Il futuro del giornalismo è (sempre più) non-profit?

05Aug09

The Future of Nonprofit Journalism“I nuovi modelli di aggregazione del pubblico e le nuove forme di finanziamento guideranno il giornalismo su strade inesplorate. E ci stupiranno”, spiegava recentemente Clay Shirky. Ed è proprio proseguendo sui tali percorsi (tutt’altro che teorici) che torna assai utile un elenco di risorse e segnalazioni sul The Future of Nonprofit Journalism. Proposto dall’autorevole Poynter Institute, il cui sito offre un marea di strumenti e info di prima qualità, la lista copre una varietà di fonti e cita articoli dal 2007 ad oggi in cui si sottolinea, fra l’altro, la
Growing Importance of Nonprofit Journalism o si dettaglia il Case for a free/paid hybrid model. Ancora, un recente pezzo del New York Times svela come il quotidiano stia meditando addirittura di bussare alalporta di fondazioni ed enti filantropici: “We’ve begun to ask ourselves whether it would be possible to get the kind of support that NPR does from foundations for its journalism.”

Si tratta cioè di trovare soluzioni concrete tanto creative quanto partecipatorie, e non solo in senso business: “One possible solution to rescuing the watchdog function of the press is to allow newspapers to operate as nonprofits. … If the IRS and Congress pave the road for media hybrids, it will then be up to readers and foundations to provide the resources to power these nonprofit watchdogs”, propone il NewsObserver puntando a un futuro fatto di “low profit newspapers”. Scenari ben esaminati alla Nonprofit Media Conference, svoltasi nel maggio scorso al Sanford Institute of Public Policy della Duke University, il cui report finale si concentra nuovamente su The Road Ahead for Media Hybrids.

Se insomma questo è lo state-of-the-art dello scenario statunitense (sempre seguito in Italia dagli addetti ai lavori e assai meno dai singoli, purtroppo), appaiono più che valide le iniziative qui delineate nei post precedenti — dai mix alternativi praticabili al senso di certi contenuti a pagamento. Purché in entrambi i casi si creino sinergie tra i vari progetti di citizen media (non-profit per definizione) oggi attivi anche in Italia, e soprattutto tra questi e le grandi testate tradizionali.

Se, come sembra, non c’è via di scampo a simili commistioni per il futuro stesso del bene-informazione nonchè per il relativo business allo stremo, cosa si aspetta ancora? Vogliamo perdere un altro treno in corsa sui binari digitali? Perché negare spazi e opportunità a cittadini motivati e competenti, riservandoli solo ai ‘giornalisti’? E a chi converebbe poi ritardare o bloccare questi esperimenti lungo le “strade inesplorate” cui accennava Shirky – percorsi socialmente irrinunciabili e sorprendenti?

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