Web 2.0: dalla ridondanza alla ‘next big thing’

11Jan07

Di seguito l’abstract e la bozza del mio intervento (via Skype) all’incontro romano del 19 gennaio orgnizzato da giornalismi possibili sul tema: “Il Web 2.0 e il panorama italiano. Giornalismo diffuso, condivisione di saperi, progetti partecipativi: scenari e prospettive”.

Nell’era del villaggio globale, il giornalismo tradizionale ha le ore contate, in termini di audience, credibilità, business. Inevitabile che si guardi alla fertilità prodotta dal Web 2.0, ormai pronto a passare alla fase successiva, per i necessari rilanci a tutto tondo. Sull’onda del “We the media” e del citizen journalism, elementi non di rado sottovalutati o dimenticati proprio dai Big Media, la formula della killer application è semplice: partecipazione, condivisione, conversazione continua. Integrando news aggregator e redattori esperti, reporter-utenti e tool innovativi in una sorta di “caos creativo”, fluido, collaborativo. Sull’esempio di recenti progetti Usa, possiamo e vogliamo provarci anche in Italia?

Fra le molte definizioni possibili (e impossibili) del cosiddetto Web 2.0 una delle più azzeccate rimane quella derivata dal brainstorming a più voci che portò alla prima Web 2.0 Conference di San Francisco, autunno 2004: «il network come una piattaforma che include tutti i device connessi, le cui applicazioni sfruttano al massimo i vantaggi intrinseci di tale piattaforma… consumando e rimescolando i dati prodotti da molteplici fonti, inclusi i singoli utenti… creando effetti-network tramite una ‘architettura della partecipazione’, superando la metafora della pagina del Web 1.0 per offrire esperienze più ricche all’utente». Da allora il termine-marchio viene appiccicato un po’ ovunque e casualmente, né mancano i disaccordi sulla metafora scelta e quanti oggi lo ritengono un modello bell’e defunto —non ultimo per i cospicui interessi economici in ballo. In ogni caso, basta considerare il Web 2.0 come l’insieme di sistemi e partecipanti capaci di sfruttare al meglio l’intelligenza collettiva e connettiva della Rete. Sharing e bidirezionalità, user generated content e bottom-up, partecipazione e social networking, citizen journalism e blogging. Termini che—pur non attirando l’Italia utenza e capitali del made in USA—si ascoltano perfino nel bar sottocasa o in pizzeria, mentre qualche inserto nei quotidiani in edicola è utile a soddisfare le curiosità immediate (nulla di più, per carità). In libreria va già meglio, ma per chi volesse gettarsi nella mischia, ovviamente è online che si trovano risorse e ambienti più consoni per sperimentare e partecipare in prima persona.

Quel che conta, tuttavia, è il processo di re-invenzione, dal basso e collettivo, di un vocabolario e di una pratica della socialità in Rete e a partire dalla Rete, l’attuazione di un flusso discorsivo online/offline capace di rispecchiare le nuove potenzialità in un insieme concettuale che abbia senso per noi tutti, addetti ai lavori e utenti di primo pelo—inclusi quanti usano ancora il dial-up o macchine non di ultima generazione. Scommessa non semplice, visti anche i grossi interessi economici in campo, ma necessaria onde verificare sul campo certe mode o andare oltre la solita punta dell’iceberg. Chiedendosi, ad esempio, se il rinnovato abbraccio dei venture capitalist non abbia già soffocato il social networking. Forse che l’evidente ridondanza di reti sociali e servizi personalizzati non nasconda in realtà la voglia di pilotare la sperimentazione di base? E come procede la maturazione degli individui alla scoperta e all’uso della condivisione online? Più che di un “fenomeno” generale e generalizzante, è dunque il caso di domandarsi quanto Web 2.0 esista oggi nel Web 2.0, e se non sia piuttosto il caso di preoccuparsi delle speculazioni in atto. Oltre che scrollarsi di dosso fastidiose etichette e procedere oltre. Occupandoci, ad esempio della fase successiva, dove varie start-up e big dell’high-tech si concentrano su sofisticati progetti di data-mining e sistemi di intelligenza artificiale per portarci il (o al) Web Semantico, anche noto come Web 3.0. Senza nasconderne certi trend commerciali pur se intenzionati a far tesoro delle dinamiche partecipatorie in corso, fino a sviluppare così «tecnologie basate su Internet capaci di organizzare la conoscenza, trascendendo le definizioni tradizionali del Web». Anche qui ben vengano i critici, inclusi quanti sostengono trattarsi a malapena di un Web 2.1 o post-Web 2.0, dato che i «primitivi prototipi odierni dimostrano come un’Internet intelligente sia ancora assai lontana».

