Quando il web non basta più (Carlo Gubitosa, 10/07, Carta)

In uno scenario mediatico sempre piu’ caotico e frammentato, l’attenzione collettiva e’ risucchiata in un grande calderone dove la sovrabbondanza di messaggi si trasforma nella forma piu’ devastante di censura, e sopravvivono solo le voci che restano agganciate al mondo reale fatto di edicole, teatri, piazze e botteghe. Uno sguardo sullo stato della microinformazione indipendente in rete.

Quali sono oggi, nel nostro paese, le iniziative di comunicazione online capaci di incidere davvero sulla “vita oltre lo schermo” innescando cambiamenti politici, sociali, economici o anche solo culturali? Che cosa rimane di buono nella rete italiana togliendo tutti i siti moribondi, i blog che si parlano addosso, le caste chiuse di tecno-intellettuali, il sottobosco di appelli online, le catene di sant’antonio, il cyber-vippismo, i web-leader che nascono e tramontano ciclicamente o le paginette web dove i gruppi minoritari piu’ svariati, dai papaboys agli anarchici malatestiani, parlano con chi e’ gia’ d’accordo con loro?

Dietro l’immagine affascinante, ma al tempo stesso ingenua, dell’era di una “democrazia dei cittadini”, dove i blog sono capaci di scuotere i partiti e i capi di governo, si nascondono fenomeni di comunicazione molto piu’ complessi, dove la rete e’ solo uno dei fattori, e neppure il piu’ importante, che contribuisce al successo di una iniziativa.

La fotografia piu’ recente del “popolo della rete” e’ quella di un sondaggio realizzato da Eurisko per conto di Repubblica.it lo scorso 12 settembre per analizzare il fenomeno V-day, e a prendere per buoni questi dati c’e’ da pensare che Internet riesce a incidere nella vita reale delle persone solo quando ne parla il Tg1.

Tra le 1136 persone intervistate solo l’uno e mezzo per cento “frequenta regolarmente” il blog di Beppe Grillo, numeri tutto sommato considerevoli se si pensa che in Parlamento ci sono partiti che rappresentano poco piu’ del 4 per cento del paese. Ma tra quelle persone c’e’ anche un 37,5 per cento che non ha mai sentito parlare del blog di grillo e addirittura piu’ di un quarto del campione (26,2 %) che “non usa internet”, come a dire che la blogosfera sviluppata attorno a Grillo e’ un universo alieno, chiuso e sconosciuto per due italiani su tre.

Di fronte a questi numeri viene da pensare che il “re del blog” sia nudo, e quella che sembrava una sommossa popolare nata in rete si rivela in realta’ un eccezionale successo della comunicazione di Grillo fatta nei teatri di tutta Italia, amplificata non dal web, ma dal passaparola, dalla circolazione “clandestina” di video e filmati del comico, dalla creazione di gruppi locali attivi sul territorio e “last but not least” dalla grande attenzione rivolta dai media tradizionali (anche e soprattutto all’estero) al meccanismo virtuoso di aggregazione culturale nato attorno al comico piu’ “politico” del paese. E in tutto questo Internet c’entra ben poco: siamo di fronte ad un fenomeno molto piu’ simile al passaggio dei “cantastorie” nelle piazze medioevali che al tanto decantato “web 2.0″.

Ma allora se nemmeno Grillo riesce a competere con la Gazzetta dello sport a livello di “audience” effettiva, e tutto questo dopo aver fatto della mobilitazione sul web il suo cavallo di battaglia, quali sono gli strumenti per fare “altra informazione” orientata ad un modello di sviluppo e di cultura un pochino piu’ intelligente di quello che ci ritroviamo a vivere?

Chi scrive ha visto nascere e morire tante, troppi “siti di punta” e “rivoluzioni della comunicazione online” per entusiasmarsi facilmente di fronte ad un semplice “one man blog”, che rischia di crollare sotto il suo stesso successo nel momento in cui le folle che lo frequentano si renderanno conto che non basta il web per impedire la vendita dell’acquedotto comunale, il traforo della montagna dietro casa o la militarizzazione del parco dove si andava in gita da piccoli.

