Utopie tradite e censure di Stato
«…è emersa la pratica dei singoli governi di implementare tecniche per controllare le comunicazioni via Internet provenienti dall’esterno, affermando così le proprie leggi tramite la loro imposizione all’interno dei confini nazionali. E sempre più tale tendenza va sforando anche nelle democrazie contemporanee … Superata giustamente la fase della cyber-euforia, stiamo forse cedendo alla tentazione opposta, quella del controllo diffuso? E cosa ne sarà della sbandierata salvaguardia della Rete come bene pubblico?»
Sono gli stralci iniziale e finale di un articolo del sottoscritto apparso sabato scorso nell’inserto Alias de il manifesto – ho appena recuperato e caricato qui il pdf delle due pagine dello speciale che Chips & Salsa dedicava appunto alle “Censure di Stato” (Ora anche su VisionPost in formato testo). Mentre anche l’Italia sembra pericolosamente vicina a far parte di questo pool censorio (spiega in dettaglio un articolo di Raffaele Mastrolonardo), il contesto globale che porta a simili strettoie legislative, o anche solo a minacciarle, mi sembra sfugga troppo spesso a media e utenti nostrani. Per questo ho provato a chiarirlo, forse anche contro-corrente rispetto a certi slanci di libertà tout court o al ritorno alla cyber-utopia della prima Internet.
Utile sarebbe continuare a riflettere collettivamente, oltre che (in questo caso più che in altri) affidarsi al libero mercato anziché a norme palesemente liberticide per trovare soluzioni civili e accettabili ai crimini via Rete – un po’ come nel caso del copyright, con la via di mezzo di Creative Commons e simili “licenze libere”. Purotroppo girano però solo contrapposizoni nette e scorciatoie pericolose (quando non puro vuoto a perdere e chiara malafede), sia tra i legislatori che nella cyber-elite, su questo e altri temi connessi allo sviluppo possibile e auspicabile di Internet in Italia. Peccato.
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“Utile sarebbe continuare a riflettere collettivamente, oltre che (in questo caso più che in altri) affidarsi al libero mercato anziché a norme palesemente liberticide per trovare soluzioni civili e accettabili ai crimini via Rete [...]“.
trovo francamente incomprensibile questo invito a “riflettere affidandosi al libero mercato” che presuppone l’essere rimasti agli anni verdi di Barlow e Gillmore, in cui si credeva che la rete potesse essere aggredita solo dal potere statuale (per un esempio classico delle critiche che già si sorbivano negli anni ’90: http://www.law.duke.edu/boylesite/foucault.htm).
Tra l’utopia digitale e noi ci sono vent’ani di letteratura, nei quali un intero plotone di cybergiuristi ha spiegato che il pericolo incombente non viene (solo) dallo stato, ma proprio dal libero mercato e dall’autentico dispositivo diciplinare che è il copyright.
Accettare acriticamente le parole d’ordine del “crimine” digitale e della censura di stato non mi sembra poi un buon inizio per l’avvio della riflessione auspicata.
Gabriella
forse quella battuta e’ infelice, ma come chiarisce l’intero paragrafo-contesto mi riferivo in sostanza alla necessita’ di trovare compromessi sull’esempio di CC dovuti alla ragionevolezza e all’inarrestabile voglia di musica in pluri-formati, di file-sharing, e quindi per cosi’ dire di “libero mercato” in senso lato
ma se tu dici dici: “il pericolo incombente non viene (solo) dallo stato, ma proprio dal libero mercato e dall’autentico dispositivo diciplinare che è il copyright”, sembri piuttosto associare copyright = libero mercato, che e’ l’opposto di quanto sostenevo sopra e direi anche di quanto tu voglia intendere, no?