Intanto il processo di rimescolamento va avanti, coinvolgendo anche quel bastione delle società contemporanee rappresentato dal mondo dell’informazione. In primo piano dunque le varie incarnazioni del giornalismo civico, partecipativo, del citizen e grassroots journalism. Volenti o nolenti, l’era del “We the media” è qui per restarci. Notizie redatte e diffuse da comuni cittadini che, anziché destinatari passivi di notizie (da uno a molti), diventano nodi e protagonisti di una sempre più fitta rete di scambio di informazioni (da molti a molti). Il giornalismo professionale e l’industria editoriale vanno sempre più integrandosi con esperimenti e progetti di base capaci di creare—anche in termini economici—quelle istanze partecipative più adeguate al rapido mutamento innescato (anche) dalla penetrazione globale di Internet. Di certo queste nuove modalità del fare informazione vanno producendo trasformazioni complesse e durature, ben al di là del giornalismo professionale. Mentre la blogosfera continua a crescere in maniera esponenziale, s’avanzano i personal media e fioriscono le contaminazioni trasversali. A partire dai molteplici, recenti progetti statunitensi e con annesse ‘licenze aperte’ in stile Creative Commons. L’enfasi sul cosiddetto user-generated content diventa quindi centrale nella convergenza in corso tra forme innovative di giornalismo e l’informazione tradizionale, non ultima la “rivoluzione del net video”. E nel frattempo migliaia o milioni di persone sparse per il globo vanno realizzando in maniera aperta e informale siti d’informazione, enciclopedie—anzi, l’intero scibile umano—democratizzando al contempo la stessa creazione di valore. È la collaborazione di massa che sta trasformando tutto e tutti, motore inarrestabile di finanza e cultura.

Ecco allora che in questo calderone globale la “next big thing” all’orizzonte, anche e soprattutto per il giornalismo in senso lato, assume i connotati di un’informazione orizzontale e pluri-sfaccettata, dinamica e partecipatoria. Caratteristiche tanto immediate quanto potenzialmente dirompenti, particolarmente nel terreno sempre più fragile su cui poggiano i Big Media. I quali tentano di mantenersi in equilibrio ignorando queste spinte dal basso o, non di rado, offrendo qualche palliativo puramente cosmetico: i commenti (moderati) a qualche articolo online, la email per ringraziare dell’errata corrige. Non a caso il citizen journalism viene poco o nulla citato nei report che pure esaltano le meraviglie (leggi: i capitali) della nuova corsa all’oro digitale. Come pure vengono disattese, al di fuori della cyber-elite, le dinamiche della “long tail”: l’affermazione degli ambiti di nicchia, della frammentazione del mercati in tanti mini-settori dove si vende “meno di più”, traffico ridotto ma moltiplicato per un numero ampio di situazioni. Nuovi business model e nuova economia dell’attenzione che non possono non trovare piena rispondenza nelle varie forme di «auto-organizzazione, non soltanto nell’imprenditoria digitale ma anche in scuole ed ospedali, città e corporation mainstream». Incluso, e alla grande, il giornalismo comunemente inteso.

Purché, questo il punto, si vogliano cavalcare le opportunità per dare concretezza a un siffatto “caos creativo” anche nella ex-periferia italiana. Basta lasciarsi alle spalle il luccichio (e i voti-clic) di certo Web 2.0 per attivare invece laboratori integrati e intelligenti sull’esempio di news aggregator le cui scelte sono in parte curate da redattori in carne ed ossa. Oppure imitando, sempre in Usa, quei team di reporter-utenti coadiuvati da giornalisti ed esperti intenzionati a «seguire l’informazione nazionale e aiutare i cittadini a prendere decisioni informate sulla democrazia». Analogamente, la multimedialità offerta dalla banda larga può spingersi benissimo oltre l’upload dei video casalinghi, e l’attivismo politico-sociale divenire pilastro del contesto più articolato e della profondità d’analisi che fanno il giornalismo di qualità. Soprattutto online, dove non esistono quei limiti di spazio e impaginazione del cartaceo. E dove—al contrario della cultura dei “news bites”, dei titoli veloci consumati in fretta nella disinformazione generale—convivono al meglio filosofie e pratiche essenziali per un’informazione a 360 gradi: «Gli eventi non vivono e muoiono in un giorno…ogni cosa è connessa a ogni altra, niente succede in isolamento… le notizie sono un sport di squadra».

All’alba del 2007, infine, la killer application dentro e fuori la Rete appare antica come il genere umano. Partecipazione e condivisione. Conversazione continua e contributi motivati. Nell’era del villaggio globale, il giornalismo tradizionale ha le ore contate, in termini di audience, credibilità, business. E, quel che più conta, l’informazione è un bene troppo prezioso per lasciarlo nelle mani di un pugno di individui e corporation. Siamo pronti a rimboccarci le maniche?



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