A guardare chi chiude i battenti e chi invece resiste, il vero ingrediente dietro il successo di ogni iniziativa online sembra proprio il collegamento del mondo fatto di bit con il mondo reale fatto di atomi e persone, un legame che colma la frattura tra il teatro mediatico dei grandi media e il paese reale che si riflette nella rete, ma anche in fogli di carta come quello che avete in mano in questo momento e in tante altre piccole iniziative editoriali che hanno ancora bisogno di mani e camioncini per far circolare le idee su canali diversi dai fili del telefono.

E’ per questo che siti come Indymedia Italia (italy.indymedia.org), crollati sotto il peso dell’”Open Publishing” che ha aperto le porte anche al vandalismo mediatico, ora ripartono da una dimensione locale, con nodi territoriali che producono notizie attraverso iniziative concrete. Il decantato “Second Life” si sta trasformando in un mondo disabitato pieno di citta’ fantasma dove ogni tanto appare a sorpresa qualche vip a caccia di una seconda vita virtuale. Perfino “Il Barbiere della Sera” (www.ilbarbieredellasera.com), che fino a pochi mesi fa era uno dei piu’ importanti osservatori sul giornalismo, ha chiuso i battenti nel marzo scorso per la sua incapacita’ di trasformare in azioni concrete le denunce dei malanni che affliggono le redazioni. Anche storici blog della prima ora come macchianera.net hanno perso da tempo lo smalto dei loro esordi, e perfino il sistema di news di Google, che nelle sue intenzioni di partenza avrebbe dovuto trattare il blog del cittadino anonimo con la stessa dignita’ del New York Times, valutando un articolo solamente in base alla sua popolarita’, e’ ormai uno strumento fatalmente appiattito sui cosiddetti “media mainstream”. Alcuni siti che offrono un ottimo servizio di informazione alternativa, infatti, sono misteriosamente condannati all’esclusione dall’elenco delle “fonti approvate” redatto da Google-funzionari sulla base di criteri chiari solo in apparenza.

La rete perde colpi come medium alternativo a se’ stante, sempre piu’ ridondante e difficile da navigare e al tempo stesso fagocitata dai grandi media che trasformano in notizia il tuo blog solo quando riesci a portare in piazza abbastanza persone da farti notare in mezzo al rumore di fondo che affligge il web. La rete, d’altra parte, si sta rivelando un formidabile trampolino di lancio per invitare le persone a spegnere il computer, abbonarsi a una rivista dopo averne apprezzato online i contenuti, fare qualcosa di concreto organizzandosi con il vicino di casa o comprare un libro che il megastore del quartiere non vende.

La fruizione e l’acquisto di prodotti culturali diversi dal web sono una delle attivita’ principali di chi vive la rete: lo conferma la ricerca “Diario Aperto”, promossa dall’Universita’ di Trieste, una mappatura che ha coinvolto quasi 5 mila autori e lettori di blog interpellati in un questionario on-line. Dai risultati, pubblicati su http://www.diarioaperto.it, emerge che il 59% delle persone interpellate compra online libri, cd o dvd, mentre il 20% scarica a pagamento musica, film e articoli di stampa.

Sempre a proposito di libri e riviste, va segnalato il paradosso (solo apparente) di un ritorno al cartaceo spinto proprio dai media elettronici: una rivista come “Carta”, ad esempio, rischierebbe di chiudersi irrimediabilmente nella propria nicchia di lettori senza un sito web sempre piu’ visitato, che permette di catturare “passanti casuali” provenienti dai motori di ricerca e di coinvolgere nel progetto della rivista le decine di migliaia di persone che ricevono la newsletter in formato elettronico. Per la stessa ragione un editore nato “dal basso” come stampa Alternativa di Viterbo ha pubblicato online non solo i “Millelire” ormai fuori catalogo (imperdibile il “Dossier Kuriakhin” sul compagno Veltroni), ma anche libri appena usciti che hanno trovato nella rete, sul portale “Libera Cultura, Libera Conoscenza” un canale naturale di promozione e valorizzazione. Il tutto mentre i grandi colossi spendono a vuoto milioni di euro per le tradizionali forme di marketing.

