessa proprio, per questo poi e’ facilmente manipolabile come immagine, marketing, exploitation da parte dei gestori di social networks, portando cosi’ acqua al mulino dei walled gardens e contribuendo a delegare loro proprio il controllo (e il giovamento) dell’UGC nel suo complesso


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