MySpace, pseudo-socialità a fini commerciali

14Nov06

Social NetworkingNon è certo un mistero che, online più mai, socialità e business vanno spesso a braccetto. Basta dare un’occhiata a innovazioni e propaggini del Web 2.0 quali digg, del.icio.us, MySpace. Proprio quest’ultimo, anzi, è divenuto emblema di un’arrestabile espressione sociale che dall’online trasborda offline (e viceversa), con qualcosa come 116 milioni di profili personali. Eppure, altrettanto chiaro è che tale esplosione sta portando alla tomba quello stesso social networking che vorrebbe incarnare. Fra le non poche posizioni critiche del mondo USA, eccone oggi una ben argomentata sul sito di Technology Review, dal titolo: “Su MySpace si può farte parte degli amici di Burger King: è questo il social networking?”. Wade Roush spiega che “dopo aver seguito per anni l’emergere delle reti sociali e altre forme di socialità via computer, speravo in una tecnologia assai migliore”. Qual’è il problema? La strategia commerciale abbracciata da MySpace minaccia di sfruttare “l’energia populista degli utenti” per intrappolarli nel solito “mondo del commercialismo dei big media”. Fin dall’inizio, il sito si è dimostrato molto ospitale, contrariamente a Friendster, per esempio, con i “fakester”, i profili falsi o tendenziosi. Ed è del tutto normale imbattersi nelle pagine di aziende varie: a inizio ottobre Burger King aveva oltre 134.500 ‘amici’, e 130.000 per il produttore di cellulari Helio. Mentre i profili veri spesso e volentieri diventano “enormi piattaforme dove posizionare prodotti personali”, a seconda del target e del numero di ‘amici’ al seguito. Tutto qui quel che può offrire il social computing? Altri siti sembrano quantomeno conservare una “missione creativa”, chiude Wade Roush: LinkedIn per i contatti di business, Flickr e Fotolog per condividere foto, Meetup per organizzare incontri di vario tipo. Certo, non esiste alcun “requisito che imponga a un social network di avere grandi idee…Ma se MySpace rappresenta il volto del social networking online, è lecito chiedersi se stia rendendo più ricca o più povera la cultura odierna. Finora gli unici che ne stanno guadagnando sono Rupert Murdoch e i suoi azionisti”.



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