La rete senza iniziative appassisce, le iniziative senza rete non decollano. La globalita’ del web e dei personaggi virtuali che lo abitano si incontra sempre piu’ con la “localita’” del nostro essere persone reali e immerse in un territorio. E’ quello che dimostrano le esperienze di siti profondamente radicati in una realta’ locale come tarantosociale.org, nato come “gemmazione” di peacelink.it e recentemente denunciato per “procurato allarme” dopo aver diffuso dati sulle emissioni di diossina dell’Ilva, oppure reti-invisibili.net, un network di associazioni italiane impegnate nella memoria storica di molte vicende oscure del paese e fatto da persone che si incontrano ogni 20 luglio in piazza Alimonda a Genova, ma anche il 2 agosto alla stazione di Bologna e in tante altre piazze italiane impregnate di sangue e misteri. Tra gli ultimi arrivati nel lungo elenco dei siti che dicono di no alle devastazioni delle grandi opere, alla Tav, al ponte di Messina e alle scorie nucleari c’e’ anche coipiediperterra.org, uno spazio di documentazione curato da persone che si domandano se un mega-aeroporto a Viterbo e’ proprio indispensabile.

L’elenco di spazi della rete che sono un punto di partenza per relazioni umane e non un punto di arrivo per relazioni virtuali potrebbe continuare a lungo, ma sarebbe necessariamente frammentario, incompleto e destinato a diventare obsoleto in breve tempo, e qui emerge il problema della ridondanza e della overdose di informazioni. La sensazione di poter sapere tutto grazie alle tecnologie e’ sempre piu’ appannata dalla frustrazione di non riuscire ad alzare lo sguardo al di la’ dell’orizzonte dei siti preferiti, perche’ si ha poco tempo e non si saprebbe molto bene dove andare una volta abbandonata la sicurezza delle fonti gia’ conosciute.

La cronica “overdose” di informazioni del nostro tempo e’ il male che affligge molti spazi di comunicazione online che non riescono a incidere sulla realta’ e sulla politica del paese anche potendo contare su un vero e proprio “esercito” di lettori e simpatizzanti, che per molti siti e’ piu’ numeroso della base dei tesserati dei grandi partiti. Oggi un portale di medie dimensioni ha piu’ o meno lo stesso numero di lettori al giorno che aveva “Il Manifesto” negli anni ’70, ma cio’ nonostante l’impatto di questi numeri sulle stanze dei bottoni e’ ancora molto ridotto, di certo inferiore a quello ottenuto da Luigi Pintor nell’epoca del ciclostile, e diventa sempre piu’ difficile trasformare l’informazione in azione diretta.

La soluzione a questi problemi ci porta in un territorio della rete che e’ ancora tutto da esplorare, la nuova frontiera dell’accesso alla conoscenza: la metainformazione, ovvero l’informazione sulle informazioni, le guide di lettura, le visioni d’insieme e le mappe semantiche che contribuiscono a semplificare e a rendere piu’ accessibile e fruibile il “mare magnum” di informazioni che ci travolge ad ogni ricerca su Google. Un esempio tra i piu’ interessanti di questi nuovi strumenti di supporto alla navigazione e’ disponibile su touchgraph.com: si tratta di un motore di ricerca grafico che permette di tracciare mappe di connessione cliccabili a partire da un sito o da un insieme di parole chiave. Mettendo al centro della mappa il portale carta.org, l’effetto visivo risultante e’ notevole, e si ottiene come risultato una rete che comprende buona parte dell’informazione sociale italiana, da Amnesty International alla Rete Lilliput, passando per i circuiti delle radio indipendenti. Ma grazie a questo strumento scopriamo anche che i media tradizionali come l’Ansa continuano ad avere un peso significativo, e che molti collegamenti non intenzionali sono semplicemente il frutto di un duraturo scambio di link e segnalazioni che nel tempo hanno contribuito a tessere una trama invisibile che unisce in uno stesso spazio di contenuti (probabilmente rivolto agli stessi utenti/lettori) siti che magari non hanno mai collaborato “formalmente” tra loro. Che cosa accadrebbe se i link occasionali e le reti spontanee si trasformassero in una azione coordinata per rispondere in modo compatto e organico ad un sistema mediatico che rischia di seppellirci sotto una montagna di contenuti impossibili da gestire? A quando la nascita di un quotidiano free-press che porti per strada il meglio della rete, raccontando a milioni di viaggiatori del metro’ che in Italia c’e’ vita oltre Caltagirone e RCS? Forse e’ solo questione di tempo.


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